Linea d'ombra - anno XIII - n. 110 - dicembre 1995

46 Non sono d'accordo però sul fatto che sia stata una cultura di massa. La cultura di massa non è cultura di contestazione, è cultura di consenso. La cultura di massa non ha mai dato nulla oltre il passatempo, cosa che è del resto molto utile. Se la contestazione fu di massa, lo fu solo nel caso che chiamiamo massa l'ambiente studentesco (non tutto, del resto), il quale costituisce una piccola percentuale di società. In tal caso, a chi si rivolgevano i tuoi primi.film? Erano a modo loro popolari, e contemporaneamente contestatori. Avevano un pubblico talmente ristretto, che è difficile definirli di massa. Se erano contestazione? In una certa misura certamente sì. Ma si trattava di una contestazione chiaramente politica, non di una contestazione della cultura esistente. Esiste una serie di equivoci a questo riguardo, principalmente a causa di Kaluzynski. Da parte mia, ripeto, non portavo avanti una contestazione "generazionale" né della cultura, né della storia. Non fui mai contro Wajda, contro Brandys o contro Dygat. Ho sempre ritenuto che essi abbiano creato cose stupende, dalle quali occorre attingere quanto si può; salvare e non distruggere. Oggi non c'è un nuovo Dygat. Non ci sono da noi idoli letterari. Non ce ne sono perché domina la crisi sia in campo bancario, sia nella cultura, forse più profonda in quest'ultima. Ma è così perché un'ideologia che sembrava potesse essere vitale si è rivelata per gli uni un crimine e per gli altri un gigantesco errore storico. Diciamo un errore criminoso, se consideriamo quanta gente a causa sua ha perso la percezione del significato e quanta la vita.D'altra parte, non è stata per il momento trovata una nuova ideologia, perché non ne nascono tanto spesso. Per fortuna, forse. Hai la sensazione che la generazione di tua figlia abbia perso ciò che aveva avuto la generazione precedente? Non tanto ha perso, quanto probabilmente non ha mai avuto quel senso della comunità che noi un tempo avevamo. Il senso dei legami sociali, benché io detesti parole come sociale, socialità, società. Voglio solo fare una constatazione: questo senso un tempo c'era e questo senso non c'è più. Basta guardarsi attorno per Ginevra. Pocofa ho visto in un parcheggio un 'automobile tutta coperta di adesivi: "Solidamosc", "Chi/e", "Nicaragua", "Venceremos" e così via. Stava lì come unfantasma di un'altra epoca. Come la sua caricatura. Non ci sono infatti altri slogan sulla Jugoslavia, sull'Alto Karabach. La solidarietà internazionale non significa più niente. I tempi sono cambiati. Ma rin Karmitz, che ricorda bene il 1968, parlando con noi si chiede perché non ci sianofilm sulla guerra in Jugoslavia. Un tempo, dice, il cinema riusciva a precorrere gli avvenimenti; il maggio parigino era stato profetizzato da Godard. Tutto questo è collegato alla caduta delle ideologie. Allora si facevano per esempio film sul!' Algeria, quasi al passo con gli avvenimenti, ma si facevano in nome di qualcosa. Non ci sono film sulla Jugoslavia, perché non si sa in nome di che cosa farli. In nome di una causa migliore? La pura affermazione che sta avvenendo una barbarie, infatti, che è disumano, antiumanitario, è un fine troppo debole, troppo ovvio. Il giornalismo e la televisione, d'altra parte, manipolando i fatti, causano una generale indifferenza dell'opinione pubblica. Lo sappiamo tutti e non ne viene fuori nulla. Le idee di libertà, uguaglianza,fratemitàsono state da tempo partitizzate, saccheggiate da gruppi contrapposti. Questi slogan dividono piuttosto che unire. Ogni parte in conflitto, e ce ne sono centinaia oggi a dilaniare il mondo, dirà che sta combattendo per la libertà e che vuole l'uguaglianza e la fraternità. Intendi dire con questo che oggi non è possibile fare un film politicamente giusto che si richiami a slogan umanitari? È forse questione di trovare il proprio linguaggio, di arrivare a quel livello di sensibilità che non è ancora stato fatto a pezzi, non è ancora avvolto in uno strato insensibile di plastica. Questo livello esiste senza dubbio nella gente. La domanda è come arrivarci. Appunto: è a questo livello che intendi giungere con i tuoi.film? Al livello della sensibilità, ma non a quella "sociale" o "politica": semplicemente a quello strato di esperienze di cui non si ha coscienza e che la gente spesso si vergogna di confessare. Ho visto recentemente un articolo di Peter Handke sull 'ùnmenso piacere di tornare a casa dal cinema negli anni Sessanta, quando il film appena visto ci seguiva per le strade della città. Devo riconoscere che Breve film sul!' uccidere continua a seguirmi ancor oggi, lungo ViaKrakowskie Przedmiescie a Varsavia, anche se non esiste più la palizzata davanti all'Hotel Bristol e se la caffetteria d'angolo nel!' Hotel Europejski è ora più elegante. Anche i giovani di oggi hanno i lorofilm che li seguono per strada? In ogni caso, si tratta di un fenomeno incomparabilmente più raro di un tempo. È solo questione di trovare la chiave giusta. La porta c'è. La serratura c'è. Si tratta di aprire questa porta. Lo dico senza dimenticare tutto il mio pessimismo. Ritengo sul serio, però, che questa porta esista, che si possa aprirla, e che dietro vi sia qualcosa ... E penso che, a parlare in questa generale crisi della cultura con qualsiasi scrittore o poeta serio, ciascuno direbbe lo stesso. La sola domanda che ci accompagna oggi è dove si trovi questa chiave. Qualcuno ha detto che Rosso è un.film sui telefoni. È un film sulla comunicazione, che sta scomparendo. Abbiamo strumenti sempre migliori e sempre meno da comunicarci a vicenda. Ci scambiamo solo delle informazioni. Valentine parla con il suo ragazzo, che è in Inghilte,i-a, appunto così. Ma la conversazione con il Giudice è riuscita. Perché non avviene per telefono. Chi è il Giudice? Il.filmprovoca tale domanda. Ma laformulerò altrimenti: perché il Giudice controlla il biglietto per il battello che porterà Valentine in Inghilterra? Che cosa sa lui del destino della ragazza? Io non so cosa lui sappia. Ho solo pregato Zbyszek Preisner di suonare qualcosa per la scena del biglietto. E l'ha fatto. Forse il Giudice ha usato qualche mezzo per spedire August sullo stesso battello di Yalentine? Forse gli ha permesso di vincere il biglietto a una lotteria? Se Irène Jacob chiedesse a Trintignant per che motivo sta controllando quel biglietto, non otterrebbe risposta, perché non ce l'ho neanch'io. Eppure deve esserci qualcuno che ne sa di più del Giudice. Un narratore onnisciente, che sta al difuori della storia raccontata nel film. Abbiamo già avuto lo stesso problema in precedenza, con Il cineamatore. Jurek Stuhr, nei panni di Filip Mosz, stava facendo un film su uno storpio che lavorava in fabbrica. Il direttore gli doveva chiedere senza mezzi termini perché proprio su quello storpio. Ci

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