menti sia estranea al fastidio dell 'exemplum monumentale. Le assenze che Mengaldo lamenta o giustifica nella Premessa sono parte del paesaggio: diciamo, per dar seguito alla similitudine, che se ne sente la presenza, come un fiume che scorre più a valle o di un poggio che potrebbe comparire se solo prendessimo quella via più a monte. Ma quel che si vede è sufficiente, perché è la forza del guardare è tutta esercitata. Vi si coglie la brama dellarivelazioneo addirittura la felicità della condivisione, non già il gusto del catalogo eccellente. L'aggettivo "personale" è più vicino, qui, al sostantivo "persona", che a quello di "personalità"; allude più a delle radici comuni che al compiacimento di una privatissima esperienzaeducativa. La gratitudine nasce quando ci si accorge che al brano antologizzato aderisce l'ebbrezza dell'esperienza. Citare la copia delle Affinità elettive datata "dicembre 1953" può essere inteso come un atto inequivocabilmente privato, ma l'informazione si porta appresso una interrogazione - che interrogazione resta - sugli ipotetici effetti della lettura in giovanissima età del romanzo di Goethe. Quanto può pesare la lettura delle Affinità elettive sulla formazione di una "persona"? Ci risiamo. Se da una parte le brevi note che accompagnano i brani scelti per il libro sono, nella loro formidabile intensità, un'occasione imperdibile di educazione o di rieducazione estetica, Antologia personale è nel suo complesso un libro morale, un essay alla maniera di Montaigne, dove l'io che introduce, commenta, riflette, si infiamma sembra sempre sul punto di virare verso un "noi", dolce e potente al contempo; verso il pronome più difficile della "nostra" grammatica esistenziale e politica. Come si respira riascoltando "insieme" l'aria di Barbarina nelle Nozze di Figaro di Mozart o penetrando la scena affollata di Las meninas di Velasquez; come "si riposa" tornando suuna pagina proustiana (quella sui campanili di Combray) senza l'assillo di farla tornare precipitosamente dentro il fiume dell'opera. Io credo che la "protezione" che Mengaldo ci rammenta (quella della stanza in cui ascoltava musica col padre) sia passata da quella sua esperienza privata a noi, lettori delle sue libere letture, per un'altra serata protetta e commossa di tanta protezione. La delibazione del bello è, in fondo, una delle più contradittorie ma più audaci istigazioni alla libertà. Alberto Rollo Pia Pera Diario di Lo Marsilio 1995, pp. 363, Lire 28.000 La "Lo" del voluminoso e irresistibile diario di Pia Pera è niente di meno che la Lolita congedata da Vladimir Nabokov nella primavera del 1954. Sì, la scrittrice italiana ha avuto il sacrilego ardire, la sfrontatezza, l'ironia, di lanciarsi in un'impresa letteraria di indubbia e complessa ambizione: riscrivere, questa volta dal punto di vista della dodicenne ninfetta nordamericana, le amorose vicende che nel testo nabokoviano vengono narrate dal quarantenne e francese professor Humbert Humbert. Una sorta di dichiarato e genettiano ipertesto, rigorosamente fedele al suo testo di partenza e però capace di discostarsene ad ogni riga, proprio per quel mutare di punto di vista, di sguardo sul tempo, i luoghi, le situazioni, i corpi e le relazioni, gli stessi fatti di parola. Nel romanzo di Pera la narratrice è una teenager anni Cinquanta, orfana di padre e figlia di Charlotte, l'abominevole madre incestuosa del testo di Nabokov. Siamo anche qui in piena middle classe in quel la che si potrebbe definire una televisiva cultura dei consumi in formazione. Il diario di "Lo" spazia tra microcittà dove tutti sanno tutto di tutti e l'arte dei segreti ha raggiunto raffinatezze da basso impero e un on the road minimale tutto distributori di benzina e letti di motel. Le somiglianze, però, si arrestano qui. Non rovineremo ai lettori il gusto di scoprire come e dove l'autrice ha scelto di deviare dall'intreccio nabokoviano e di "rettificarne" le prospettive. Ci limitiamo a sottolineare la vetriol ica e abilissima manovra narrativa (nonché la spericolata invenzione linguistica), con cui la nuova "Lo" si appropria di sguardo e parola, riducendo al silenzio e a un patetico falso movimento quella povera farfalla infilzata Humbert Humbert. Chi la fa, l'aspetti! Maria Nadotti Nuovi poeti italiani 4 a cura di Mauro Bersani Einaudi 1995, pp.171, Lire 18.000 La "bianca" Einaudi torna a lanciare un drappello di poeti esordienti. Che bello, era ora. A Mauro Bersani dobbiamo il felice taglio eclettico della raccolta che non pretende di indicare già subito la necessità di "fare bilanci", individuare linee portanti, ipotecare destini futuri ... Accontentiamoci di leggerli, intanto, i nostri nuovi poeti. Nella camera mentale di Nicola Gardini la regola principe sembra essere quella del mutamento, della variatio che permetta di misurare il mondo mettendo al tempo stesso alla prova la propria identità ..Tenerissimi i messaggi alla madre, più idiosincratico il timor panico di fronte alla primavera, formidabile manifestazione del cambiamento, o il ricorso alla figura mitologica di Ippolito, simbolo adolescente di queste sorprendenti Metamoifosi. PietroMazzone presentaframmenti di discorsi continuamente interrotti. C'è il soliloquio di chi vede la vita come una gara in salita, e cerca di iniettarsi un po' di grinta; ci sono Mariele e Nina: vita sprecata d'ufficio, colleghi fegatosi, nostalgie di una vera vita mediterranea e problemi con i soliti uomini buoni a nulla; c'è chi parte all'alba, quando tutto sembra quasi promettente, nel silenzio e nella frescura delle vie deserte, c'è chi comunque resta in città, e si disperde in piccole e grandi banalità. Un orizzonte prosastico, restituito con scioltezza e partecipazione. Maria Angela Bedini appare un oggetto misterioso; e come molti misteri, non si sa se augurarsi di trovare la chiave per entrare nel suo mondo o continuare a restare all'oscuro di tutto, per correre il rischio di venire affascinati. Difficile non dirla ermetica, negli alti e nei bassi. Ivano Ferrari affonda con lombarda concretezza il suo sguardo dolente nelle carni martoriate delle bestie da macello, e aggiunge l'aspro sapore del realismo autobiografico alla ricca tradizione delle visite ai mattatoi, da Rembrandt a Gadda, a Fassbinder. E Daniele Martino? Più ironico nei procedimenti che nella sostanza, chiede molto in prestito per schermirsi meglio. E finisce per essere forse il più nudo e indifeso tra i nuovi poeti, il più sensibile all'umore dei tempi. Cristina Filippi: telegrafica, urgente, su un tasto solo, reincarnazione quasi ungarettiana di un indimenticato eroe di Jannacci. Elisabetta Stefanelli, sottile in cima e gnomica in fondo: dall'occasione alla riflessione. Non è un'antologia, non è un catalogo. Assomiglia di più a una collettiva: e vale la visita. Martino Marazzi
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