Linea d'ombra - anno XIII - n. 110 - dicembre 1995

16 Trenta - in ogni caso agli americani - penso che la domanda stessa sia strana. C'era un tempo in cui avremmo risposto "certo" di primo acchito. Ma che oggi, alla fine degli anni cinquanta, si possa porre seriamente tale interrogativo, è per me - e per molti della mia generazione - davvero inquietante. Forse il "contenuto sociale" degli anni Trenta in America era troppo facile (sappiamo che era così), ma i vibranti anni trenta avevano il positivismo e la certezza di un progresso generale che mancano tristemente ai superficiali anni cinquanta. Il Sunday Times ha di recente pubblicato una lunga intervista a · Edmund Wilson, secondo il quale la fiducia implicita nel progresso della gente nata nel XIX secolo si era perduta nel XX secolo. Forse ha ragione, ma una generazione di molto successiva a quella di Wilson ritrovò la stessa fiducia e fede cieche nell'America degli anni Trenta. Personalmente, sono cresciuto in una splendida ignoranza della politica e, durante tutti i miei anni di università, ero del tutto indifferente a qualsiasi problema o sconvolgimento sociale, finché mi trovai improvvisamente immerso in uno dei più grandi: la Grande Depressione, dopo il tracollo del 1929. È da questo mondo sottosopra che è emersa la mia generazione. La Depressione ha annientato ogni nostra idea preconcetta sulla vita e sul ruolo che svolgevamo. Immagino che, per la prima volta, dovessimo vedere e pensare al di fuori di noi stessi. C'erano molte cose che non potevamo evitare di vedere, cose che una volta viste, erano impossibili da dimenticare. E vedendole, la maggior parte di noi non poteva semplicemente abbandonare la lotta. Le assurdità, gli orrori, le stoltezze e le contraddizioni erano troppo evidenti, troppo ineluttabili, la responsabilità troppo chiara: da quel momento, potevamo solo essere a favore o contro. (Non era così semplice, è ovvio, per ogni problema da affrontare). Per fortuna, allora sembrava che molto potesse essere fatto. Mi auguro che gli obiettivi raggiunti all'epoca dalla nostra generazione (per quanto temerari e ingenui fossero spesso stati) abbiano contribuito, in una certa misura, a far sì che la situazione di oggi non sia così disperata come appare alla "Beat Generation" attuale. Molti di noi non uscirono indenni dalla lotta - disillusi, delusi, perseguitati, traditi, impotenti e persino annichiliti. Ma pochi di noi avrebbero fatto altrimenti, a dispetto delle conseguenze. Un'impronta personale Torniamo al mestiere del regista. Ricordate forse un solo film di valore, d'importanza o di successo (una di queste cose o tutte e tre assieme) che non sia marchiato da una firma, che non porti i segni di una individualità con tutti i suoi conflitti, i pregiudizi, le pulsioni e anche gli errori, che non abbia insomma un'impronta personale? E non è proprio questo il contenuto? Ogni essere umano ha una forte personalità, ogni artista che voglia comunicare attraverso una qualsiasi forma o mezzo possiede una visione della vita. È quello il contenuto, il contenuto sociale. Persino quando il clown finisce con il sedere per terra, se il clown è bravo, la sua caduta è segnata dalle sue opinioni (consapevoli o meno). Vi chiede di ridere delle tragedie che colpiscono una grossa dama, un uomo pomposo, un bambino o un ebreo? A chi vanno le sue simpatie? Quali sono le cose che trova buffe? Sì, immaginocheesistanospettacoli del tutto privi di personalità e opinioni spiccate. Ma non chiedono forse implicitamente uno "status quo permanente"? Non dicono in realtà: "non fate l'onda" o "viva noi"? E vale la pena di prenderli sul serio? Lo scopo della vita stessa dell'artista non è forse "dire" qualcosa? Lui ha la voglia, il bisogno, l'energia di "trasmettere", e pure questo è sociale. Guardiamoci