Linea d'ombra - anno XIII - n. 110 - dicembre 1995

per appiattirsi su una concezione onanistica della cinefilia, ma che invece non può cbe aprirsi sul mondo: "la forza del cinema è stata proprio quella di Òffrir{;Ì..n.:iagnificiaccessi ad altre esperienze, diverse dalle nostre, pennettéiidoci, per qualche secondo, di condividere qualcosa di assolutamente nuovo". Una visione che illumina il lettore e lo guida nei labirinti di quell'universo visivo, che Daney ha esplorato con pazienza e sagacia e di cui ha messo in mostra tutto il fascino e il pericolo. E ha saputo svelare l'insopportabile accademismo di un cinema che stava perdendo la sua forza e la sua carica vitale per accartocciarsi su se stesso nella vana speranza di competere con la televisione o la pubblicità sui loro teITeni. E proprio di questo cinema contaminato e bastardo, che accetta senza molte preoccupazioni ogni tipo di compromesso, Daney ha saputo sotto I ineare l'inadeguatezza, l'incompletezza, i I tradimento. Formatosi sulle opere dei grandi - Hawks, Hitchcock, Lang- ha rifiutato per tutta la vita di chiedere al cinema meno di quello che quegli autori e quei film gli avevano dato. Non erano possibili compromessi o sconti, anche a rischio della solitudine e del'emarginazione. Leggere le sue cronache sui film passati in televisione o le sue riflessioni sul modo in cui la televisione snatura l'informazione durante la guerra del Golfo (raccolte in Devant la recrudescence des vols de sacs à main, di cui pubblichiamo alcuni testi qui di seguito) non aiuta solo a non chiudere gli occhi davanti all'imbarbarimento visuale della realtà, ma anche a non,dimenticare che il cinema può, e deve, offrirci molto di più. Nonostante l'involuzione che lo fa dubitare del futuro di un'arte e che gli fa rispondere a Toubiana in Lo sguardo ostinato: "Come Bazin penso che alla base del cinema ci sia stato un desiderio o un bisogno assolutamente irrefrenabile, come un incendio in una foresta, e che questo sia accaduto una volta sola nella storia de li' arte. Ho combattuto in passato contro questa idea, perché volevo che il cinema si iscrivesse in uno svolgimento lineare del mondo, dopo la fotografia e prima della televisione o del video. Era un pensiero molto rassicurante, che prometteva un seguito. Ebbene, ci siamo sbagliati ancora, come tutte le volte in cui abbiamo pensato in termini lineari. In realtà, siamo in un giro di spirale,e il problema non si pone oggi in termini di tecniche ma in termini di desiderio di massa di essere nuovamente meravigliati dal visuale e dal sonoro". E quando si sente chiedere se c'è qualche speranza che il cinema ritrovi i suoi tempi migliori, risponde "Non vedo come il cinema possa essere altro che un filo rosso o una contestazione ...", anche se poi, davanti a questo pessimismo, aggiunge "La cosa straordinaria è che per noi, anche un secolo dopo, il treno continua ad arrivare alla Ciotat. È l!ncora possibile mettersi al posto dello spettatore che ha avuto paura, a dimostrazione che qualcosa nel cinema appartiene sì al passato, ma non è passato". I libri di Serge Daney: 1983 La rampe - Cahier critique 1970-1982, Cahiers du Cinéma Gallimard. 1986 Cinéjourna/ 198/-1986, Cahiers du Cinéma. 1988 Le Sa/aire du zappeur, Ramsay poi P.O.L. Editeur. 1991 Devant la recrudescence des vo/s de sacs à main, Aléas. 1993 L'Exercice a étéprofitab/e, Monsieur, P.O.L. Editeur (in corso di pubblicazione per l'Editrice li Castoro). 1994 Persévérance, P.O.L. Editeur (traduzione italiana: Lo sguardo ostinato - Riflessioni di un cinefilo, Editrice Il Castoro 1995). Amicimaestrie amori QUELLOCHEPRODUCE LAMIA AFRICA SergeDaney traduzione di Giulia Carluccio 53 Dal momento che i rapporti tra cinema e pubblicità sono diventati stretti come quelli tra l'uovo e la gallina, una sola domanda si pone: chi è l'uovo e chi la gallina? Succede quando un lunedì mattina, ali' alba, ci si imbatte in quella cosa molto oscarizzata che fu La mia Africa (1985). La cosa è diventata davvero lunghetta e molliccia, e il passaggio in televisione le ha fatto perdere un po' di quel poco di aura che le si era generosamente concessa. La mia Africa appartiene, in effetti, a un vero e proprio "genere": il-film-che-fa-pubblicità-per-il-cinema, genere oscarizzabile che va avanti a forza di professionalità e di leccato nostalgico. La seccatura è che alla televisione questo genere non regge. O meglio, ritorna alla sua casella di partenza, vale a dire la pubblicità. Tutto ciò è già stato detto. Si è fatta crudelmente la lista dei prodotti (dal cocktail tropicale alla compagnia aerea) che il film "vendeva". Ma la crudeltà non basta più e, anzi, si deve andare oltre (è uno dei fini di questa rubrica). Non basta più constatare l'incesto tra film e spot, bisognerebbe chiedersi a partire da quale momento l'incesto è stato consumato. E soprattutto bisognerebbe iniziare la descrizione del "com'è", l'estetica pubblicitaria, e a che cosa somiglia il mondo al quale la pubblicità ci ha da tempo introdotto. La mia Africa è uno di quei film che impiegano un'ora per costruire la scena e un'altra ora per collocarvi una storia così intima e bella da "far dimenticare la scena". Ciò che era la caratteristica del cinema accademico è diventato l'essenza stessa della pubblicità. Una pubblicità non funziona se non ha saputo costruire la scena; e visto che dura poco, deve farlo in fretta. Monotona successione di momenti "privilegiati", La mia Africa somiglia, vista da lontano, a un film, ma se lo si guarda da vicino tutti i suoi momenti sono costruiti come degli spot. Ora, ci sono due tipi di spot. Ci può essere un personaggio che ne sa più di un altro e glielo fa notare (sistema detersivo, banale, a base di Mastro lindo), o ci possono essere più personaggi che comunicano in un elemento terzo, rappresentato in generale dalla musica (sistema chic a base di coppie dalla bellezza iperreale). Gli spot del primo tipo sono migliaia nella prima ora de La mia Africa. Alla scoperta del Kenya, la baronessa Blixen non fa che incontrare per caso personaggi che si trovano lì unicamente per aiutarla a "farsi un'idea", a giudicare lei stessa la solidità del prodotto "Africa". Tutte le scene seguono così un unico schema, monotono e miserello, dove colui che sa dimostra (o rivela) qualcosa ali' altro che non sa. Non si tratta, quindi, che di rapporti di forza, stancamente filmati, e non c'è nessuna scena che si concluda con un vero guadagno (di sapere) per uno-uno solo-dei personaggi. All'inizio la baronessa Streep si fa impartire la lezione, poi, dato che non manca di fascino, è lei che sorprenderà il suo mondo. In ogni caso, è sempre unilaterale. Nella seconda parte del film prevalgono gli spot del secondo tipo, più moderni. Una volta costruita la scena, bisogna passare

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