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LA TERRA VISTA DALLA LUNA RIVISTA DELL'IN1ERVENTO SOCIALE NEL NUMERO DI OTTOBRE VOCI Vinicio Albanesi, Roberto Alajmo, Laura Balbo, ]ardi Borja, Goffredo Fofi, Franco Maresco, Paolo Mereghetti, Antonella Nappi, Nicola Perrone, Silvana Quadrino, PIANETA TERRA Usa: fine del Melting pot? Bruno Cartosio, Maria Nadotti, Maria Pace Ottieri, "New Yorker" SALUTE E MALATTIA Storie di droga e storie di Aids Massimo Campedelli, Francesco Carchedi, Ernest Drucker, Giovanni Mottura, Gerry V. Stimson, BUONI E CATTIVI Il punto sull'immigrazione Giancarlo de Cataldo, Francesco Carchedi, Lorenzo Trucco SUOLE DI VENTO/GIOVANI '95 Inchieste, cronache, iniziative, cinema, recensioni, interviste. LEZIONI Nuruddin Farah: Bastardi dell'Impero IMMAGINI Copertina di Francesco Broli. Un reportage fotografico dalla Somalia di Chris Steele Perkins Disegni di Patrizia La Porta. COME ABBONARSI A LA TERRA VISTA DALLA LUNA: Abbonamento annuale (11 numeri annui) L. 70.000 (estero L.140.000) da versare sul e.e. 88114004 intestato a Donzelli editore s.r.l., Via Mentana 2 - 00185 Roma, specificando la causale" Abbonamento a La terra vista dalla luna". Per informazioni: Ufficio abbonamenti Riviste Donzelli, tel. 06/4440600, fax 06/4440600. La terra vista dalla luna - Redazione: Via Cernaia 51 - 00185 Roma.Tele Fax: 06/4467993.
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Segreteria di redazione: Serena Daniele Proge110grafico: Andrea Rauch Pubblicità: Miriam Corradi Abbonamenti e amministrazione: Daniela Pignatiello Hanno contribuito alla preparazione di questo numero: Annelisa Addolorato, Claudia Battistioli, Michele Neri, Marco Antonio Sannella, Barbara Verduci, le agenzie fotografiche Contrasto, Effigie e Grazia Neri. IL CONTESTO 4 Marino Sinibaldi 7 Padre Camilla De Piaz 8 Goffredo Fofi SPECIALECINEMA Affreschi e realtà anno XIII dicembre 1995 numero 110 Memoria: Mario Cuminetti Un'anima laica e religiosa La diversità attiva Le cento facce del cinema Goffredo Fofi: Aspettando il duemila (p.11 ), Luis Buiiuel: Poesia e cinema (p.12), Joseph Losey: Lo specchio della vita (p.15), Satyajit Ray: Fare cinema (p.18) · Amici maestri e amori Walter Benjamin: La rivoluzione in una risata. Su Charlie Chaplin (p.22), Adriano Aprà: Cuore, stelle, pietre. Su Robe1to Rossellini (p.23), De/more Schwartz: Un imbroglione patentato. Su W.C.Fields (p.26), Abbas Kiarostami: A lungo, mi sono alzato presto la mattina, a cura di Luciano Barisone (p.28), Paola Malanga: Uno scandalo di diecimila anni. Su Lamerica(p.30), Cesare Fiumi: Fort Alamo o Roncisvalle? (p.32), Mario Martone: Sulle tracce di Elvira (p.34), André Bazin: Viaggio al termine del neorealismo (p.35), Gianni Canova: L'arte del vedere. Su John Carpenter (p.39), Emanuela Martini: Lo spettacolo mangia l'anima. Su Robert Altman (p.41 ), Krzysztof Kieslowski: La politica è la negazione della realtà, a cura di Tadeusz Sobolewski (p.45), Paolo Mereghetti: L'ordine della priorità. Su Serge Daney (p.50), Serge Daney: Quattro recensioni (p.53), Jacques Rivette: Su Kapò (p.58) Cartoline del pubblico fohn Berger: I consigli della mamma (p.60), Giuliana Bruno: Sette modi di essere cinema (p.61 ), Norman Manea: Olocausto & Hollywood (p.62), Amilav Ghosh: Una lettera mai arrivata (p.63), Juan Carlos Rulfo: Frammento di vita (p.63), Hans Magnus Enzensberger: Quando il cinema era proibito (p.64) CONFRONTI 72 74 91 Gianni D'Amo Roberto Salvadori lNBREVE SPECIALESCOZIA 77 78 82 83 85 87 88 88 88 90 Paola Splendore Alisdair Gray James Kelman Agnes Owens Candia McWilliam Liz Lochhead Valerie Gilles Douglas Dunn Edwin Morgan Aonghas MacNeacail SAGGI Su L'astuzia delle passioni di Piergiorgio Bellocchio Il premio "Yilenica" Letture, recensioni, segnalazioni La nuova letteratura scozzese Tu Old Holborn Aspettando l'autobus Una figlia unica Due poesie Lo spettro del Brocken Un trasloco da Terry Street Trio Tornando a casa - 2 Editore: Linea d'ombra Edizioni srl - Via Gaffurio4 20124 66 Milano Tel. 02/6691132 Fax: 6691299 69 Amministratori delegati: Luca Formenton, Ernest Gellner Barbara Lanati Concezioni del nazionalismo Alcol e letteratura in America Lia Sacerdote (Presidente) Distrib. edicole Messaggerie Periodici SpA aderente A.D.N. - Via Famagosta 75 - Milano Tel. 02/8467545-8464950 Distrib. librerie PDE - Via Tevere 54 - 50019 Sesto Fiorentino - Tel. 055/301371 Stampa Litouric sas - Via Rossini 30 - Trezzano SIN LINEA D'OMBRA Iscritta al tribunale di Milano in data 18.5.87 al n. 393. Dir. responsabile: Goffredo Fofi La copertina di questo numero è di Lorenza Mattotti Abbonamento annuale: ITALIA L. 85.000, ESTERO L. 100.000 a mezzo assegno bancario o c/c postale n. 54140207 intestato a Linea d'ombra o tramite carta di credito SI (si veda il tagliando a pagina 2). I manoscrilli non vengono restituiti. Si pubblicano poesie solo su richiesta. Dei testi di cui non siamo in.grado di ri/1.lracciaregli aventi diritto, ci dichiariamo pronti a 011emperare agli obblighi relativi.
