Linea d'ombra - anno XIII - n. 110 - dicembre 1995

24 negato ...). Solo negliAttiRossellini accetta in pieno un universo e una dinamica orizzontale, terrestre, perché conciliati con un universo e una dinamica verticale, siderale. Prima, la terra appariva insufficiente a contenere le emozioni cosmiche dell'uomo, ma il "salto" appariva anch'esso impossibile: i film si arrestavano un attimo prima che la freccia scoccasse, e si restava in tensione: come alla fine, esemplare, di Stromboli. Gli Atti, invece, seguono rasoterra il percorso di questa freccia; e la terra, vista così, appare un vaso capace di contenere l'uomo nella sua totalità. Il cinema di Rossellini è un cinema dell'erezione e dell'eiaculazione, e quindi del concepimento; cinema geometrico, è un cinema della linea tesa e del cerchio. Ma patisce un arresto: ci fermiamo prima del parto (con la sola eccezione del Miracolo: donde il titolo). Negli Atti, invece, il figlio tanto atteso è nato, e gira per il mondo. Il cerchio è diventato sfera. D'altra parte, il cinema di Rossellini è un cinema della violenza generazionale: omicidi e suicidi, uccisioni di padri e di madri e negazioni di se stessi, con gli occhi di chi "viola" volti al futuro ... Parafrasi della sacra famiglia, lacerata da un figlio visionario che uccide i genitori e si suicida per dare al mondo l'energia per una rivelazione totale. Questo figlio - partorito da Nannina (Il Miracolo), contenuto nel ventre di Karin (Stromboli), ucciso in quello di Pina (Roma città aperta); giovane-vecchio in Roma città aperta, Germana anno zero, Europa '51 - è un adulto-bambino nella Prise de pouvoir: perdonatemi dice alla madre, negandola, o Louis XIV, così come Edmund in Germania anno zero si era ritratto di fronte alle carezze del padre morente per mano sua. È il sacrificio necessario per rigenerare il mondo; il tempo della violenza e dell'intolleranza, dei gesti assoluti (mitici), contrapposto al tempo della pace, della tolleranza, dei gesti quotidiani (storici). Dopo, vengono gli Atti; dopo che il sacrificio del Cristo omicida e suicida è stato compiuto, nel la sua "assenza" e nel suo ricordo, i testimoni compiono gli atti della rivoluzione: atti né nostalgici né utopici, né volti al passato né proiettati nel futuro: atti del presente. Ma di quale presente si tratta? Quello storico e quello mitico, insieme. In una parola: presente continuo, presente cosmico. E il cerchio si chiude. Ma, dice Rossellini in India ripreso da Godard, "la verità è in tutto e anche, parzialmente, nell'errore". Il cerchio è chiuso per essere subito riaperto: la piaga rimarginata dev'essere lacerata. Perché la verità è tanto più "vera" quanto più è dolorosa. Anche gli Atti, così totali, prevedono il loro "errore": quel difetto di totalità che permette l'intrusione di maggiore verità ancora. Il peccato di Adamo e quello di Caino sono necessari per superare il paradiso terrestre e andare ad oriente, e oltre !'"oriente" ... questo che mi pare di cogliere nella quinta, misteriosissima puntata degli Atti. Paolo, dopo i viaggi che dal (medio) oriente lo hanno portato in Europa, si trova di fronte a due incognite: Atene e Roma: che sono poi anche due "origini". Rispetto a esse i conti non sono chiusi, gli atti risultano inconclusivi, e il grande viaggio di Paolo è solo il primo di una lunga serie. Il "paradiso", ancora una volta, è spostato nel futuro; ancora una volta, nonostante tutto, uno scacco chiude un film di Rossellini; e ancora una volta da questo scacco emergono le direzioni del nuovo viaggio, del nuovo film: Socrate, Caligola ... Neppure stavolta Rossellini accetta di "esaurirsi" in un film, in un personaggio, in un eroe: di proporre un'armonia totale che elimini la tensione verso altre armonie. Ogni suo film s'interrompe, "muore", per poter divenire altrove. Pietro: "Avremo la forza, la pazienza per essere il seme che accetta di marcire?"; Paolo: "Ho combattuto il buon combattimento. Ho terminato la corsa. Ho conservato la fede". Il cinema di Rossellini è un'ampia variazione sul tema della redenzione e su quello della dannazione. La ricerca del primo elemento, però, è sempre accompagnata dalla presenza latente del secondo: il paradiso può essere raggiunto solo dopo aver percorso l'inferno; come appare chiaramente nel finale di Stromboli: il vulcano è "infernale" prima della notte stellata, "paradisiaco" dopo. Così, negli Atti la redenzione sta nel regno della necessità, la liberazione dell'uomo è vista attraverso il suo contatto con la terra e col lavoro. L'itinerario attraverso il regno della necessità è visto qui come un fatto positivo: al contrario della discesa dal monte di Nannina nella prima parte del Miracolo, al contrario delle passeggiate di Edmund nella Berlino distrutta di Germania anno zero. Il contatto col "dato", col presente, appariva in quel film uno scacco: saltare nel vuoto-nell'assoluto-era l'unico modo per essere veramente umani. Ma dopo aver sperimentato la salvazione nell'assoluto (e si vedano anche, soprattutto, Francesco e India), Rossellini è libero di tentare la strada della terra e dell'acqua: degli Atti. Ma, abbiamo visto, anche questa strada, necessariamente, prevede uno scacco. La redenzione contiene in sé la dannazione. Dove sta questa "dannazione", ci chiediamo? Questa dannazione redentrice? Essa sta nel ritorno alle origini: essere animali, essere pietre; e, più in là, nell'accettazione della morte. L'armonia totale alla quale Rossellini aspira stasqtto l'uomo. "Essere, finalmente, ilpiù cretino",comedicerossellin1anamente Carmelo Bene, vuol forse dire non essere né Irene né Paolo, e neppure Nannina o- Francesco: ma semplicemente essere la cagna di Una voce umana, la capra del Miracolo, la gatta dell'Invidia, la scimmia di India; o essere le pietre: macerie di Germania anno zero, lava di Stromboli, lapilli e gessi di Viaggio in Italia, monumenti della Prise de pouvoir, sassi degli Atti; oppure forse, essere Pietro, che guarisce lo storpio guardandolo negliocchi,con la vena del collo tesa spasmodicamente, ricolma della vita che, dalla stessa vena, sfuggiva alla prostituta di Europa '5 I, assistita da un'Irene impotente, ancora incapace di "miracoli". Ma essere pietra equivale, alla fine, a essere stella (pietra che dà luce) e luna (pietra che riceve luce); o essere scheletro, o polvere, o cenere: residuo di fuoco. Ritorno all'inorganicità. Morte. Ma la morte vuole la vita, il fuoco l'acqua. La dialettica è questa; così come, cinematograficamente, quella fra pianosequenza (immortale) e montaggio (mortale): rendere mortale l'assoluto, "umano" il paradiso. Quel meilleur idéal proposer aux hommes d'aujourd'hui, qui soit au-dessus, et au-delà d'euxmemes, sinon la reconquete, par la connaissance, du néant qu'ils ont euxrnernes découvert? (Finale di Le gai"savoir di Jean-Luc Godard). (testo scritto nel giugno 1969 e pubblicato sul Patalogo lO, l987)

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