Linea d'ombra - anno XIII - n. 110 - dicembre 1995

Trzos-Rastawiecki e di Andrzej Jurga. Volevo fare un film sulla speranza che, atterrando su di un aereo, ci visitava per un momento e poi volava via di nuovo. Mi immaginavo di poter fare un film su ciò che di questa speranza rimaneva. Sulla gente che guardava in cielo. Ho osservato il decollo del Papa, ricordo che c'era bel tempo, il tempo adatto per riprese del genere. Ricordo un 'immagine: la via verso l'aereoporto di Varsavia, la folla, i tiratori scelti che sorvegliavano dai tetti, le vetture blindate, davanti a me il cordone della milicja, uno di loro che piangeva. Volevo appunto riprendere cose di questo tipo, non necessariamente, invece, gli incontri ufficiali. Cosa che non è però piaciuta a coloro che avevano commissionato il film. Del resto, non ho rimpianti. Poco dopo c'è stato il Decalogo. In tutti i.film del Decalogo si cela la domanda di quanto l'uomo sia responsabile delle proprie azioni e in che misura ciò che accade sia frutto del caso o della necessità. Questo problema viene presentato con maggior acutezza dal Breve film sull'uccidere. lrifine nel Film rosso vediamo quel qitalcuno che sembra tirare le.fila, che sembra essere il motore degli avvenimenti buoni e cattivi. Questi, tuttavia, si man(festa essere soltanto un Giudice in pensione, il quale riconosce che, nella situazione dei suoi imputati, avrebbe assassinato·e rubato lui stesso. La ricerca delle cause che han dato corso agli avvenimenti, iniziata ne Il caso, è come giunta qui alla fine. Si è chiuso un ciclo. Qual' è la risposta? Quanto vi è di ironia e quanto di relativismo? Non tendo al relativismo. Ma se vogliamo toccare le questioni fondamentali, senza una certa dose di relativismo non ce la possiamo cavare. Non solo non potremmo cavarcela, ma non potremmo fare neanche un passo. Il relativismo di cui parlo non si basa sulla mancanza di distinzione tra bene e male. Compare nel momento in cui ci sforziamo di conoscere le cause: da dove viene il male, perché esiste, perché è onnipresente? Nei singoli casi umani tento di raggiungere il momento in cui si è manifestato, quando ha cominciato a crescere la pianticella dell'odio. È possibile tirare una conclusione? La diagnosi potrebbe ancora essere possibile, ma la medicina? Qui siamo completamente disarmati. La fede, dunque? In questo film non c'è altra fede che non sia la fede nell'uomo. Ma è sufficiente? È abbastanza forte? Jean-Louis Trintignant, intervistato nella televisione francese su perché Kieslowski non vuolfarefilm, ha detto: perché non vede la possibilità di fare qualcosa di consolante, e sente che val la pena fare solo film così. Trintignantè un osservatore molto intelligente. Vede cose che io stesso non so di me. Ma forse non ha usato la parola "consolante", ma "ottimistico", "luminoso"? Sì, è vero, ho qui l'appunto: "Kieslowski ha smesso di fare film, perché non voleva che fossero pessimistici. In "Rosso" c'è dell 'ottimismo che in lui non c'è più". Sì, ha colto nel segno. Con l'unica riserva, che l'ottimismo non c'è mai stato. Per questo preferisco la parola "consolante" alla parola "ottimistico". Anche i condannati a morte vengono consolati, senza per questo rimandare il verdetto. Sto pensando a coloro che si sono salvati dalla catastrofe del 49 battello. In francese la parola "salvare" ha un doppio significato, corporale e spirituale. Se me ne fossi reso conto in tempo, avrei cambiato i dialoghi. Avrei usato, per esempio, "ripescati". Non sarebbe servito a niente, perché nel linguaggio poetico tutto diventa metafora. I sensi metaforici appartengono alla lingua comune. La poesia lo rende soltanto manifesto. Non si tratta di un gioco di parole. Il linguaggio della poesia, così come quello religioso, ci dice una verità sulla realtà. Sulla realtà, appunto. Ho sottomano dei versi che ti vorrei leggere: Era un paesaggio grigio, case non grandi/ come cavallini . tartari, o blocchi di cemento,/ giganteschi, morti dalla nascita; molti militari, molta pioggia,/ fiumi assonnati, che non sapevano dove dirigersi,/ polvere, sovietici dei 1 dalle palpebre gonfie,/ odore acido di benzina, odore dolciastro di vomito, treni sporchi, alba dagli occhi rossi. "Elegia" di Adam Zagajewski Conosco questi versi. Lo dice bene, che "tutti siamo vissuti là". "Non c'erano promesse, né speranze,/ ma siamo vissuti là e non eravamo stranieri./ Era la vita che ci era stata assegnata./ Era una pazienza pallida come un ghiacciaio./ Era un'angoscia piena di colpa. Era un coraggio/ pieno d'inquietudine. Era un'inquietudine piena di forza." Versi stupendi, acuti, ripresi in piccole inquadrature che ricordo esattamente così: "Era la sala d'aspetto dalle pareti brune,/ era il tribunale, era la clinica; il locale/ in cui i tavoli si piegavano sotto il peso degli atti/ e i portacenere straripavano di ceneri./ Era il silenzio oppure i megafoni pieni di rabbia./ Era la sala d'aspetto in cui bisognava/ aspettare per tutta la vita, per nascere." Sì, potrebbero essere delle scene di un.film degli anni Settanta: L'ospedale, Identikit, La stazione ferroviaria, Il primo amore, Il caso. Un cinema dell'inquietudine morale. Un mondo non rappresentato, benché appunto presentato. Per me i versi di Zagajewski significano che lui aveva in se stesso tutto questo. Che allora avevamo già visto tutto con precisione. Ho avuto con Adam una divergenza soltanto sugli "dei sovietici". Avrebbe dovuto usare il termine polacco corrispondente? Sì, certamente, altrimenti il componimento diventa inutilmente politico. E non è sulla politica. Sono versi su di noi. Parliamo delle due metà della tua opera: di quella che ha mostrato il "mondo non rappresentato" e di quella di quando hai iniziato a guardare dietro le quinte del destino, sotto la superficie degli avvenimenti. Prima domandavo: come? Dal film Il caso iniziai a chiedere: perché? Ricordo un articolo pubblicato in "Dialog" del 1981: "In profondità invece che in ampiezza". Il tuo progetto su come procedere, realizzato in seguito. A dire il vero ha impresso una svolta a noi tutti la discussione da Bajdor su "Literatura", attorno al 1979, forse nel 1980. C'erano Janusz Kijowski, forse Agnieszka Holland, Felek Falk, Filip Bajon. Vi dissi in modo molto deciso che da allora in poi ognuno avrebbe camminato per la propria strada, che era finito il tempo in cui avevamo osservato insieme il mondo. A quel punto Kijowski dichiarò di essere piuttosto un animale da gregge, e che avrebbe continuato a camminare in gruppo. Mi resi conto allora con lucidità di dover svoltare. Da "Kino" n. 7-8 1994.

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