~ AFFRESCHIEREALTA MarinoSinibaldi ' cultura (o le culture) della destra è proprio la loro debolezza, che permette flessibilità e incoerenze praticamente illimitate. Al di là della radice storica di questa differenza (è la sinistra che si propone di mutare gerarchie, tendenze e appetiti che vengono percepiti come naturali; è la sinistra dunque ad avere bisogno di un progetto), oggi essa assume caratteri particolarmente aspri. La natura delle contraddizioni cui ho accennato è infatti tale da generare spontaneamente divisioni e contrapposizioni, di portare alla luce interessi e sentimenti particolaristi che la destra è geneticamente capace di gestire meglio. (C'è in verità una contraddizione epocale che si presenta sotto una luce radicalmente diversa e pur mettendo in discussione interessi ampi e forti richiede obbligatoriamente nuove forme di solidarietà e di cooperazione: è quella ecologica, non a caso rimossa e sottovalutata, autolesionisticamente, nel caso della sinistra.) Ma in generale parlare oggi della destra italiana dovrebbe essere superfluo: la sua natura di conservazione degli interessi più gretti - da quelli enormi di Silvio Berlusconi a quelli minimi e non sempre spregevoli del cittadino dirimpettaio a un campo nomadi - la gestione disgregativa delle contraddizioni sociali, il linguaggio eversivo con cui viene liquidato ogni tentativo di mediazione politica e sociale non possono che rimandare a una vocazione autoritaria e antidemocratica. Che ha il vantaggio, già sottolineato su Linea d'ombra, di saldare tendenze antichissime, radicate in qualcosa di vicino al nostro carattere nazionale (così incline al rivendicazionismo particolarista e fazioso e così diffidente - o forse solo disabituato - al concetto di dimensione pubblica e bene comune), con il "cattivo nuovo" di una modernizzazione disgregante e squilibrata. Ma non è del terrore suscitato da questa forza che vorrei Nella tumultuosa confusione politica di questo paese è forse possibile provare a tracciare qualche bilancio e qualche ipotesi. Rischiando rapide e clamorose smentite, data l'imprevedibile vorticosità dei ribaltamenti tattici; ma con la convinzione che questa è la superficie oltre la quale bisogna sforzarsi di andare. Il punto di partenza è il fatto che in questi ultimi tempi sono venuti alla luce una serie di nodi decisivi, frutto di contraddizioni politiche e sociali anche antiche ma mai affrontate, mai risolte. Basta citare la questione della previdenza e delle pensioni, spia vistosa di una trasformazione radicale dei tempi di vita, degli equilibri demografici, dei rapporti tra generazioni diverse, tra lavoro e non lavoro, tra lavoratori dipendenti e autonomi e altro ancora. La soluzione approssimativa e in buona misura provvisoria che è stata data al problema ne ha forse occultato la natura strategica, decisiva nel ridefinire il futuro della nostra società (ma verrebbe da dire, e con molte ragioni, della nostra civiltà lavori sta e solidarista). E in generale, tra i nodi al pettine, quello del lavoro è il più grande, investito da trasformazioni demografiche e produttive ormai evidentemente epocali. Come quelle tecnologiche, con i contenuti di libertà e di autodeterminazione che mettono in gioco, mentre ovunque si rivela insufficiente la capacità collettiva di combattere o almeno limitare la tenden- E la sinistra che si propone di mutare za a concentrare in poche mani un enorme potere mediatico e dunque economico e politico. La crisi dello Stato sociale è un altro fenomeno che, seppure annunciato da anni, solo ora manifesta la sua reale portata, determinando con le privatizzazioni una ridislocazione dei poteri reali all'interno della società e indebolendo ancor più il legame di ogni singolo cittadino con quella che si chiama sfera pubblica. E ancora la questione dell'immigrazione, coi toni esasperati che tende gerarchie, tendenze e appetiti che vengono percepiti come naturali; è la sinistra ad aver bisogno di un progetto. ad assumere non più solo episodicamente né localmente ma come espressione di un'emergenza globale, anche qui indicativa di equilibri che saltano in un intreccio di identità, interessi, paure, difficilissimo da dipanare. Né ha in fondo ragioni diverse la crisi del sistema politico, anch'esso in buona misura costituito su presupposti sociali e culturali propri di un'epoca diversa. Il fatto che la sua crisi terminale sia stata innescata da iniziative giudiziarie è segnale di una incapacità di autoriforma o anche solo di adeguamento che nei sistemi complessi rappresenta l'indizio più sicuro della catastrofe. Ma è probabilmente inutile continuare questo elenco. Basta infatti sfogliare un quotidiano per trovarsi squadernati di fronte una serie di problemi che hanno tutti la caratteristica di essere espressione di contraddizioni che, nuove o no, non possono essere governate con risorse e metodi del passato. La crisi delle culture politiche è frutto di questa situazione: quelle di cui disponiamo sono tutte più o meno inadeguate; la porzione di verità o anche solo di utilità che contengono sembra diminuire sempre più; la necessità di una loro sostituzione farsi e un tempo più urgente e difficile. Il problema è che questa urgenza e questa fatica sembrano pesare in maniera diseguale sulle diverse componenti politiche e culturali. Per limitarsi a parlare dell'Italia, un vantaggio della occuparmi quanto piuttosto del timore provocato dalla debolezza politica e culturale di chi vi si dovrebbe contrapporre. Anche a questo proposito bisogna sfuggire alla tentazione di dedurre da vicende particolari considerazioni troppo generali. E però mi sembra che comportamenti politico-parlamentari di Rifondazione comunista rimandino a qualcosa di più ampio, che non riguarda solo il futuro di un governo o di un equilibrio politico, e soprattutto non coinvolge solo i suoi elettori ma una parte più ampia di gente di sinistra, e direi una parte di ciascuno di noi. La mia ipotesi è che la natura delle divisione e della scissione perfino personale e interiore, per così dire, riguarda proprio l'atteggiamento da assumere verso quelle contraddizioni; e si può riassumere in una sola domanda: governarle o no? Se la risposta a questa domanda non è ovvia è naturalmente proprio per la natura difficile di quelle contraddizioni e delle scelte che impongono, a partire da quella più elementare: da che parte stare? Con i lavoratori di oggi e le loro legittime attese pensionistiche o con quelli di domani le cui possibilità previdenziali si basano su una riforma rapida e radicale? Con gli emarginati del Terzo Mondo o con quelli delle nostre periferie che si contendono se non gli stessi lavori, gli stessi spazi urbani? E si
potrebbe continuare, proponendo alternative egualmente ardue. Il problema è che da quando la lotta di classe - che ovviamente esiste e resiste, qui e altrove - non rimanda più alla contraddizione fondamentale, non esiste più lo spazio immediato e pregiudiziale della sinistra, almeno quella di natura marxistasocialista che è prevalsa in questo secolo. Ben più che le catastrofi dei socialismi realizzati, è questo l'evento che lascia smarrita qualunque sinistra, che radicalizza una divisione che era già implicita nella sua natura e che ripropone quell'interrogativo radicale: governarle o no le contraddizioni della società? Perché il dubbio o il rifiuto nasce dal fatto che la loro natura non consente soluzioni semplici e sicuramente giuste, cioè non contraddittorie con i principi ideali della sinistra e con l'idea di un progresso che gradualmente migliora il mondo, ossia ne sposta in avanti le contraddizioni. Dato che i nuovi conflitti sembrano spingere all'indietro, sul terreno delle rivendicazioni che mettono in dubbio la radice stessa della convivenza civile e dell'identità demoEDITORIALE/SINIBALDI 5 Eppure non c'è via d'uscita se non si riesce a partire dalle proprie ragioni, ad ascoltare anche quelle altrui, a prendere in considerazione anche i diritti alla sicurezza di chi alla presenza di immigrati reagisce con allarmi più o meno giustificati, a non offrire solo risposte astratte o evasive. Ha la sinistra attuale la capacità di fare questo senza perdere se stessa? Ne dubito. E la ragione