Linea d'ombra - anno XIII - n. 109 - novembre 1995

72 SAGGI/ "VALVOLA" modo oscillante tesero accreditare quest'ipotesi. Ma fu loro impedito, sia dagli avvenimenti relativi alla digitalizzazione mondiale e sia dagli stessi utilizzatori delle reti, che trovarono semplicemente naturale e realistico il linguaggio di Gibson, tanto da adottarlo quotidianamente. In un'intervista del 1990 alla rivista inglese "I-d" Gibson capitolò coll'ammettere che il linguaggio ha sempre un uso sociale, che trasforma le parole, i significati e quindi ammetteva che la galassia cyberpunk era stata fatta propria in maniera definitiva da coloro che l'usavano quotidianamente. Si è anche pensato che giocassero a una sorta di doppia verità, una buona per i giornalisti (il cyberpunk è morto), l'altra valida per i movimenti, come emerge dalla sua intervista a "Nova Express" sempre del 1990. In realtà sia Gibson sia Sterling si trovavano di fronte a un passaggio cruciale della propria carriera di scrittori. Il credere nell'impossibilità di poter superare la capacità inventiva mostrata nella trilogia dello Sprawl o in Isole nella rete. I passi letterari successivi confermano quest'ipotesi. A quattro mani scrivono La macchina della realtà. Un romanzo che si allontana fortemente dai canoni formali della prima scrittura cyberpunk, sia nell'uso del linguaggio e sia per la struttura narrativa. Però colgono nel segno per certi versi ancora una volta. In un'Inghilterra vittoriana dominata dalle grandi figure di Lady Byron e Babbage, da una parte vanno alle radici del la nascita della tecnologia e dall'altra descrivono le figure sociali dell'esclusione, ieri capitan Swing oggi i neoluddisti. Anche il passo successivo di Sterling va nella direzione della descrizione della realtà. Con Giro di vite contro gli hacker ci troviamo di fronte a un report giornalistico di altissimo livello, che narra la storia delle comunità telematiche americane di fronte alla grande ondata repressiva, rappresentata dall'Operazione Sun Devii. Con un linguaggio nitido e tagliente come un bisturi, Sterling si permette degli esercizi stilistici di altissimo livello, come nel capitolo sulla ricezione sociale della storia del telefono. E ancora in Luce virtuale, l'ultimo nato di Gibson, la realtà si riaffaccia prepotente. In questo caso l'ispirazione è un'altra, e ancora una volta underground. Si tratta di TAZ (Zone temporaneamente autonome) dell'anarchico sufi americano Hakim Bey, uno scritto che delinea con grande forza nelle utopie pirate, come luoghi liberati intrinsecamente nomadi, il modello per la resistenza futura. In realtà il cyberpunk è un'attitudine, una predisposizione, una sensibilità da passaggio d'epoca. Non può avere una sua fissità di significato. Sono stati i movimenti ancora una volta a sottolinearlo e a ricordarlo. È ancora troppo presto per morire, quando c'è tanto lavoro da fare. È sorta così una seconda generazione di scrittori che ha considerato il cyberpunk un dato necessario e per certi versi "naturale" da cui partire, per immaginare scenari del prossimo futuro. Si tratta di autori con una formazione culturale tra loro disomogenea. Per esempio Richard Kadrey proviene dalla scena underground della Bay Area, Mark America dalla scuola universitaria di scrittura creativa del beat Ronald Suckenick, Neal Stephenson da un disomogeneo background universitario e lavori di programmazione in quel di Seattle, la città di Microsoft, Boeing, Nintendo e di ... Jimi Hendrix. Anche il plot e la scrittura utilizzati risentono di questa diversità d' impostazione, si oscilla in una gamma che prevede una scrittura da un lato politica e sociale e dall'altra fortemente strutturata sia nel linguaggio e sia nello sviluppo narrativo. Neal Stephenson appartiene sicuramente a questa seconda tendenza. Nei suoi libri c'è il dichiarato intento di mantenere compatta e coesa la materia, di non farsi mai sfuggire il tema in esame, a costo di forzare alcuni passaggi in uno