70 SAGGI/ BONOMI possiamo aspettarci la progressiva recessione dei dialetti, cui hanno contribuito nel recente passato soprattutto la scolarizzazione, le migrazioni interne e la televisione, ci chiediamo innanzitutto se sia da escludere la possibilità di inversioni di tendenze, certo non auspicabili, nel quadro socio-culturale tali da interrompere questa progressione (ma la concentrazione dell'impiego attuale del dialetto nelle fasce avanzate di età garantisce in ogni caso la tendenza recessiva). Passando a meno labili argomenti, osserviamo, sotto il profilo linguistico, che il confine tra lingua e dialetto non è così netto, soprattutto oggi, come pnseremmo, specie in aree dell'Italia centrale e centro-meridionale e presso alcune fasce di parlanti: il parlato romanesco delle borgate e dei giovani, per esempio, non è davvero dialetto·(tra l'altro il romanesco è, dei vari dialetti, quello che da secoli si è più avvicinato al toscano, cioè all'italiano), ma non è neanche pienamente italiano, essendo più ricco di elementi dialettali di quello che si definisce come italiano regionale e che costituisce la varietà comunemente parlata dagli italiani. Da questa semplice considerazione scivoliamo così direttamente verso l'interrogativo vero: che cosa succederà dei dialetti e in quale rapporto saranno con l'italiano. Si possono fare alcune ipotesi. La più indolore (ipotesi uno) prevede una sostanziale continuità rispetto alla situazione odierna, con il mantenimento di un nucleo ristretto di dialettofoni specie in certe aree, la maggioranza della popolazione che usa entrambi gli strumenti linguistici, e una fetta naturalmente destinata a crescere di popolazione soltanto italofona. La più estrema (ipotesi due) ipotizza la definitiva e irrimediabile scomparsa dei dialetti, sotto i colpi della scolarizzazione di massa, dei mass-media, dei movimenti demografici: in tal caso i dialetti morirebbero, lasciando il posto a varietà di italiano, più o meno regionalizzate secondo il livello socio-culturale, la zona, l'età (ma con una progressiva tendenza alla neutralizzazione di queste differenze). Credo che non occorra sottolineare quanto questa prospetti va, che prevede lamorte di quelle realtà linguistiche che hanno per secoli conservato e tramandato l'espressività, la vivacità, la varietà della parlata popolare, desti preoccupazione e tristezza. Tra i due estremi si colloca un'ipotesi intermedia (ipotesi 3), che appare a mio parere la più probabile, e che si può a sua volta distinguere in due sottoipotesi: l'ipotesi nel suo complesso, basandosi sulla constatazione del progressivo avvicinamento dei dialetti all'italiano, prevede una loro trasfigurazione, una loro trasformazione in varietà intermedie tra dialetto e lingua, con un lessico quasi interamente italianizzato, e una patina dialettale nella fonetica e nella morfologia. Una variante di questa previsione ipotizza, ragionevolmente, una differenziazione regionale, con una compresenza dell'ipotesi uno in regioni meridionali estreme o nord-orientali, e dell'ipotesi due o tre nelle altre regioni, e quindi nella maggior parte del paese. A ben vedere, del resto, le diverse ipotesi non sono poi così lontane tra loro, accomunate dalla constatazione della progressiva italianizzazione dei dialetti. E veniamo ora alle previsioni sulla lingua italiana, solo sfiorate in relazione ai dialetti. Il problema si fa qui più complesso, e di necessità più specialistico, entrando nell'analisi in sincronia e in prospettiva diacronica del repertorio dell'italiano, cioè dell'insieme di varietà linguistiche di cui si compone il quadro socio-linguistico della nostra lingua. Con un po' di schematismo, e senza dimenticare che la lingua è un continuum, individuiamo sostanzialmente, oggi, le seguenti varietà: italiano standard, quello delle grammatiche e dei vocabolari, per intenderci, quasi inesistente nel livello parlato (la pronuncia è sempre caratterizzata sull'asse geografico, anche quella fiorentina, la più vicina alla pronuncia dell'italiano standard); italiano neostandard, o dell'uso medio, scritto e parlato, più innovativo