non è politica (quante cose si potrebbero fare e trasformare con un terzo dei voti!) ma discende da una drammatica insufficienza culturale. Credo che nelle resistenze variamente "estremiste" a questa necessaria trasformazione della sinistra pesi oscuramente proprio quella sensazione di insufficienza. E che dunque in esse non si esprima il coraggio di una coerenza che sfida la storia e scommette sul futuro ma un riflesso (auto)conservatore alimentato dalla paura del nuovo e da un complesso di interiorità verso il mondo come è e come, sembra, sarà. Questo intreccio politico esistenziale si traduce nella convinzione, più o meno chiaramente esplicitata, cratica, non solo quell'esito "progressivo" non è garantito, ma ogni volta la sinistra è messa di fronte allo stesso dilemma, ridimensionare i propri principi e conciliarli con le scelte limitate che la natura dei conflitti di questo fine secolo consente oppure ribadirli proprio contro l'esistente. Questa mi sembra l'origine culturale, quasi antropologica, della divisione nella sinistra. Pensarea una sinistrache governa le contraddizionivuol che non ci sia oggi la possibilità per governare quelle contraddizioni -1 'immigrazione, le fine della società lavorista, la crisi del Welfare e così via - a partire dai valori della sinistra. E che dunque si tratti in primo luogo di salvare quei valori - che tra l'altro hanno dopo il 1989 il vantaggio di non incarnarsi più in nulla di visibile e verificabile - privilegiando un ruolo di resistenza, di testimonianza e magari di vigilanza. In questo caso rinsaldare la propria forza politico-elettorale può consentire di strappare risultati parziali, di ridurre i danni, forse anche di limitare la circolazione sociale di umori velenoPensare a una sinistra che governa le contraddizioni vuol dire infatti farsene carico, non nascondersi dietro i principi generali e ideali e le proprie buone ragioni, rischiare perfino di rinnegarli, chissà quanto limitatamente e provvisoriamente. (La storia della sinistra è infatti segnata da scelte tattiche che diventano strategiche, da Programmi minimi che pregiudicano i Programmi massimi, da motivi d'opportunità che generano mutamenti di valori; e ciò è accaduto e accadrà per una sorta di prigionia della coerenza: il problema dei valori di fondo viene infatti percepito con tale forza, da non potere essere contraddetto da ciò che in epoche e situazioni particolari si è costretti a fare). direfarsene carico, non nascondersi dietroiprincipi, gli idealie leproprie si. A prescindere da un personale fastidio per il suo retroterra psicologico, questo ragionamento si presta a due obiezioni fondamentali. La prima è che in essenza di ampi movimenti sociali "progressisti" le contraddizioni non governate sono in realtà destinate a degradarsi sempre più, sgretolando la stessa base sociale della sinistra. In secondo luogo in nome di quali valori questa sinistra è in grado di condurre le proprie battabuone ragioni, rischiareperfino di rinnegarli. Piuttosto che ammettere questo conflitto drammatico, la sinistra ha spesso preferito negarlo, adeguandovi i propri principi o specular-mente si è accontentata di ribadire questi, sorvolando sulla realtà e le limitate trasformazioni che è in grado di tollerare. Reazioni apparentemente opposte che in realtà dimostrano una medesima assenza di lungimiranza politica e laicità culturale. La radice di queste reazioni è infatti una sorta di angusto realismo politico per cui non si deve mai rischiare la propria area di consenso. Ma visto che in una società arretrata o in una postmoderna, nella civiltà preindustriale o in quella dello spettacolo, in un sistema proporzionale e consociativo o in uno maggioritario e competitivo, sia che si esibisca la propria promettente diversità o la propria rassicurante normalità, comunque quell'area di consenso non supera un terzo del paese, non sarà venuto il momento di rischiarla, la propria identità? La difficoltà ad accettare questa necessità sta nel fatto che la sua traduzione politico-amministrativa può essere oggi particolarmente complicata e mette in gioco valori fondamentali come nel caso dell'immigrazione. glie? A me sembra trattarsi, più che di opzioni morali, di principi astratti e di posizioni essenzialmente ideologiche - peraltro vistosamente contraddittorie, come quando la battaglia antirazzista viene condotta sotto bandiere che hanno partorito i regimi più xenofobi del nostro secolo. L'unico principio etico davvero irrinunciabile è quello di assumersi le proprie responsabilità, di non nascondere dietro facili dichiarazioni di principio, di rischiare quello che si ha. Questa appare oggi come la reale discriminante in primo luogo tra la destra e la sinistra e poi all'interno della stessa sinistra, Nei diversi paesi del mondo la destra, oltre che proporsi come reazione "morale" alla secolarizzazione e ai diritti civili che ha generato, si presenta essenzialmente come ciò che difende e legittima quello che c'è: l'insediamento dei coloni israeliani o la spontanea tendenza alla concentrazione nel mondo dei media, il fondamento religioso delle società is_lamiche o l'istintiva diffidenza per gli zingari nelle periferie europee, Lo spazio della sinistra è alternativo a questo, dal punto di vista dei metodi prima che dei contenuti dato che non può accontentarsi di ciò che c'è, la sinistra esiste se rischia: per spostare in avanti la convivenza e i propri valori e per competere con la destra anche sul piano dei
NOVITÀ Gunther Anders ESSERE O NON ESSERE DIARIO DI HIROSHIMA E NAGASAKI A cinquant'anni dalla bomba atomica una riflessione di drammatica attualità. Il 6 agosto 1945 è cominciata una nuova era: in qualunque momento, ora, l'uomo può trasformare l'intero pianeta in un'altra Hiroshima. I doveri morali nell'era atomica. pp. 256, Lire 15.000 Paolo Bertinetti DALL'INDIA Un panorama pressoché completo di una produzione letteraria di straordinario interesse, il romanzo indo-inglese e della diaspora indiana. Un profilo della letteratura indiana in inglese attraverso i romanzi e gli autori apparsi in traduzione italiana. pp. 168, Lire 15.000 Norberto Robbio ELOGIO DELLA MITEZZA E ALTRI SCRITTI MORALI Per la prima volta una raccolta di scritti di Norberto Bobbio che si collocano nell'ambito della filosofia morale. Verità e libertà. Etica e politica. Ragion di stato e democrazia. La natura del pregiudizio. Razzismo oggi. Eguali e diversi. Pro e contro un'etica laica. Morale e religione. Sul problema del male. pp. 224, Lire 15.000 AA.VV. PER CARMELO BENE Il teatro di Carmelo Bene, ma anche il cinema, gli scritti letterari, la drammaturgia, il rapporto con lo spettatore, la musica, la "voce". Testimonianze e omaggi di artisti, attori e critici. In appendice un testo di Gilles Deleuze, ormai introvabile, che rappresenta un saggio fondamentale sull'opera di Carmelo Bene. pp. 217, Lire 15.000 LINEDA'OMBRA valori altrui la sicurezza e l'ordine, quindi, accanto alla convivenza multiculturale. Questo è i I problema e non quello di una sinistra che governa coi programmi della destra, come temono i massimalisti-conservatori. E anzi è qui che trova la sua ragione quel singolare e spettacolare fenomeno di convergenza ormai ripetuta tra la destra e una certa sinistra che sì definisce alternativa e che sta dietro le capriole tattiche di Berti notti, i suoi successi sulle reti Fininvest, l'alta percentuale di elettori comunisti che hanno votato per Berlusconi al referendum sulle Tv e altri segnali di questo tipo. C'è alla radice un'analoga diffidenza verso le procedure democratiche del consenso, della mediazione, del confronto programmatico e razionale. E la tentazione elettoralmente conveniente, di sostituirvi la mobilitazione demagogica: il manifesto con cui Rifondazione chiede a caratteri cubitali "due milioni l'anno" di aumenti salariali contro ogni compatibilità sociale e qualsiasi strategia di ricostruzione di una società totalmente trasformata nel rapporto tra lavoro, salario, consumi, è linguisticamente e semanticamente identico alle promesse berlusconiane sul milione di posti di lavoro; la difesa del modello previdenziale tradizionale (2% l'anno e trentacinque anni di lavoro, come recita un altro