Linea d'ombra - anno XIII - n. 110 - dicembre 1995

14 regista magnifico, gli attori straordinari, la realizzazione geniale eccetera. Orbene, tutto questo talento, tutto questo savoirfaire, tutta la complicazione che comporta la gran mole del film, sono stati messi al servizio di una storia stupida, che si distingue solo per la bassezza morale. Mi viene in mente quel meccanismo straordinario dell'Opus Il, apparecchio gigantesco, fabbricato con il miglior acciaio, dotato di mille complicati ingranaggi, tubi, manometri, quadranti, esatto come un orologio, imponente come un transatlantico, che serviva solo a timbrare la corrispondenza. Il mistero, elemento essenziale di ogni opera d'arte, manca in genere nei film. Auto1i, registi e produttori evitano con ogni cura di turbare la nostra tranquillità aprendo la meravigliosa finestra dello sche1mo al mondo liberatorio della poesia. Preferiscono proiettare su di esso quei temi che ci danno l'impressione di continuare la nostra vita di tutti i giorni, ripetere mille volte lo stesso dramma, farci dimenticare le ore penose del lavoro quotidiano. E tutto ciò, naturalmente, sancito dalla morale consuetudinaria, dalla censura governativa e internazionale, dalla religione, presieduto dal buon gusto e condito con un po' di umorismo ottimistico e con altri prosaici imperativi della realtà. Se invece desideriamo vedere del buon cinema, raramente lo troveremo fra le grandi produzioni, o fra i successi decretati dalla critica e dal consenso di pubblico. La storia singola, il dramma privato di un individuo non credo possano interessare nessuno che sia veramente degno di vivere la sua epoca; se lo spettatore prende parte alle gioie, alle tristezze o alle angosce di qualche personaggio dello schermo, dovrà essere perché vede riflesse in lui le gioie, le tristezze o le angosce di tutta la società, e pertanto le sue personali. La mancanza di lavoro, l'insicurezza della vita, il timore della gue1Ta, l'ingiustizia sociale ecc., sono temi che interessano lo spettatore di cinema nella misura in cui interessano tutti gli uomini d'oggi; ma che il signor X non sia contento a casa sua e si cerchi un'amica per distrarsi e alla fine l'abbandoni per riunirsi poi con la sua devota sposa, potrà anche essere indubbiamente una cosa edificante, ma ci lascia del tutto indifferenti. A volte l'essenza cinematografica scaturisca inusitatamente da un film insignificante, da una commedia buffa o da un volgare romanzo d'appendice. Man Ray ha detto, con parole dense di significato: "I peggiori film che io abbia visto, quelli che mi fanno dormire profondamente, hanno sempre cinque minuti meravigliosi; e i film migliori, di maggior successo, hanno soltanto cinque minuti_ che valgono la pena: ossia, tanto nei buoni che nei cattivi film, al di sopra e malgrado le intenzioni dei loro realizzatori, la poesia cinematografica fatica a venire alla superficie e manifestarsi". Il cinema è un'arma meravigliosa e pericolosa se viene usata da uno spirito libero. È lo strumento migliore per esprimere il mondo dei sogni, delle emozioni, dell'istinto. Il meccanismo con cui si producono le immagini cinematografiche, per il suo modo di funzionare, è, fra tutti i mezzi di espressione umana, quello che più somiglia alla mente dell'uomo o, meglio ancora, quello che meglio imita il funzionamento della mente in stato di sonno. B. Brunius ci fa notare che la notte che invade lentamente la sala equivale a chiudere gli occhi: allora comincia nello schermo, e nell'uomo, l'incursione attraverso la notte dell'inconscio: le immagini, come nel sogno, compaiono e scompaiono fra dissolvenze e oscuramenti; il tempo e lo spazio si fanno flessibili, si contraggono e si dilatano a volontà, l'ordine cronologico e i valori relativi di durata non corrispondono più alla realtà; l'azione di un cerchio è trascorrere, in alcuni minuti o in vari secoli; i movimenti accelerano i ritardi. Il cinema sembra sia stato inventato per esprimere quella vita subcosciente che con le sue radici penetra così a fondo la poesia; e tuttavia quasi mai lo si utilizza a questo fine. Tra le moderne tendenze del cinema, la più nota è quella cosiddetta neorealista. I suoi film presentano davanti agli occhi dello