30 Amicimaestrie amori UNO SCANDALOCHEDURA DA DIECIMILAANNI PAOlAMAlANGASU Wv1ERICA Si esce stravolti dall'ultimo film di Gianni Amelio. Con gli occhi tesi, persi nel quadro allargato del Cinemascope, il cervello in subbuglio, stimolato da innumerevoli impulsi incrociati, braccia e gambe agitate, desiderose di prendere in mano le proprie cose e scappare non si sa dove, il cuore lucido, colpito nel profondo come non capitava da tempo. Con buona pace di Menenio Agrippa, del cui discorso il truffatore mascherato Fiore/Michele Placido si impadronisce per arringare una folla di operai che sembrano usciti da Metropolis di Fritz Lang, le nostre membra e i nostri sensi sono a pezzi. Esplosi sin dalla prima inquadratura, per effetto di un'apocalisse storico-geografica già avvenuta fuori campo, in un prima che non riusciamo ad identificare. Apocalypse now, now vent'anni fa? cinquanta? l'altro ieri? Non importa, ora è sempre, perché la Storia è "uno scandalo che dura da diecimila anni" diceva Elsa Morante nel sottotitolo del suo libro da cui viene anche\! titolo di questo film. Lamerica senza apostrofo, come diceva il piccolo Useppe, perché i sogni, soprattutto quelli all'incontrarla, non si riconoscono nella grammatica italiana. Per due ore galleggiamo in un mondo da day after, avanziamo tra pioggia, fango e cemento, sgomitiamo tra. masse di sopravvissuti che debordano dallo schermo, ogni tanto inciampiamo in qualche narco-televisore sintonizzato sul regime dell'idiozia, in cui i prezzi sono giusti e ombre di fanciulle in fiore si dimenano seminude in una specie di ipnotica danza degli spettri. Le straordinarie luci spente di Luca Bigazzi non danno scampo, il formato ci costringe ad un'ampiezza di visione che mai avremmo immaginato così dolorosa. Frammenti di dialogo ci indicano che siamo nel 1994. Ma sono dialoghi di una realtà deflagrata e scomposta: 1984 + IO, versione tricolore. Due faccendieri italiani si precipitano come iene in Albania per spolparne la carcassa e fanno colazione in una fabbrica che sembra uscita da Schindler's List, con quei mucchi sinistri di modelli per scarpe. Sono soddisfatti: hanno trovato i I prestanome che cercavano per la loro fantomatica "Alba calzature", alba che non sorgerà mal dopo l'arrivo dei contributi governativi. Sono soddisfatti, ma non hanno capito che il loro uomo è E.T. Non l'abbiamo capito subito nemmeno noi, ci è voluto del tempo per mettere insieme i pezzi. Ci è voluta una seconda visione, un po' più concentrata su questo personaggio stravagante e un po' meno sul dettagli dell'oggi (il post-comunismo, il capitalismo selvaggio e tangentaro, eccetera). Ma è proprio il disertore Spiro/Michele (Carmelo Di Mazzarelli, attore preso dalla strada, stupefacente) la chiave di volta del film di Amelio, capolavoro assoluto del cinema italiano post-bellico e non solo di questi nostri tempi malati (a Venezia se ne accorgeranno fra cinquant'anni, quando dedicheranno al regista una retrospettiva). Come l'alieno di Rambaldi, Spiro sembra uscito dal sottosuolo. Non sa parlare al telefono, però vuole insistentemente tornare a casa. E non trova ad accoglierlo i bravi bambini di Spielberg, ma un gruppo di monelli alla Sciuscià che gli rubano le scarpe (a lui, il Presidente della "Alba calzature"!) come in Paisà di Roberto Rossellini. Non è cinefilia esibita, questa. Sono libere associazioni visive che vengono spontanee e che aiutano ad orientarsi sensorialmente in un film che ad un certo punto perde di proposito la bussola della ragione per avventurarsi nel regno orrorifico della memoria sepolta. Perché dietro e dentro il caos post-apocalittico ribollono particelle separate di un patrimonio personale e collettivo disperso. Lamerica siamo noi, ma noi siamo anche l'Albania. Difficile? Non tanto se si guarda e si