manifesto comunista) o l'invito agli extracomunitari a venire in massa perché, altro manifesto, "il lavoro c'è per tutti" corrispondono a uno stesso schema, largamente usato nelle propaganda berlusconiana, per cui la radice reale delle contraddizioni è rimossa e sostituita dalla pura denuncia delle colpe o delle congiure del nemico. In questo caso le forme della comunicazione politica sono davvero significative: come Berlusconi, Bertinotti non può ammettere l'errore, la sconfitta, il cambiamento d'idea: se Dini ottiene la fiducia dal Parlamento, i due presentatori delle mozioni di sfiducia devono affermare, a reti praticamente unificate, il primo di aver vinto comunque, il secondo di aver ottenuto quello che voleva. In ambedue i casi è l'esatto contrario della verità ma l'assenza di media che rappresentino un luogo di confronto libero e razionale e la disponibilità dell'opinione pubblica a recepire soprattutto affermazioni aggressive e asseverative gioca proprio a favore di questo linguaggio schematico e allusivo. Che corrisponde poi a una convergenza di interessi più profonda: per la sinistra che non vuole governare l'unico spazio non solo possibile ma realmente desiderabile è quello dell'opposizione (possibilmente di piazza, che richiede non ragioni e soluzioni alternative ma l'esibizione della propria forza e delle propri bandiere: "non la lotta di classe ama Bertinotti, ma il suo affresco", ha detto giustamente Vittorio Foa). Questo schema sarà più facile da realizzare se a governare saranno i nemici storici, e cioè la destra; con un governo di verso - di coalizione, di garanzia, di centrosinistra - si ripeterebbe per la dirigenza comunista il grottesco epilogo della battaglia contro Dini, con l'inevitabile ritirata contrabbandata per trionfo. È scontato tutto ciò? È inevitabile che nessun pezzo della sinistra sia all'altezza dei tempi, capace di governare le trasformazioni e di interpretarne i conflitti? Per lasciare la po1ta aperta all'ottimismo è meglio non rispondere, per ora. Ma se una speranza è legittimo conservare, non sta nella capacita di manovra politica o nella possibilità di rianimare vecchie culture. Piuttosto nella volontà di trasformarle, e di trasformarsi tutti. È un lavoro che ai margini della società politica prop1iamente detta, nelle attività di intervento sociale o nell'amministrazione locale, dove con le contraddizioni reali ci si scontra quotidianamente, è cominciato da anni. Ma procede a fatica, comunica poco con la politica, non sembra capace di produrre nuove culture. Eppure, con questi e altri limiti, è l'unico luogo da cui un discorso serio e positivo può 1ipaitire.
UN'ANIMA LAICAERELIGIOSA PadreCamillaDe Piaz La grande livellatrice non cessa di agitarsi tra le nostre file e di far bottino di presenze care. Non per niente gli antichi la immaginavano con in mano una falce (e una falce, si sa, non indugia a distinguere tra un filo d'erba e un altro, tra uno stelo e l'altro). Molte nostre chiese, molti nostri oratori - penso a taluni delle mie parti - conservano ancora di queste raffigurazioni (le Danze macabre) un po' terroristiche, com'era nel gusto dei nostri avi. Ma anche intente a sovvertire le gerarchie dominanti, sacre e profane. Noi abbiamo una visione meno intensa, meno diretta, più rimossa, o forse, chissà, più evangelica della motte. Sento che Mario mi sta accanto e mi approva nel sentire ciò che sto dicendo e ciò che sto per dire, egli che poneva al centro della sua riflessione religiosa, teologica, la croce. Riflessione proseguita, perseguita e anzi arricchita e resa-mi si capisca-più libera anche dopo il mutamento di statuto personale e sociale. Ne abbiamo parlato in certe pause, in certi incontri solitari, più di una volta. Essa, la morte, resta comunque una presenza sovvertitrice, sconvolgente: E questa sua lo è in modo particolare per tanti di noi e sotto molteplici aspetti. E tuttavia - e anzi proprio per questo, lo dico con una certa trepidazione - feconda; e sarebbe un brutto segno - non solo per quelli che si presumono credenti - se avesse cessato di essere per noi l'una cosa e l'altra. Feconda perché, incidendo così drasticamente sul tessuto vivo e palpitante della nostra esistenza, ne evoca e ne mette in moto le energie e le linfe più profonde e più segrete, ci fa sentire vittime, ma anche soggetti, di un destino che ci sovrasta e ci trascende, ma che nello stesso tempo è più inferiore a noi di noi stessi. Degni quindi di pianto - il pianto di Gesù sulla tomba di Lazzaro - ma anche di onore, e candidati a qualcosa di nobile e di grande, comunque questo lo si voglia o si sia portati a immaginarlo. È singolare e straordinario come la morte sia rivelatrice, come essa metta in luce ed esalti, attraverso una specie di arcano montaggio, laqualitàe l'essenza di una vita. Noi oggi, qui, lo sperimentiamo in modo particolare. Feconda la morte (sorella morte), benché sconvolgente, anche perché, più semplicemente, ci richiama alla realtà delle cose, disinnescando ogni complesso di padronalità. Siamo ospiti in questo mondo. Possiamo stornare il capo di fronte a questa realtà indiscutibile, ma sarebbe una fuga che si ritorcerebbe a nostro danno, e a danno della qualità della vita che conduciamo. Ospiti a cui tocca di onorare di onorare i doveri che l'ospitalità comporta: doveri senza i quali, del resto, la vita perderebbe di colore e di senso, a non altro ridotta che a un oscuro gioco di sopraffazioni ai danni gli uni degli altri, e del mondo che ci alberga. Non pensiate che sia andato divagando. Celebrando la morte sentivo di celebrare Mario. Ci sarà tempo - e io spero che saremo in tanti a farlo - per rievocare la persona e l'opera di Mario. Non ci sono parole - o ce ne vorrebbero troppe-per dire tutto ciò che ci viene a mancare con la sua scomparsa. Che viene a mancare innanzitutto a te, Valeria, a te Emanuele, a voi fratelli. E anche a me, a tanti come me, a tutti coloro che hanno condiviso con lui una parte importante della propria vita. Importante per noi, importante per lui. Chi mi ridarà, chi ci ridarà un amico e un compagno quale Mario è stato per noi, chi ci ridarà quello che io chiamavo il suo magistero. Dove ritroveremo un esempio come il suo.L'esempio di una esistenza fortemente etica. Non capita sempre, oserei dire che non capita spesso, almeno nei nostri p?raggi, che l'appartenenza religiosa - e la sua non è mai venuta meno, con venature addirittura tradizionali, sanamente tradizionali, pur nel quadro di un grande ardimento dottrinale (quante volte l'ho sentito canticchiare tra sé, con trasporto, e conforto, gli inni della sua infanzia bergamasca)- non capita spesso, dicevo, che l'appartenenza religiosa si sposi con un forte impegno etico. Spesso l'una dispensa dall'altro, o viceversa. Il panorama che abbiamo avuto sotto gli occhi in tanti anni è lì a dimostrarlo. Scendeva da lì, penso, quel suo collocarsi al centro di un fitto e multiversale intreccio culturale, al punto di confluenza della cultura religiosa e di quella laica, viste come interdipendenti e in una prospettiva di rinnovamento reciproco, lontano dalle rispettive derive e dai contrapposti fondamentalismi. Un'anima, la sua, profondamente religiosa e nel contempo del tutto natura/iter laica. C'era un'immediata corrispondenza e intelligenza fra noi, su questo.Mario incarnava al meglio, l'ho sempre sostenuto, quel la che era stata la tradizione della Corsia dei Servi. Non voglio finire senza ricordare l'ultimo incontro, nel pomeriggio di lunedì scorso e della mattinata di martedì. Quel giorno - l'ultimo della sua vita - sembrava ritornato il Mario di sempre, e i suoi occhi aver ritrovato un po' di quel suo modo di guardare in positivo alla vita (e, mi azzardo a pensarlo, alla morte, che non poteva non sentire vicina). Il giorno prima, a un certo punto, gli avevo proposto, sicuro di fargli un piacere, di dargli una benedizione. Gliela diedi, una benedizione antica, a me molto cara, se Dio vuole in latino, che gli fu visibilmente di grande conforto, se la mattina dopo mi chiese di ripetergliela. Ce la restituisca ora lui,dal regno di pace dove amiamo pensarlo. Omelia ai funerali di Mario Cuminetti, 3 novembre 1995, parrocchia di San Luca, Milano.