schema simmetrico talvolta rigido. Ma l'uscita di Snow Crash, il suo libro più famoso, è stata celebrata con toni entusiastici sia in America, dove è stato giudicato "il libro più influente dai tempi di Neuromante di William Gibson", sia in Gran Bretagna, dove è stato premiato due anni fa con l'importante premio di fantascienza A.C. Clark. In realtà Snow Crash sviluppa una storia particolarmente intrigante e in parecchi punti estremamente divertente. Lo scenario del libro è una Los Angeles da incubo divisa in zone di guerra: da una parte i franculati (entità franchising organizzate secondo modalità quasi da microstato nazionale) e i residenclave (presidiati luoghi di rifugio dei "cittadini regolari" dal circostante chaos), dall'altra le "zone di sacrificio", abbandonate agli esclusi dalle grandi multinazionali, perché la loro bonifica costerebbe più di quanto si potrebbe ricavare dalla loro vendita. In questo panorama di miero frammentazione delle entità nazionali, l'unico modo per evadere da Los Angeles (come non richiamare la terribile descrizione della città degli angeli fatta da_Mike Davis) è rappresentato dal Meta verso, splendida e immaginativa metafora inventata da Stephenson per rappresentare l'autostrada delle informazioni. Nel metaverso, vero e proprio mondo di sogni hacker, l'avatar, doppio cyberfantasmatico del proprio corpo, la cui verosimiglianza dà conto dell'abilità di programmazione del suo proprietario, può interagire con qualsiasi altro avatar. Nel Metaverso viene vissuta qualsivoglia cyberealtà: si può duellare, "morire", viaggiare, incontrare gente ecc. Ma improvvisamente, quasi apparendo dal nulla, compare un nuovo potentissimo virus, lo snow crash, un sistema che fa esplodere le menti dei programmatori, attaccando le più profonde strutture neurolinguistiche del cervello degli stessi hacker. A salvare la faccenda intervengono alcuni personaggi, e in particolare Hiro Protagonist, l'ultimo e il più bravo degli hacker, cacciatore di info a tempo perso, e come primo lavoro fattorino a domicilio per la Pizza Nostra Inc. E inoltre una quindicenne tutto pepe, Y.T., la quale per sopravvivere fa da corriere tra i diversi residenclave, utilizzando per spostarsi uno skate e un arpione, quest'ultimo per agganciare i diversi veicoli a cui scrocca i passaggi. In realtà si tratta di un lavoro, quello del corriere, supertecnologico: la tuta di Y.T. è un vero e proprio concentrato di nanotecnologia. Ma a complicare ancor più la trama, lo snow crash in sede ultima si tratterebbe di una nuova religione, che ha come fine quello di riportare i propri aderenti a uno ur-stadio glossalico. Ecco perché, un po' come nei romanzi di Umberto Eco, si sviluppa un thriller con colti riferimenti alla civiltà sumerica, ad Asherach e alla torre di Babele. Dopo una battaglia finale ambientata in un gigantesco Raft, sorta di biomassa composta da decine di migliaia di boat people ancorata al largo della costa californiana, il libro non può non chiudersi con un epilogo a lieto fine. Stephenson ha scritto inoltre altri quattro romanzi: The Big V, suo romanzo d'esordio, sotto pseudonimo Interface, anch'esso come Snow Crash appena tradotto in italiano, mentre gli altri due Zodiac e Diamond Age sono in corso di traduzione. In particolare si annuncia interessante la pubblicazione di Zodiac, un ecothriller, anch'esso esilarante in parecchi passaggi, in cui dei militanti di Greenpeace dichiarano guerra al complesso militar-industriale, mentre The Diamond Age, ambientato anch'esso in uno scenario futuro che utilizza moneta elettronica, nanoetecnologie e morale del periodo vittoriano, sembra inserirsi a pieno titolo nel nuovo indirizzo steampunk, celebrato ultimamente da Paul Di Filippo. Ma altri interessanti scrittori compaiono già all'orizzonte del la monorotaia nel meta verso letterario, non si deve far altro che attendere. Anche in letteratura il futuro è già cominciato.

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