ascolta Spiro/Michele che, confondendo le carte del tempo, dà senso al percorso sfasato e volutamente sbandato di Amelio. Dopo aver scrutato il suo viso, dove campeggiano due occhi infantili e puri, seguiamo le sue mani, il dito di E.T. nodoso e informe moltiplicato per dieci: si chiudono e si aprono senza parole ad indicare un'età assolutamente improbabile adesso ma vera cinquant'anni fa, totale sradicamento fisico e psicologico in un unico gesto shock, trauma che si rimargina solo in unadolcefolliaregressiva; si congiungono acoprire ilviso bersagliato dagli insulti di Gino, ragazzino arrogante e ignorante (Enrico Lo Verso, "ma ti hanno messo in galera i socialisti o i comunisti?"); spezzano e dividono il pane con i giovani compagni di strada alla ricerca di un Eden terrestre che non esiste. Queste mani sono l'unico dettaglio fermo di un kolossal stracolmo di persone, che ondeggia e si sbilancia come i camion che portano i profughi al porto e le navi che li traghettano in Italia. A ciascuno i suoi riferimenti per queste immagini sovraffollate (la pittura del Seicento, le vecchie copertine della Domenica del Corriere, i mondi sotterranei del cinema di fantascienza): paradossalmente, nel film di Amelio c'è posto per tutto, anche se abbiamo l'impressione che lo schermo faccia fatica a contenere ciò che il regista ha inquadrato. Nel caos biblico che lo governa e che ci contagia irresistibilmente durante e dopo la visione, e anche adesso, nella scrittura, le mani di Spiros, "sporche" in senso sartriano, affondano nel l'humus dell'intero secolo, visto dalla parte degli umiliati e offesi, costretti a perdere il senno per salvarsi la vita. E, quasi riemerse dal!' Al di là, ci guidano nell'ardua impresa di tenere insieme i fili di un universo sfilacciato e magmatico, congiungendo - l'emigrazione dì ieri con quel ladi oggi, ipadri di ieri e i figli di oggi, l'Est e l'Ovest, l'incubo e il sogno, la disperazione e la speranza, l'Italia degli anni 40 e quella dei 90, il neorealismo e il cinema spettacolare. Bisogna essere un po' folli come lui per comprendere (in senso etimologico) ildisegno del mondo travoltodall' apocalisse. EAmelio, che all'inizio - nonostante tutto - si sforza di tenere insieme e sotto controllo il racconto, poi si lascia andare completamente, facendosi indicare la strada da un padre-bambino con un figlio adulto che si chiama, non a caso, Giovanni. Quel Giovanni che non si vede, trait d'union generazionale tra Spiro e Gino è proprio il regista. Perché Lamerica anche questo: la ricerca di un padre, delle radici, di se stessi per riconoscersi dopo l'esplosione e avere qualcosa da dire a chi, come Gino, quest'esplosione non l'ha nemmeno avvertita. Come se avesse appreso la verità dal padre, Amelio ad un certo punto abbandona Spiro per correre da Gino e pedinarlo nella sua necessaria discesa agli inferi, ex figlio di papà smarrito in un paese che comincia a vedere come lo specchio del suo, circondato da aspiranti e grotteschi "italiani veri". Anche lui deve calarsi nel sottosuolo, anche lui deve avere l'anima sporca e lacera prima di tornare a casa. Deve vergognarsi, come 'dovremmo vergognarci tutti. E infatti, quando Spiro e Gino si rincontreranno sulla nave dei profughi, il secondo volterà la testa. Non del tutto, non a lungo. Perché una mano lo chiama con un cenno, pronta a dividere il pane in attesa di un sogno che pian piano sfuma nel sonno. Lamerica è lontana. Di fianco, sopra e sotto, ci sono volti di un'intensità quasi insostenibile. Ci guardano senza parole, chiedendo infine, con un semplice sorriso, di fare in modo che la Storia non sia più uno scandalo per nessuno e che i puri di cuore non siano più, mai più alieni. (pubblicato su Due/, n. 18, ottobre 1994)
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