~ LADIVERSITA TTIVA GoffredoFofi ConMarioCuminettiè scomparsounaltropezzodi quellaMilano ombrosa e fattiva, che non credeva alla pubblicità del progresso e sapevaancoraguardaredrittonegliocchi ilmalesseree ildisagiodalla citt~ ~tessa pr~dotto, e cercarvi rimedio a partire da un impegno md1v1duale d1gruppo. Ponte tra la culturacattolicae la culturalaica - tra quel che non era l'ipocrita perbenismo sazio di sé che è così spesso della cultura catto)jcae quel che non era caccia alle mode e ipocritasbandi_era~entoideologicoche è così spesso, quasi sempre, della cultura dt sinistra- la minuscola libreria di via Tadino aveva sostituito la grande e centrale di Corso VittorioEmanuele. La vecchia Corsia dei Servi vi aveva fatto le sue prove - con Peppino Ricca, con Lucia Pigni Maccia e naturalmente con padre Turoldo, con un gruppo di cui oggi ci rimane, vigile e sereno ma vieppiù appartato, nella sua Valtellina, padre Camillo De Piaz. Era stata un centro vero di incontro,una presenza attiva e motrice,ma il tempo aveva logoratoanch'essa, o meglio, l'aveva logorata la burocrazia e il conformismo delle "alte sfere", specula1ie paralleli alla burocrazia e al conformismo che, nella comune ansia di ricchezza prestigioconsenso, trascinavaverso un niente ricco solo di denari la sinistra milanese.Ma alla lunga è stato forte, ovviamente, il mondo cattolico, per tradizionee per so)jditàsecolari. Con Mario si parlava poco del passato, e moltodel "che fare", e si preferivapon-el'accento sul poco di possibilee controllabileche, ANDREOTTI Ma1111paelre il "processdoelsecolo" AIDS & PROSTITUZIONE Milanoe,sternonoue: vitadi 1111 ' 111ditiàstrada 1111 q11artietreoppfoamoso DROGHNEATURALI Ilfungo,il Cl/Cll/S ealtreconsuetudini MAFIA & CINEMA U11filmfa110 eunochenonsifarà Ogni mese in edicola a L.3500 Ahhonamento,mnuo L 35.000 C.C.P. 1551 OI rntest,1to,I "GruppoAhcle Pe11ou1.c. ,ViaGiolttt1 21. 1012, To11no dallapartedellalibreriae dellarivistasipotevapropon-e,ciascunoper sé o insieme, a secondadei casi. Ci si era conosciuti in occasione di una celebrazione al Goethe lnstitut di Heinrich Boli, poco dopo la morte del grande scrittore che loro Corsia e noi Linea così tanto am~vamo,e si continuòcon convegnie manifestazionisuCapitini,la We1l,Bonhoeffer,MarcoLombardo-Radice,eccetera. La libreriadi via Tadino diventò ben presto anche un nostro luogo, un nostro riferimento,unnostropuntod'incontro e di confronto.Erauna libreria all'antica, una )jbreriadi amici e non di "clienti", e servivaanche ad altro, a una diramazionedi esperienze e di riflessioni.Mario ne era l'accorto e disponibilementoreo mediatore,ricettivocon noi nell'accogliere le indicazioniche potevamodargli (la diffusionedi un certo libro,di unacerta iniziativa)e suggeritorea sua voltacon noidi nomi, cose, proposte. Tuttoquestononera poco, nellaMilanodegli anniOttanta,brutta nonsolosulversantecraxiano.Il "codismo"delleiniziativedi sinistra neiconfrontidei luoghicomunidel tempo(cheso?di RadioPopolare'. del "Manifesto", dei luoghi del teatro e del cinema, della genia dei televisivie giornalisti,delDarioFo-pensiero,delSalvatores-pensiero e di cento altre scuole di stessa improntatutte condizionatedal mito suicida del "successo") andrebbe ricostruito, andrebbe denunciato. Ma la storiaha fregatoanche loroedè ormaiinutilerecriminareanche se sarebbe ingiustodimenticare.Non appena le cose cominciaronoa cambiare, ebbi a proporre un pubblico incontro in cui la cultura di sinistraanalizzassese stessae si autocriticasse(nonc'era soloCraxi aMilano)e nei gentilidinieghigli unici a dichiararsidisponibili,val~ la pena di ricordarlo,furonoCuminetti,Tadini,Mereghetti,Pivetta... M~io aveva avviato iniziative concrete (a San Vittore, per esempio)chesonostatetra lepochecosedecentiche laMilano"colta" abbia avviato in un decennio di imbecille corruzione collettiva. E certamente,delle sue attività,molte io ne ho ignoratee ne ignoro,che atte.nevanoa un "giro" più suo, più direttamentecattolico, in campo sociale come in campo religioso. Dopo aver scritto tanti anni fa il prezioso Il dissensocattolico in Italia (Rizzoli, 1983),una guida che ~i fu ut!l~a orientarci in un universo che nel trionfo degli scontri 1deolog1c1avevamo trascurato, si era dedicato a un nuovo libroconsuntivo, a una nuova "guida" per coloro che dentro e fuori la chiesa, credenti e laici, o credenti diversamente, o non credenti, volesserocapirmeglioi cedimentio i pregi, il conformismoo i valori di quel mondocattolicocheè statodetto"di sinistra"(e noi continuiamoa usarequestaparola, sapendobenecosa intendiamocon essa noi che partiamo dalle pratiche per dimostrarla e mantenerla viva). Uscirà,questolibro,dalSaggiatore,con il titolo Seminarenuoviocchi nella terra.Modernitàe religione, e saràanchequesto un testamento diMario,cui tenevachegiungessea buonadestinazioneper seminare ancora un po' di speranza tra le persone di "buona volontà" non sopraffattadalle loro paure e dalle loro viltà. Forse c'è bisogno oggi di modelli più forti di quelli che hanno rappresentatoper noi persone come Mario, così attente al ben fare ~elleesperienzee al lororappo1todirettocon le idee, iprincipi,lefedi? E probabile,nel crescenteconformismo,e in particolareincittà come Milanopiùmalmessedi altre, incancrenitenellalorosaziamediocrità e nell'opportunismodei loro intellettuali.È però probabileche ci sia altrettantoo più bisogno di appartarsi ancora di più in una diversità attivae precisa,ovviamentevisibile,mache sappiadifendersimeglio da quell'opportunismo, da quella mediocrità. Con Milano io credo di aver chiuso definitivamente,disgustato dall'antropologica pusillanimitàe ipocrisia dei suoi abitanti e dalla massificataignobiltàdei suoi intellettuali;mami augurochegli amici di Maiio sappiano in qualche modo resistere ai tempi che verranno, ce1tamentepiù difficili di quelli che sono stati. L'esempio di Mario, e dei pochi come lui, va tenuto vivo anche per questo, perché possa esserci una continuità, perché non venga sopraffatto anche questo soffio di buona tradizione,di buona pratica, di buon esempio.