spettatore spaccati di vita reale, con personaggi presi dalla strada e perfino con fabbricati e interni autentici. Tranne eccezioni, e cito in modo particolare Ladri di biciclette, il neorealismo non ha fatto nulla affinché prenda risalto nei suoi film ciò che è proprio del cinema, intendo dire, il mistero e il fantastico. A cosa ci serve tutto questo appariscente infagottamento se le situazioni, gli impulsi che animano i personaggi, le loro reazioni, gli stessi argomenti sono stati tolti di peso dalla letteratura più sentimentale e conformistica? L'unico apporto interessante che ci ha dato, non il neorealismo in generale, ma Zavattini in particolare, è stato l'elevazione al rango di categoria drammatica dell'atto insignificante. In Umberto D., uno dei film più interessanti prodotti dal neorealismo, una donna di servizio, durante tutta una bobina, ossia per dieci minuti, compie degli atti che fino a poco tempo fa sarebbero sembrati indegno dello schermo. La vediamo entrare in cucina, accendere il fuoco, mettere la pentola a scaldare, versare più volte una brocca d'acqua su un esercito di formiche che avanzano in fila indiana verso le vivande, porgere il termometro ad una vecchia che si sente la febbre ecc. ecc. Malgrado la trivialità di queste situazioni, quelle manovre si seguono con interesse e perfino con suspense. Il neorealismo ha introdotto nell'espressione cinematografica alcuni elementi che ne arricchiscono il linguaggio, ma niente di più. La realtà neorealista è incompleta, ufficiale: soprattutto ragionevole; ma la poesia, il mistero, ciò che completa ed estende la realtà tangibile, manca nel modo più assoluto dai suoi prodotti. Confonde la fantasia ironica con il fantastico e l'umorismo nero. "La cosa più straordinaria del fantastico- ha detto André Breton -è che i I fantastico non esiste, tutto è reale". Tempo fa, parlando con lo stesso Zavattini, ebbi occasione di esprimere il mio dissenso rispetto al neorealismo; stavamo mangiando insieme, ed il primo esempio che mi venne in mente me lo suggerì il bicchiere di vino in cui stavo bevendo. Per un neorealista, gli dissi, un bicchiere è un bicchiere e nient'altro: ci farà vedere come lo tirano fuori dalla credenza, lo riempiono, lo portano a lavare in cucina, dove viene rotto dalla donna di servizio, la quale potrà essere licenziata, oppure no, ecc. Però quello stesso bicchiere contemplato da uomini differenti, può esser mille cose differenti, poiché ciascuno di loro carica di affettività quello che contempla, e nessuno lo vede così com'è, ma come i suoi desideri e il suo stato d'animo vogliono vederlo. Io sono per un cinema che mi faccia vedere questo genere di bicchieri, poiché mi darà una visione integrale del la realtà, accrescerà la mia conoscenza delle cose e delle creature, e mi spalancherà il meraviglioso mondo dell'ignoto, di tutto ciò che non posso leggere nella stampa quotidiana né trovare per la strada. Non dovete credere da quanto ho detto che io sostenga soltanto un cinema dedicato esclusivamente all'espressione del fantastico e del mistero, un cinema di evasione che pretenda di sommergerci nel mondo incosciente del sogno sdegnando la nostra realtà quotidiana. Anche se molto brevemente, ho segnalato poc'anzi l'importanza capitale che attribuisco al film che tratta dei problemi fondamentali dell'uomo d'oggi, con gli altri uomini. Faccio mie le parole di Emers che definisce così la funzione di un romanziere (leggasi, per il nostro caso, la funzione di un creatore cinematografico): "Il romanziere avrà degnamente assolto la sua missione quando, mediante la rappresentazione dei rapporti sociali autentici, avrà spazzato via il convenzionalismo che ne copre o distorce la natura, avrà distrutto l'ottimismo del mondo borghese e avrà costretto il lettore a dubitare della perennità dell'ordine esistente, anche senza indicarci direttamente una conclusione, anche senza perdere apertamente posizione". Conferenza tenuta all'Università di Città del Messico nel 1958, pubblicata nella rivista "Universitad de Mexico", voi. Ylll n. 4, 1958; trad. it. in Luis Buiiuel, Seri lii letterari e cinematogrcifici, a cura di A.S. Vidal, Marsilio, Venezia, 1984.

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