Linea d'ombra - anno XIII - n. 109 - novembre 1995

Kazuo Ishiguro Gli inconsolabili trad. di Gaspare Bona Einaudi, p. 511, Lire 34.000 Il pianista inglese Ryder giunge in una città dell'Europa dell'Est per tenere un concerto. Ma non suonerà. Ma nei tre giorni che precedono l'evento incontrerà una folla di personaggi, tracui vecchi compagni di scuola e una donna che forse è stata sua moglie, che lo inonderanno di richieste che quasi mai riuscirà a soddisfare. Tutto con i tempi, le modalità, il realismo dei dettagli e l'irrealtà degli ostacoli tipici del sogno. Oltre alle singole richieste, gli abitanti della città sembrano volere da lui una risposta alle loro esigenze collettive- un'attesa di soluzione che dovrebbe venire dal l'arte e che naturalmente non verrà. Le persone con cui entra in contatto sono i rappresentanti di una piccola borghesia (nei valori) che viene a coprire quasi l'intero corpo sociale; meschini, invidiosi, astiosi, incapaci di concepire la cultura senon in termini di mondanità o di pettegolezzo. Non che ci sia un'aperta dimensione sociologica nella descrizione di Ishiguro, ma·c'è il ritratto sommessamente spietato della piccolezza, dell'inerzia, della pochezza di un mondo dominato da un convenzionalismo feroce (come rivela il modo di parlare attento e forbito dei personaggi: e qui Ishiguro è bravissimo nel cogliere, come Pinter, il fatto che l'invito cortese nasconde la minaccia, che l'umile richiesta maschera il ricatto, che la frase elegante è carica di aggressività). In questo sta il pregio del romanzo. Il limite sta nella ridondanza della scrittura, sorretta nel suo ambizioso intento da un'invenzione romanzesca che non riesce davvero a sorreggerlo. Il lettore attento è premiato da brani di gustoso black humour, dai brillanti sberleffi alla discussione "colta" e ricercata, dal gioco dei falsi che appaiono qua e là nella narrazione. Ma forse questo non basta. E viene il sospetto che Gli inconsolabili sia sì un romanzo guidato da una visione penetrante e affidato (come i primi due romanzi di Ishiguro) a uno stile di raffinata eleganza, capace di creare un'atmosfera sospesa e inquietate di enigmatica fascinazione; ma un romanzo colpevole di letterarietà, in cui lo stile prevale sulla visione. Barbara Trapido In bilico Paolo Bertinetti trad. di Maria Baiocchi Donzelli 1995, pp. 318, Lire 35.000 Educazione sentimentale di quattro ragazzi, Pam, Christina, Peter e Jago, due biondi e due bruni, due timidi e due estroversi; l'uno doppio inconsapevole dell'altro o suo naturale complemento e perciò destinati a incontrarsi e amarsi, ma solo dopo complicati percorsi e deviazioni. Le loro saranno infanzie segnate dalla solitudine e dalla diversità, da assenze irrimediabili di uno dei genitori, e non a caso il collegio appare una soluzione adatta a tutti, una public school nella campagna inglese dove i quattro si trovano quasi d'istinto accomunati da affinità elettive oltre che dai confusi retroscena familiari: Pam e Christina, ledue diversissime sorelle giunte dagli Stati Uniti, e che in realtà non lo sono, faranno coppia con Jago e Peter, a loro volta dissimili anche se amici strettissimi e ambedue di madre francese e semiorfani: Le coppie non si formano tuttavia nel modo prevedibile, perché nulla è scontato in questo intricato gioco di incastri che si espande per poco più di trecento pagine con la leggerazza e la comicità di una commedia shakespeariana. Intorno ai quattro, una serie di altri personaggi - genitori nonni amici amanti -entrano ed escono di scena proprio come dalle quinte di un teatro ora a infittire le ambiguità o a dissiparle. L'intreccio del romanzo punta sulle simmetrie palesi e nascoste, a volte in maniera un po' meccanica, moltiplicando ali 'infinito ilgioco delle corrispondenze e la metafora "equilibrista": il titolo originale, Juggling, allude propriamente ai giochi di destrezza del prestigiatore, ali' inganno delle apparenze. Quarto romanzo di Barbara Trapido, nata e cresciuta in Sudafrica ma residente in Inghilterra, In bilico utilizza tutti i luoghi classici della commedia degli equivoci, gli scambi di identità, le ambiguità sessuali, i fratelli divisi, un possibile incesto, e il lieto fine per tutti. Quasi a sottolineare il motivo "shakespeariano", il romanzo culmina in una semiseria riflessione sulle commedie di Shakespeare definite "una forma superiore di tragedia, perché ci fanno ridere e perché i personaggi non muoiono. La sopravvivenza è mirabile cosa ...", che risulta un'utile chiave di lettura del romanzo stesso. Il linguaggio scorre rapido ed elegante, convincente nei dialoghi e nel gergo giovanile impiegato, reso con efficacia nella traduzione italiana. Paola Splendore Pier Vincenzo Mengaldo Antologia personale Bollati Boringhieri, pp.244, Lire 32.000 Ci sono libri ai quali si pensa con gratitudine. La gratitudine, va da sé, non esclude altri meriti ma quello è il sentimento dominante. L'Antologia personale di Pier Vincenzo Mengaldo entra di diritto in questa strana categoria. Piace che Men galdo abbia lasciato mano libera al "libero lettore" lasciando il filologo e il critico appena in disparte. Piace che, consapevole di questa sfumatissima separazione, accompagni gli altri liberi lettori in una passeggiata tutt'altro che svagata per i sentieri della letteratura, del pensiero, della musica, dell'arte figurativa indicando ora qua ora là un segmento del paesaggio. È questa, infatti, una delle poche antologie in cui la sequenza dei seg-

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