Lev N. Tolstoj DENAROFALSO Un racconto-pamphlet sulla potenza corruttrice del denaro. Lire 12.000 Aldo Capitini LETECNICHEDELLANONVIOLENZA Lire 12.000 "Voices" GLISCRITTORIE LAPOLITICA NordeSud,Est eOvest, GuerraePace. Ne parlano: Boli, Chomsky, Eco, Gordimer, Grass, Hall, Halliday, Konrad, Rushdie, Sontag, Thompson, Vonnegut. Lire 12.000 GiintherAnders I MORTI.DISCORSOSULLETREGUERRE MONDIALI. Lire 12.000 Albrecht Goes LAVITTIMA Cristiani ed Ebrei al tempo di Hitler. Lire 12.000 APROPOSITODEICOMUNISTI A. Berardinelli, G. Bettin, L Bobbio, M. Flores, G. Fofi, P. Giacchè, G. Lemer, L. Manconi, M. Sinibaldi,con il Piccolo Manifesto di Elsa Morante. Lire 12.000 Heinrich Boli LEZIONIFRANCOFORTESI Poetica e morale, cultura e società. Lire 12.000 "Voices 2" IL DISAGIODELLAMODERNITÀ Amis, Beli, Bellow,Briefs,Castoriadis,Dahrendorf,Galtung,Gellner,Giddens, Ignatieff, Kolakowski, Lasch, Paz, Rothschild, Taylor, Touraine, Wallerstein. Lire 12.000 Amo Schmidt IL LEVIATANO seguitoda TINAO DELLA IMMORTALITÀ. A cura di Maria Teresa Mandatari. Lire 12.000 Francesco Ciafaloni KANTE I PASTORI Identità e memoria, campagna e città, ieri e oggi, Italia e America, destra e sinistra. Lire 12.000 UNLINGUAGGIOUNIVERSALE Le intervistedi "Linea d'ombra" con gli scrittoridi lingua inglese: Ballard, Bames, Ishiguro, Kureishi, McEwan, Rushdie, Swift (Gran Bretagna), Banville (Irlanda), Gallant, lgnatieff, Ondaatje (Canada), Breytenbach, Coetzee, Gordimer, Soyinka (Africa), Desai, Ghosh (India), Frame (Nuova Zelanda). Lire 15.000 VIOLENZAONONVIOLENZA Engels, Tolstoj, Gandhi, Benjamin, Weil, Bonhoeffer, Caffi, Capitini, Fanon, Mazzolari, Arendt, Bobbio, Anders. Lire 15.000 Marco Lombardo Radice UNA CONCRETISSIMAUTOPIA Lavoropsichiatricoe politica. Lire 12.000 TRADUEOCEANI Le interviste di "Linea d'ombra" con gli scrittori statunitensi: Barth, Bellow, Carver, De Lilla, Doctorow, Ford, Gass, Highsmith, Morrison, Ozick, H. Roth, Singer, Vonnegut. Lire 15.000 Riccardo Bauer LA GUERRA NON HA FUTURO Saggi di educazione alla pace: le tattiche e le strategie, le tecniche e gli strumenti per costruire insieme un mondo meno intollerante. A cura di Arturo Colombo e Franco Mereghetti. pp.128, Lire 12.000 Salman Rushdie ILMAGODIOZ Un grande scrittore analizza e discute un classico del cinema musicale e fiabesco. pp. 96, Lire 12.000 Soren Kierkegaard BREVIARIO L'etico, l'estetico, il religioso: alle origini dell'esistenzialismo. A cura di Max Bense. pp. 96, Lire 12.000 PER ELSA MORANTE La narrativa, la poesia e le idee di uno dei maggiori scrittori del '900. Parlano: Agamben, Berardinelli, Bettin, Bompiani, D'Angeli, Ferroni, Garbali, Leonelli, Lollesgaard, Magrini, Onofri, Pontremoli, Ramondino, Rosa, Scarpa, Serpa, Sinibaldi. pp. 272, Lire 15.000 SCRITTORI PER UN SECOLO 151 fotoritratti e 104 fotografie di contesto storico e biografico a cura di Goffredo Fofi e Giovanni Giovannetti. pp. 338, Lire 18.000 Aldo Palazzeschi DUE IMPERI ... MANCATI. Una dura requisitoria contro la guerra, da parte di un poeta reduce dalla prima guerra mondiale. pp. 192, Lire 15.000 Diane Weill-Ménard VITA E TEMPI DI GIOVANNI PIRELLI La biografia di un intellettuale atipico: i suoi dilemmi e le sue scelte politiche e culturali. pp. 192, Lire 15.000 Gaetano Salvemini I PARTITI POLITICI MILANESI NEL SECOLO XIX. I saggi e gli interventi di un grande storico