dall'artista che non dà nulla di sé, che non rivela le sue opinioni, i suoi pregiudizi e, sì, i suoi punti di vista! Può darsi che dica che la vita è bella o fa schifo, che l'atto sessuale è divino o ridicolo, che il crimine paga o non paga, che detesti le masse; ma vuole dirlo lo stesso. C'è un solo valore assoluto, in qualsiasi arte che si rispetti, ed è il punto di vista (vale adire il contenuto). Se non c'è traccia di un'opinione, l'arte è sterile. La sterilità, per quanto la si possa camuffare, è la morte del teatro e del cinema. Il contenuto, soprattutto il contenuto sociale-e a volte la propaganda - ha spesso salvato il teatro e il cinema dal marasma economico. Ma tuttora, la lotta tra l'individuo (regista o sceneggiatore) che grida il suo messaggio, e il produttore che chiede formule che "funzionavano l'anno scorso" senza mai capire perché funzionassero - tuttora, questa lotta, fa rabbia. In molti anni di lavoro teatrale e cinematografico, non sono mai riuscito una sola volta a realizzare un film completamente ed esattamente come avrei voluto io. Si cerca allora di far passare ciò che si vuol dire con i dettagli, con la recitazione degli attori e con lo stile. Si prova ad aggiungere a un soggetto relativamente inoffensivo delle note particolari per colmare il fossato tra il soggetto e la vita reale. Ed è chiaro che un regista può fare una cosa positiva, cioè evitare gli argomenti che possono portare a pregiudizi, favorire la corruzione e l'ostilità. Nessun pubblico vuole crogiolarsi nella decadenza o nel I' orrore, né autocommiserarsi a lungo, qualunque sia la confusione imperante e malgrado le risposte siano oscure e complesse. C'è sempre un pubblico positivamente reattivo ai fatti che gli vengono mostrati. A mio parere, non c'è niente di più sbagliato-sotto ogni punto di vista,compresoquelloeconomico-cheesserecondiscendenti verso il pubblico o rimpinzarlo di spettacoli o film non polemici e privi di contenuto. Per questa ragione, le fasi critiche, soprattutto in termini economici, possono essere periodi di bazza e opportunità per il regista veramente creativo. È già un truismo (persino nelle riviste di settore) affermare che la depressione e la crisi attuali dell'industria cinematografica americana e inglese, non siano interamente dovute alla televisione e alla recessione, ma in buona parte ai brutti film. Ovvero a film senza originalità, contenuto o coraggio. Siamo giunti ad un punto in cui gli uomini d'affari hanno ottenuto una vittoria di Pirro, poiché loro stessi corrono il rischio di morire nelle braci dell'incendiochehanno appiccato. Per fortuna, i veri registi non hanno ancora abbandonato la partita! E film come Room at the Top (Jack Clayton, 1958) e, ci auguriamo, Look Back in Anger (Tony Richardson, 1958) - per citarne solo due britannici- permetteranno forse ai registi davvero creativi e con una coscienza sociale, di aprire un nuovo varco. E forse i loro film salveranno di nuovo gli uomini d'affari privi di coscienza sociale e d'immaginazione. Altri segnali danno una speranza di rinnovamento, tra i quali una censura più adulta. La strada sarà lunga e faticosa, fosse solo per ritrovare il livello della fine degli anni quaranta, ma il cinema può superare di gran lunga l'apice precedente e dovrà farlo, se vuole competere con successo con gli altri mass media e soddisfare un pubblico via via più competente e selettivo. Il pubblico dei "dodici anni" o dei "nove pence", come lo definiva un cliché spregiativo, è Una finzione - tranne quando è alimentato da commercianti senza scrupoli né spirito creativo. Contrariamente ai veri registi. Viva il contenuto sociale! Copyright 1959. Tratto da: L'oeil du Mairre. Textes reunis et présentés par Miche! Ciment.

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