sul piano grammaticale, lievemente connotato diatopicamente (o geograficamente) sul piano fonetico nel parlato delle persone colte, e quindi in parte coincidente con l'italiano regionale; italiano regionale, appunto, che possiamo distinguere in una sottovarietà più alta, quella appena citata, e in una più bassa sull'asse diastratico o socio-culturale, più marcata diatopicamente. L'accentuazione regionale, e popolare, nelle molte diverse realizzazioni dell'italiano regionale nel suo livello più basso procede nella direzione del dialetto, da cui la varietà di italiano resta comunque differenziata, ma con quella zona intermedia tra lingua e dialetto di cui abbiamo parlato sopra. Quali sono gli interrogativi più forti che la proiezione di questo quadro nel prossimo futuro (cioè quello a cui può arrivare la nostra previsione senza diventare decisamente fantaliguistica) suscita? Mi pare che si possa con un discreto margine di sicurezza prevedere che italiano standard e italiano neostandard arriveranno a coincidere, o meglio che il primo cederà in molto al secondo, cessando di costituire un riferimento così forte e riconosciuto come ora. I dubbi maggiori riguardano il futuro del regionalismo, ancora oggi componente caratterizzante della nostra lingua ben più delle altre lingue d'Europa: ci si chiede, cioè, se esso tenderà a recedere nell'italiano, con una omogeneizzazione nel livello fonetico (non più, presumibilmente, verso il toscano, ma in quale direzione? verso il settentrionalismo? e che fine faranno le intonazioni regionali, ancora oggi tanto pronunciate?) e una completa omogeneizzazione lessicale, oppure se resterà quale ineliminabile connotato dell' italiano parlato. Ed è evidente, del resto, che il futuro del regionalismo è legato al destino dei dialetti. Accanto a questi interrogativi sulle prospettive generali dell'italiano, altri riguardano, com'è ovvio, aspetti diversi e determinanti della sua futura configurazione. Per esempio, quale sarà la spinta del parlato, che oggi vive una fase di grande forza e propulsione, determinando la diffusione anche nello scritto di innovazioni significative nell'ambito della morfosintassi (come gli per a loro o, meno, per a lei; lui lei loro soggetti al posto dei tradizionali egli ella/ essa essi/esse; usi verbali come il presente per il futuro, il passato prossimo al posto del remoto, l'indicativo al posto del congiuntivo), della sintassi del periodo che assume sempre di più la struttura e le movenze tipiche del parlato, del lessico che tende all' impoverimento, all'appiattimento, quando non sia indotto dalla necessità tecnicistica? Quale sarà il peso dei mass media, e di che tipo: proseguirà con le caratteristiche attuali, come pare ragionevole ipotizzare, la fortissima influenza della televisione sulla lingua comunemente usata dagli italiani, che, una volta esaurita la funzione importantissima di aiutare la diffusione della lingua unitaria e di favorirne la sostituzione al dialetto, agirebbe unicamente nella direzione della crescente semplificazione e dell'impoverimento linguistico? O si può auspicare e ritenere possibile un'inversione di tendenza nel livello culturale e contenutistico del mezzo, tale da determinare un diverso e più positivo influsso linguistico? In quale misura la tendenza alla semplificazione, all'economia, e l'inevitabile impoverimento che ne conseguirà snaturerà la nostra lingua al punto da farle perdere la ricchezza di cui va da sempre giustamente orgogliosa? Quanto l'italiano sacrificherà del suo all'invadenza dello stranierismo (ma di questo abbiamo già parlato)? E altri interrogativi che si potrebbero aggiungere, anche senza entrare nell'ambito di aspetti troppo particolari e tecnici. Vorrei infine accennare a un problema certamente molto rilevante per il futuro del quadro sociolinguistico della nostra lingua, quello dell'italiano dei molti stranieri immigrati nel nostro paese. Per la prima volta si verifica l'apprendimento dell'italiano come lingua straniera, o meglio lingua seconda, in Italia, e ciò determina
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