10 MorilynMonroe.FotoBobHenriques/Magnum/Contrasto.
11 LECENTOFACCEDELCINEMA Che cosa salvare dei primi cent'anni di vita dell'invenzione dei fratelli Lumière? Che cosa ricordare? Che cosa dimenticare? Per questo "speciale cinema", a "Linea d'ombra" abbiamo messo da parte le classifiche dei buoni e dei cattivi e abbiamo invece raccolto una serie di testi che fossero capaci di illustrare le diverse potenzialità di un'arte che, non facciamo fatica ad ammetterlo, riesce ancora a stupirci e a farci appassionare. ASPETTANDOILDUEMILA GoffredoFofi Il cinema è sopravvissuto a un secolo di storia della cultura di massa e di innovazioni tecnologiche. Si è trasformato e si è diffuso, e le "immagini in movimento" (poi anche parlanti e colorate, e dopo la pellicola su magnetico, e non solo in sala ma anche in video e in cassetta) hanno allargato e non ristretto la loro area di influenza. Da esse è oggi quasi impossibile liberarsi, ci attorniano e ci assediano e inviano ossessive i loro messaggi, riempiono il nostro tempo libero, propongono la loro visione del mondo, chiedono e in qualche modo impongono il nostro consenso. Se ieri-negli anni del trionfo del cinema come primo mezzo di "comunicazione di massa", come primo concentratore elaboratore diffusore di "cultura di massa" - era il cinematografo il luogo dei nostri sogni, delle nostre identificazioni, delle nostre evasioni ma anche di tanti nostri apprendimenti, di tante nostre conoscenze, oggi esso ha mescolato la sua diversità fantastica (la sua "favola") con la nostra realtà, e nella televisione ha riunito nello spettacolo (in una brutta favola, cioè in una brutta finzione di realtà) il documento, l'informazione, l'inchiesta su un mondo che cambia, in differita o in diretta ... Luogo della realtà, la televisione? Luogo della "comunicazione", della persuasione, della menzogna anche a partire dalla realtà, da dentro una vieppiù irreale realtà. Questo ha ridato spazio al cinema, che lo aveva perduto, e pur marginalizzato, per il tramite della cattura del suo pubblico maggioritario da parte della tv lo ha liberato dall'obbligo del divertimento e dell'evasione, e gli può permettere, gli va permettendo un'evasione di coscienza migliore, potenzialmente più profonda. La maneggiabilità e pervasività delle tecniche (l'elaborazione, la produzione, la diffusione) rende il cinema più democratico, ma per fortuna nel senso di una possibile protezione e non della compressione delle culture minoritarie. Di tutto questo il cinema ora sa profittare e ora no. Il cinema lo fanno pur sempre (lo producono, realizzano, inventano, diffondono) anche perlopiù i rappresentanti delle maggioranze. Il cinema che ci si prepara, o che noi stessi possiamo contribuire a preparare, non avrà più il compito prioritario di divertire e allontanare dal pensiero e dai problemi, o di indirizzarli e plasmarli; esso può invece avere il compito e la possibilità di creare scambio e contatto, confronto e integrazione di culture, di modelli, di sentimenti. Può ancora rispondere al sogno di molti dei suoi pionieri e teorici, da arte "collettiva" per eccellenza, da arte "cooperativa" per eccellenza, anche in un ideale allargamento della nozione di autore. Arte - proprio per questo - ancora incontrollabilmente giovane. Liberare il terreno dalle erbacce del manipolato conformismo consumista, contribuire alla fioritura di talenti originali e non omologabili, all'espressione di una radicalità di intenti e di stili: dovrebbe essere questo il compito di una critica insoddisfatta della miserabile funzione che gli viene attribuita da un sistema del lo spettacolo e del la comunicazione al servizio del potere e del denaro, esaltante uno scopo dichiarato e indichiarato di consenso, esaltata nella sua vocazione servile dal suo medesimo zelo servile. Questa radicalità di insoddisfatti è ciò che-se esprimesse il più e il meglio dell'esperienza e della sua tensione in una critica dell'esistente, in una prefigurazione di rapporti liberati, in un confronto con il buio come con il mistero della realtà, in una ripulsa dall'irrealtà della mutazione forzata e accettata - è ancora possibile chiamare arte. Di quest'arte ancora e sempre si avrà bisogno. Il buon cinema sarà pur sempre, oggi e domani, minoritario; oggi e domani e molto più di ieri, quando era ancora possibile che nel sogno collettivo sostenuto dalla macchina del potere si potessero infiltrare visioni e progetti altri, in uno sforzo di concordanza tra il piccolo e il grande, tra il minore e il maggiore, tra la constatazione e il progetto. Il cinema può e deve contribuire, oggi meglio e più di ieri, alla trasformazione, alla liberazione, alla valorizzazione delle migliori nostre umane speranze. Come con l'arte, con il cinema e con i suoi autori e diffusori si deve tornare a essere molto esigenti, o, altrimenti, dimenticarlo, negarlo.
12 Checos'è il cinema? POESIAECINEMA Luis Buiìuel Il gruppo di giovani della Direzione di Diffusione Culturale mi ha avvicinato per chiedermi una conferenza. Anche se ho doverosamente ringraziato per l'attenzione di cui mi facevano segno, la mia tisposta è stata negativa: oltre a non possedere nessuna delle qualità necessarie ad un conferenziere, provo un pudore particolare a parlare in pubblico. Fatalmente colui che disserta attira su di sé l'attenzione generale dei suoi ascoltatori, offrendosi come bersaglio ai loro sguardi. Se si tratta di me, non posso evitare un certo imbarazzo nel timore che mi credano, ecco, un poco esibizionista. Anche se questa mia idea sul conferenziere può essere esagerata o falsa, il fatto di sentirla come vera mi ha obbligato a supplicare che la durata della mia esibizione fosse il più breve possibile; e ho proposto l'organizzazione di una tavola rotonda, nella quale si potesse discutere familiarmente, tra amici appartenenti a diverse attività artistiche e intellettuali, su alcuni dei problemi che riguardano la cosiddetta settima arte: così si è concordato il tema: "i I cinema come espressione artistica" o, più concretamente, come strumento di poesia, con tutto ciò che questa parola può contenere di significato liberatorio, di sovvertimento della realtà, di soglia attraverso cui si accede al mondo meraviglioso del subconscio, di dissenso nei confronti dell'angusta società che ci circonda. Octavio Paz ha detto: "Basta che un uomo incatenato chiuda gli occhi perché possa far esplodere il mondo", ed io, parafrasando aggiungo: basterebbe che la palpebra bianca dello schermo riflettesse la luce che le è propria, per far saltare l'universo. Ma, per il momento, possiamo dormire tranquilli poiché la luce cinematografica è convenientemente dosata e incatenata. In nessuna delle arti tradizionali c'è una sproporzione così grande fra possibilità e realizzazione come nel cinema. Poiché agisce direttamente sullo spettatore presentandogli esseri e cose concrete, poiché lo isola - complici il silenzio e l'oscurità - da quello che potremmo definire il suo habitat psichico, il cinema è in grado di coinvolgere il pubblico come nessun'altra espressione umana. Ma come nessun'altra è capace anche di abbrutirlo. Disgraziatamente, la maggior parte dei film attuali non sembra avere altra missione che questa: gli schermi sfoggiano il vuoto morale e intellettuale nel quale prospera il cinema, limitandosi a copiare il romanzo o il teatro, con la differenza che i suoi mezzi, per la loro minor ricchezza, si prestano meno ad esprimere delle psicologie; ripetono all'infinito le stesse storie che il secolo XIX si era stancato di raccontare, e che ancora si continuano a ripetere nel romanzo contemporaneo. Una persona di media cultura getterebbe via indignata il libro che contenesse qualcuno dei soggetti narrati dai più grandi film. Invece, seduta comodamente nell'oscurità della sala, impressionata dalla luce e dal movimento che esercitano sudi lei un potere quasi ipnotico, attratta dall'interesse per il volto umano e dai fulminei cambiamenti di luogo, questa stessa persona quasi colta accetta tranquillamente i topici più screditati. Lo spettatore di cinema, in virtù di questo genere o specie di inibizione ipnagogica, perde un'alta percentuale delle sue facoltà intellettive. AddutTÒun esempio concreto: il film intitolato Detective Story o Pietà per i giusti. La strutturazione del soggetto è perfetta, il RomySchneidersulsetde // processo di OrsonWelles. FotoNicolos Tikhomirof/f Magnum/ Contrasto.
