Amici maestrie amori L'ARTEDELVEDERE GIANNICANOVASUJOHNCARPENTER "Solo l'artista autentico conosce la vera anatomia dell'orrore" (H.P. Lovecraft) In the mouth of Madness non è solo un nuovo film sull'orrore dei nostri tempi sciagurati e mostruosi: è anche un manuale di resistenza visiva contro la dilagante cecità sociale. E un capolavoro di sovversione visiva. C'è qualcosa di profondamente perturbante nell'immagine finale di In the Mouth of Madness: qualcosa che ci tocca, qualcosa che ci riguarda. Soprattutto, qualcosa che ci obbliga a rifare i conti con la nostra identità di spettatori. John Trent, investigatore privato, è tornato nel mondo "reale" dopo aver visitato una twilight zane, un luogo ai confini della realtà. Lì, nel sonnacchioso villaggio di Hobb's End, Trent ha perso il senso e . il senno, ha cominciato a non saper più distinguere tra finzione e realtà. Lì, tra le villette unifamiliari di una "tipica" cittadina del New England, si è accorto di non sapere più chi è: lettore di un romanzo horror o protagonista del libro che sta leggendo ? Consumatore di favole macabre o vittima dell 'orrorechequalcun altro ha scritto su lui e per lui? Tornato nel mondo "vero" (vero?), Trent è finito in manicomio e ha riempito il tempo scrivendo geroglifici a forma di croce sulle pareti della cella e sui suoi abiti. Ha scritto sul corpo. Ha fatto del suo corpo un testo. Poi, nell'apocalisse che ormai incombe su una città interamente contagiata dalla sua stessa follia, Trent si ritrova per le strade deserte di quel che un tempo era il mondo e si infila nella platea vuota di un cinema in cui si proietta - guarda caso - proprio il film tratto dal libro di cui egli e stato al contempo lettore e personaggio. In the Mouth of Madness, ancora e sempre: seduto in prima fila, con un sacchetto di pop-corn in grembo,John Trent guarda se stesso sullo schermo. Con gli occhi abbacinati ed acquosi di Jack Nicholson in Shining, come inebetito, John si guarda. Si guarda e sorride: fino alla fine del mondo. Nel suo riso - così nevrotico, così ignaro - c'è tutta la tragedia del nostro guardare: l'onanismo di una società dello spettacolo in cui sembra che tutti non riescano più a vedere altro che la propria immagine riflessa, l'ebbro narcisismo solipsista di una collettività che riesce a godere delle immagini solo se queste assomigliano a uno specchio. Non c'è speranza, nell'ultimo film di John Carpenter. C'è piuttosto una diagnosi allarmata di quel che stiamo diventando e-forse-già siamo diventati. Non credete a chi vi dirà che In the Mouth of Madness e un filmetto dell'orrore un po' sopra le righe. Attraverso l'orrore Carpenter questa volta (ma non è la prima volta) si avvicina a Godard. E riprende a bastonare la società dello spettacolo (la sua/nostra autofagia) con una radicalità degna di Theodor Adorno o di Guy Debord. Lacrime e sangue Non siamo più capaci di guardare, suggerisce l'ultimo 39 Carpenter. Sappiamo solo guardarci. Guardare costa fatica, sofferenza, dolore. Espone al rischio di traumi e ferite. Al brivido dello shock. I grandi del cinema lo urlano da sempre, ma noi non li ascoltiamo più. Preferiamo lo specchio (la TV?) allo schermo (il cinema?). Pretendiamo che anche il cinema, i libri e i mass-media diventino specchi. Se no non il guardiamo. Non li compriamo. Non votiamo per loro nei sondaggi e nelle ricerche di mercato. Eppure gli specchi-ci avvertiva John Carpenter in Il Signore del Male- sono la sede del "diavolo", il "luogo" in cui il "Male" si manifesta. Certo: guardarsi allo specchio e rilassante, piacevole, gratificante, mentre guardare i I mondo non lo è quasi mai. La protagonista femminile di In the Mouth of Madness lo prova direttamente sulla sua pelle: obbligata dallo scrittore Sutter Cane a guardare l'orrore del mondo, reagisce con· un pianto che ha il colore del sangue. È talmente disabituata a guardare, che si ferisce non appena si prova. Che cosa ha visto l'ultimaeroinacarpenterianaperpiangeresangue?Probabilmente ha visto l'orrore di un mondo che non e fatto a sua immagine e somiglianza. Per questo reagisce al trauma piangendo. Per questo. Ma il suo pianto non ci commuove, il suo dramma non ci spinge a "specchiarci". Non sappiamo più piangere, sappiamo solo sorridere. Tutti assieme appassionatamente, sorridiamo beoti: sorr1s1 in serie, sorrisi clonati. Modello "suilvioberlusconicommunication": a 32 denti perfettamente spazzolati, smerciando ottimismo e miracoli in offerta speciale. Fino a quando? Fino alla fine del mondo? Nel buco nero dell'altrove La sequenza più bella di In the Mouth of Madness è quella del viaggio di John Trent e della sua collaboratrice verso il nonluogocherispondeal nome di Hobb's End. Chiusi nell'abitacolo dell'automobile, i due viaggiano di notte immersi in un buio color pece tanto spesso e oscuro da cancellare il mondo. Notte, notte, ancora notte: a tratti sembra quasi di essere dalle parti di Detour. Solo i fari dell'auto illuminano la striscia bianca che segna la mezzeria della strada. Poi, all'improvviso, anche questo ultimo "segno" (questo residuale frammento di "senso") inspiegabilmente scompare e lo schermo per un attimo diventa nero. Gli occhi della donna si sforzano di vedere e di mettere a fuoco, ma l'oscurità e impenetrabile e lo sguardo sperimenta la vertigine della cecità: assenza di visioni, avventure dentro un mondo invisibile. All'improvviso le ruote dell'auto scivolano su qualcosa di morbido e chiaro: forse è l'asfalto che ha mutato colore forse sono le nuvole nel cielo sottostante.L'auto gal leggi a nel vu,oto, forse vola. È entrata nel!' altrove. Ma per farlo ha dovuto azzerare la visione ordinaria e quotidiana della strada, ha dovuto passare attraverso l'esperienza iniziatica della nonvisibilità. Come in Le avventure di un uomo invisibile, la sottrazione di qualcosa al lo sguardo è l'operazione propedeutica al ritrovamento di uno sguardo nuovo, capace di vedere quello che prima aveva disimparato a osservare. Di nuovo: dobbiamo reimparare a guardare. Dobbiamo riapprendere ad esercitare lo sguardo. Il cinema di Carpenter ce lo dice da sempre, tanto che tutti i suoi film pullulano di ordigni e espedienti che consentono questa visione alter-ata: dalla nebbia Carpentere un instancabile sperimentatore di "tecnologie" che consentano di vedere I 'altrove. John Nada, forever John Nada: già nel nome il protagonista di Essi vivono è il prototipo dell'uomoqualunque(John) approdato alle sponde del nichilismo plurilinguistico (Nada). Bisogna sperimentare il nada (il nulla, il vuoto, la cecità) per riuscire a vedere davvero. Gli occhiali neri di Essi vivono, in questo senso, hanno la stessa funzione, gnoseologica del buio che avvolge il
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