Linea d'ombra - anno XIII - n. 109 - novembre 1995

la presenza di questa varietà nell'ambito del quadro sociolinguistico dell'italiano, anche se come varietà interlinguistica, non potendo essere considerata propriamente una varietà linguistica dell'italiano. Le implicazioni linguistiche del fenomeno immigratorio, evidenti a tutti anche nella quotidianità, costituiscono oggetto di vivo interesse per gli specialisti da qualche anno, sotto vari profili: quello del tipo di italiano imparato dagli immigrati spontaneamente (difficile da descrivere nei suoi caratteri salienti data la non compattezza etnica dei parlanti), quello delle modalità di insegnamento dell' italiano a coloro che possono passare attraverso un apprendimento scolastico, quello del rapporto di questa varietà interlinguistica con le varietà di italiano degli italiani. La situazione attuale ci consente di prevedere per il futuro, qualora non intervengano fattori politici in grado di determinare profonde inversioni di tendenza, un tipo di italiano molto semplificato per gli immigrati adulti di prima immigrazione, e una varietà molto vicina all'italiano medio di nativi per gli immigrati di seconda generazione. Quanto ai possibili riflessi che l'italiano lingua seconda potrebbe avere sull'italiano usato dai nativi, pare difficile poter prevedere influssi che vadano al di là dell'accentuazione di tendenze già in atto nella nostra lingua, come la semplificazione lessicale e sintattica, o di fatti marginali, per esempio l'estensione del tu al posto del lei, del tutto estraneo all'italiano degli immigrati. Ma si tratta di una tendenza già in atto nell'italiano, e infatti in Francia, paese di forte immigrazione come il nostro, resiste assai di più il vous; e inoltre ci chiediamo: gli extracomunitari conoscono e usano solo il tu perché il lei è allocutivo non naturale ma di cortesia, estraneo alla loro competenza linguistica originaria o perché gli italiani si rivolgono loro in prevalenza con il tu? LASTORIA SU UN TAPISROULANT Raf "Valvola"Scelsi Tutto iniziò alla fine degli anni Settanta, quasi dieci anni esatti dopo le prime intuizioni di Alwin Toffler sulla terza ondata e I' electronic cottage. Incominciò per divertimento: un gruppo di giovani techno-arrabbiati si consultò collettivamente, fino a che non riuscì a enucleare le linee portanti di una nuova estetica. Fu solo cinque anni dopo che questa corrente letteraria venne chiamata con un nome, cyberpunk, e fu grazie all'editor di fantascienza Gardner Dozois che il gruppo ruotante sulla fanzine texana "Cheap Truth" ricevette quel neologismo così evocativo che, unito all'aggressiva novità dello stile di scrittura utilizzato, permetterà al cyberpunk di conoscere negli anni successivi un riscontro di pubblico straordinario pressocché in tutto il mondo "occidentale". Nel 1986 uscirà il vero e proprio manifesto della corrente, Mirrorshades, che rappresenterà per certi versi l'avvenuta canonizzazione del tragitto teorico fino allora realizzato. Dapprima William Gibson, successivamente Bruce Sterling e poi via via tutti gli altri esponenti di "Cheap Truth" (John Shirley, Pat Cadigan, Tom SAGGI/ "VALVOLA" 71 Maddox, Lewis Shiner, Mare Laidlawecc.) arriveranno rapidamente al successo. Ma in realtà sarà un successo determinato da un vero e proprio media hype, nello specifico innescato da un articolo particolarmente disinformato seppur entusiasta, apparso sulla rivista pop "Rolling Stones" il 4 dicembre del 1984. Ma dietro a tutto ciò si muovevano tendenze ben più profonde e l'aver dato corpo letterario e scrittura alla questione delle ricadute sociali delle nuove tecnologie si può ben dire rappresentò la chiave di volta. È infatti degli anni trai! 1986e il 1990l'uscita,dapprimatimidae poi sempre più fantasmagorica, dei primi prototipi di realtà virtuale dai laboratori della Nasa, del Mit e della Vpl. Ed è sempre di quegli anni l'espansione su scala mondiale del sogno, di matrice hacker, di una rete telematica amatoriale di base. In realtà in Neuromante (1984) William Gibson già aveva forgiato il lessico di base necessario a navigare quel nuovo mondo, ancora tutto da scoprire. È sua per esempio la coniazione del termine cyberspace (cyberspazio), ora di uso comune, così come di cowboy della consolle, di ICE, di simstin e il recupero letterario-politico di altri concetti quali zaibatsu o virus. Per ottenere questo risultato Gibson non aveva fatto altro che assorbire e trasferire multipli linguaggi di genere e gerghi, che spontaneamente zampillano a lato delle molteplici attività di lavoro e di leisure umane: quello degli appassionati del mondo dell'informatica, innanzitutto, ma anche quello dei lettighieri d'ospedale. E anche dal punto di vista contenutistico è da quell'universo composito fatto di hacker, pionieri pazzi ma geniali, utopisti, anarchici individualisti, phone phreacker, pirati etici che Gibson trae la propria principale ispirazione, sapendola impastare in un'aspra forma di tecnoscrittura hardcore. La precedente fantascienza "mainstream" poteva aiutare ben poco i pionieri del cyberpunk, visto che essa al più s'interessava di viaggi verso mondi alieni, strana - ma non troppo - metafora del contatto col mondo "comunista": Marte, il pianeta rosso per eccellenza. In realtà la sola scrittura che interessava e stimolava era proprio quella letteratura collocata, per una propria intrinseca incompatibilità, ai bordi dei generi letterari. I nomi che compongono l'albero genealogico del cyberpunk sono ormai diventati di pubblico dominio, ma giova qui ricordarli: Philip K. Dick, William S. Burroughs, James G. Ballard, Thomas Pynchon. Tutti e quattro sono dei personaggi solitari, vicini e lontani da "manifesti" di nuove estetiche, ma al contempo con un solido rapporto col mondo dell'underground e con il tema delle droghe. E droga voleva anche dire dimensione psicofantastica della dimensione percettiva. Scoperta del mondo interiore e del suo tempo, del viaggio psichico e della psico-nova polizia e inoltre riscoperta di una scrittura debordante e caotica, anche nello stesso plot. Insomma i veri e propri quattro cavalieri dell'Apocalisse del secondo dopoguerra. Dopo di loro le droghe psicotrope entrano a far parte in maniera permanente del panorama tecno-urbano, e con Gibson e Sterling esse diventano delle veri e proprie merci hi-tech, al pari della tecnologia digitale. Inoltre i Grandi vecchi spianavano al cyberpunk la strada per poter fare dell'ottima fantascienza, come mostrava l'esempio de Il pasto nudo o l'intero corpus di Dick, senza doversi impegnare in complicate descrizioni astrofisiche o inastratte e talvolta sterili osservazioni filosofiche su vaghi concetti spazio-temporali. All'orizzonte già arrivava di gran carriera il mondo delle reti: l'estensione reale e collettiva della nostra psiche. Secondo alcuni (Samuel R. Delany per esempio) il cyberpunk poteva ritenersi morto già a metà del 1987, cioè nel momento in cui cominciò a interessarsi del fenomeno una serie di critici accademici. All'incirca verso il 1990, Sterling e Gibson tentarono, seppur con molta timidezza, di uccidere perlomeno il cyberpunk inteso come stile letterario. Fecero delle interviste su riviste specializzate e in

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