14 regista magnifico, gli attori straordinari, la realizzazione geniale eccetera. Orbene, tutto questo talento, tutto questo savoirfaire, tutta la complicazione che comporta la gran mole del film, sono stati messi al servizio di una storia stupida, che si distingue solo per la bassezza morale. Mi viene in mente quel meccanismo straordinario dell'Opus Il, apparecchio gigantesco, fabbricato con il miglior acciaio, dotato di mille complicati ingranaggi, tubi, manometri, quadranti, esatto come un orologio, imponente come un transatlantico, che serviva solo a timbrare la corrispondenza. Il mistero, elemento essenziale di ogni opera d'arte, manca in genere nei film. Auto1i, registi e produttori evitano con ogni cura di turbare la nostra tranquillità aprendo la meravigliosa finestra dello sche1mo al mondo liberatorio della poesia. Preferiscono proiettare su di esso quei temi che ci danno l'impressione di continuare la nostra vita di tutti i giorni, ripetere mille volte lo stesso dramma, farci dimenticare le ore penose del lavoro quotidiano. E tutto ciò, naturalmente, sancito dalla morale consuetudinaria, dalla censura governativa e internazionale, dalla religione, presieduto dal buon gusto e condito con un po' di umorismo ottimistico e con altri prosaici imperativi della realtà. Se invece desideriamo vedere del buon cinema, raramente lo troveremo fra le grandi produzioni, o fra i successi decretati dalla critica e dal consenso di pubblico. La storia singola, il dramma privato di un individuo non credo possano interessare nessuno che sia veramente degno di vivere la sua epoca; se lo spettatore prende parte alle gioie, alle tristezze o alle angosce di qualche personaggio dello schermo, dovrà essere perché vede riflesse in lui le gioie, le tristezze o le angosce di tutta la società, e pertanto le sue personali. La mancanza di lavoro, l'insicurezza della vita, il timore della gue1Ta, l'ingiustizia sociale ecc., sono temi che interessano lo spettatore di cinema nella misura in cui interessano tutti gli uomini d'oggi; ma che il signor X non sia contento a casa sua e si cerchi un'amica per distrarsi e alla fine l'abbandoni per riunirsi poi con la sua devota sposa, potrà anche essere indubbiamente una cosa edificante, ma ci lascia del tutto indifferenti. A volte l'essenza cinematografica scaturisca inusitatamente da un film insignificante, da una commedia buffa o da un volgare romanzo d'appendice. Man Ray ha detto, con parole dense di significato: "I peggiori film che io abbia visto, quelli che mi fanno dormire profondamente, hanno sempre cinque minuti meravigliosi; e i film migliori, di maggior successo, hanno soltanto cinque minuti_ che valgono la pena: ossia, tanto nei buoni che nei cattivi film, al di sopra e malgrado le intenzioni dei loro realizzatori, la poesia cinematografica fatica a venire alla superficie e manifestarsi". Il cinema è un'arma meravigliosa e pericolosa se viene usata da uno spirito libero. È lo strumento migliore per esprimere il mondo dei sogni, delle emozioni, dell'istinto. Il meccanismo con cui si producono le immagini cinematografiche, per il suo modo di funzionare, è, fra tutti i mezzi di espressione umana, quello che più somiglia alla mente dell'uomo o, meglio ancora, quello che meglio imita il funzionamento della mente in stato di sonno. B. Brunius ci fa notare che la notte che invade lentamente la sala equivale a chiudere gli occhi: allora comincia nello schermo, e nell'uomo, l'incursione attraverso la notte dell'inconscio: le immagini, come nel sogno, compaiono e scompaiono fra dissolvenze e oscuramenti; il tempo e lo spazio si fanno flessibili, si contraggono e si dilatano a volontà, l'ordine cronologico e i valori relativi di durata non corrispondono più alla realtà; l'azione di un cerchio è trascorrere, in alcuni minuti o in vari secoli; i movimenti accelerano i ritardi. Il cinema sembra sia stato inventato per esprimere quella vita subcosciente che con le sue radici penetra così a fondo la poesia; e tuttavia quasi mai lo si utilizza a questo fine. Tra le moderne tendenze del cinema, la più nota è quella cosiddetta neorealista. I suoi film presentano davanti agli occhi dello spettatore spaccati di vita reale, con personaggi presi dalla strada e perfino con fabbricati e interni autentici. Tranne eccezioni, e cito in modo particolare Ladri di biciclette, il neorealismo non ha fatto nulla affinché prenda risalto nei suoi film ciò che è proprio del cinema, intendo dire, il mistero e il fantastico. A cosa ci serve tutto questo appariscente infagottamento se le situazioni, gli impulsi che animano i personaggi, le loro reazioni, gli stessi argomenti sono stati tolti di peso dalla letteratura più sentimentale e conformistica? L'unico apporto interessante che ci ha dato, non il neorealismo in generale, ma Zavattini in particolare, è stato l'elevazione al rango di categoria drammatica dell'atto insignificante. In Umberto D., uno dei film più interessanti prodotti dal neorealismo, una donna di servizio, durante tutta una bobina, ossia per dieci minuti, compie degli atti che fino a poco tempo fa sarebbero sembrati indegno dello schermo. La vediamo entrare in cucina, accendere il fuoco, mettere la pentola a scaldare, versare più volte una brocca d'acqua su un esercito di formiche che avanzano in fila indiana verso le vivande, porgere il termometro ad una vecchia che si sente la febbre ecc. ecc. Malgrado la trivialità di queste situazioni, quelle manovre si seguono con interesse e perfino con suspense. Il neorealismo ha introdotto nell'espressione cinematografica alcuni elementi che ne arricchiscono il linguaggio, ma niente di più. La realtà neorealista è incompleta, ufficiale: soprattutto ragionevole; ma la poesia, il mistero, ciò che completa ed estende la realtà tangibile, manca nel modo più assoluto dai suoi prodotti. Confonde la fantasia ironica con il fantastico e l'umorismo nero. "La cosa più straordinaria del fantastico- ha detto André Breton -è che i I fantastico non esiste, tutto è reale". Tempo fa, parlando con lo stesso Zavattini, ebbi occasione di esprimere il mio dissenso rispetto al neorealismo; stavamo mangiando insieme, ed il primo esempio che mi venne in mente me lo suggerì il bicchiere di vino in cui stavo bevendo. Per un neorealista, gli dissi, un bicchiere è un bicchiere e nient'altro: ci farà vedere come lo tirano fuori dalla credenza, lo riempiono, lo portano a lavare in cucina, dove viene rotto dalla donna di servizio, la quale potrà essere licenziata, oppure no, ecc. Però quello stesso bicchiere contemplato da uomini differenti, può esser mille cose differenti, poiché ciascuno di loro carica di affettività quello che contempla, e nessuno lo vede così com'è, ma come i suoi desideri e il suo stato d'animo vogliono vederlo. Io sono per un cinema che mi faccia vedere questo genere di bicchieri, poiché mi darà una visione integrale del la realtà, accrescerà la mia conoscenza delle cose e delle creature, e mi spalancherà il meraviglioso mondo dell'ignoto, di tutto ciò che non posso leggere nella stampa quotidiana né trovare per la strada. Non dovete credere da quanto ho detto che io sostenga soltanto un cinema dedicato esclusivamente all'espressione del fantastico e del mistero, un cinema di evasione che pretenda di sommergerci nel mondo incosciente del sogno sdegnando la nostra realtà quotidiana. Anche se molto brevemente, ho segnalato poc'anzi l'importanza capitale che attribuisco al film che tratta dei problemi fondamentali dell'uomo d'oggi, con gli altri uomini. Faccio mie le parole di Emers che definisce così la funzione di un romanziere (leggasi, per il nostro caso, la funzione di un creatore cinematografico): "Il romanziere avrà degnamente assolto la sua missione quando, mediante la rappresentazione dei rapporti sociali autentici, avrà spazzato via il convenzionalismo che ne copre o distorce la natura, avrà distrutto l'ottimismo del mondo borghese e avrà costretto il lettore a dubitare della perennità dell'ordine esistente, anche senza indicarci direttamente una conclusione, anche senza perdere apertamente posizione". Conferenza tenuta all'Università di Città del Messico nel 1958, pubblicata nella rivista "Universitad de Mexico", voi. Ylll n. 4, 1958; trad. it. in Luis Buiiuel, Seri lii letterari e cinematogrcifici, a cura di A.S. Vidal, Marsilio, Venezia, 1984.
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