Linea d'ombra - anno XIII - n. 109 - novembre 1995

AVANTILOSTRANIERO ITALIANODIOGGI, ITALIANODIDOMANI IlariaBonomi Il riflettere sull'oggi e l'interrogarsi sul domani della nostra lingua non è mai stato tanto vivo come in questo momento di profonde trasformazioni. Infatti, la futurologia linguistica o linguistica "prognostica" suscita da qualche anno l'interesse di molti, addetti ai lavori e non, all'estero e in Italia: si confrontano, opponendosi o tentando una conciliazione, sostenitori della possibilità di prevedere il futuro di una lingua e addirittura di individuare una precisa linearità di svolgimento alla luce delle tendenze, o trends, attuali, e negatori di ogni prevedibilità in nome di un ortodosso storicismo. Il confronto e la discussione relativi all'italiano sono, per ora (fino a che l'argomento non diventerà troppo di moda, forse), produttivi e stimolanti, e offrono spunti di riflessione su una situazione, quella della nostra lingua, che suscita interrogativi e curiosità più delle altre lingue europee. Sarà, comunque, meglio parlare di previsioni di massima, piuttosto che di futurologia linguistica. La storia della nostra lingua, per circa sette secoli soltanto strumento letterario e dotto, opposto alla realtà parlata dialettale (tranne che in Toscana, dove lingua e dialetto coincidono da sempre), e soltanto negli ultimi centocinquant'anni divenuta strumento per tutti gli usi comune all'intero paese, ha comportato la concentrazione in un tempo troppo breve di quei fatti evolutivi che le altre lingue europee hanno diluito in secoli di storia, e l'amplificazione degli effetti di mutamento indotti da fattori esterni agenti sulla lingua, come i mass media e l'immigrazione. Il quadro degli aspetti più rilevanti di una considerazione futurologica dell'italiano (più propria degli specialisti) e dei fattori che anche a un comune parlante appaiono come i più evidenti motivi di instabilità o di evoluzione sono fondamentalmente l'influsso anglo-americano, il destino dei dialetti, il rapido costituirsi di un italiano come lingua seconda dei sempre più numerosi immigrati, e, fast but not least, la complessa evo!uzione che caratterizza l'italiano del nostro tempo, assai diversamente percepita e meditata dal parlante comune e dal linguista. La penetrazione dell'anglicismo, specie lessicale, nell'italiano di oggi costituisce fenomeno diffusamente rilevato e anche troppo sottolineato, e molti temono uno snaturamento della nostra lingua, prevedendo una sempre maggiore invasione delle parole angloamericane e una sudditanza totale dell'italiano all'inglese. Il fenomeno è, come si può ben immaginare, assai complesso e non sintetizzabile in poche parole o addirittura in una formula: può valer la pena, in un'ottica di previsione e alla luce della storia passata. ricordare alcuni fatti. Innanzitutto, non mi sembrano condivisibili i timori di coloro che prevedono un decisivo estendersi del dominio dell'angloamericano (sottoforma di International English o di un neoingolese molto diverso da quello odierno), con gravi conseguenze di contrazione delle altre lingue, destinate a diventare addirittura lingue per dotti o lessici familiari. Ben difficilmente può determinare lo snaturamento di una lingua l'influsso di una lingua straniera. circoscritto nel suo acme al periodo di maggiore prestigio economico-culturale o anche soltanto culturale del paese che esercita l'influsso, destinato naturalmente ad essere superato (a meno che non si tratti di una vera sudditanza politica, che determina una ben differente influenza sulla lingua "conquistata", ma la sudditanza dell'Italia ali' America non appare certo come uno scenario ipotizzabile): lo ha ben dimostrato il caso dell'influsso francese sull'italiano del Settecento, influsso peraltro assai profondo perché attivo anche al di fuori del lessico, nella sintassi, nell'ordine delle parole, nella struttura del periodo (e infatti l'italiano è debitore in buona parte al francese per il benefico rinnovamento della sua struttura sintattica), con effetti di trasformazione ben più radicali di quelli che possiamo attribuire all'anglicismo attuale dell'italiano, assai scarsamente rilevabile al di fuori del lessico. Non è poi vero, a ben vedere, che le parole inglesi costituiscano una parte tanto cospicua del nostro lessico odierno, e soprattutto non sono ugualmente presenti nelle diverse "sottolingue" (varietà, registri, sottocodici), ma ne caratterizzano alcune in particolare, come il sottocodice informatico, quello sportivo, quello tecnico-scientifico. Una recente indagine sul lessico dell'italiano parlato condotta sotto la direzione di Tullio De Mauro, che ha prodotto il Lessico di frequenza del!' italiano parlato, mostra come lapresenza degli stranierismi nel bagaglio lessicale del parlante comune sia davvero irrisoria (0,30%, di cui un sesto rappresentato soltanto dalla parola-simbolo del1 'American English, l'onnipresente okay), e anche precedenti studi sull'anglicismo ne hanno evidenziato una diffusione non cospicua. Se la lingua parlata non accoglie in larga misura voci straniere, esiste comunque una tipologia che caratterizza il recente anglicismo popolare: in particolare, pensiamo ali' adattamento nella grafia della parola alla sua pronuncia (tipo occhei squosc), ampiamente documentata anche nella narrativa contemporanea, e al falso anglicismo tipico di scritte e insegne di negozi, come le incredibili ma vere Occhial House, Generai Restaur, o Scont Fruit (se il falso anglicismo costituisce un fatto abbastanza nuovo oltre che non certo bello, l'adattamento, va ricordato, ha sempre accompagnato il prestito nel suo inserimento nella lingua parlata e popolare). Queste tendenze restano per ora fatti marginali nella fruizione del prestito lessicale, e potrebbero preoccupare seriamente solo se si verificasse in prospettiva un degrado culturale molto più 'forte di quello cui assistiamo in questi anni. È necessario distinguere tra lo stranierismo superfluo, un tempo snob e ora sempre più spesso antiestetico, e lo stranierismo necessario, segno positivo dell'apertura, dell'arricchimento nei vari campi della cultura e della scienza: desiderare per la nostra lingua la fedeltà alla propria tradizione di lingua ricca bella varia, ma anche la capacità di accogliere senza snaturarsi quanto di arricchente provenga dall'esterno. Veniamo al secondo degli interrogativi relativi al futuro dello scenario linguistico del nostro paese: il destino dei dialetti. La storia degli ultimi quattro decenni ha visto un significativo declino nell'uso del dialetto a favore dell'italiano, che è ora davvero la lingua della stragrande maggioranza degli italiani, e questo è sotto gli occhi di tutti. Le ultime stime (indagini Doxa e lstat) sull'uso di lingua e dialetti indicano che il 12% circa degli italiani usa soltanto il dialetto, soprattutto al Sud estremo e nelle regioni nord-orientali, più del 30% l'italiano, e il resto, poco meno del 60%, alterna lingua e dialetto a seconda delle circostanze e degli interlocutori: nonostante questi dati non siano del tutto affidabili, appare evidente la diminuzione nell'uso del dialetto verificatasi negli ultimi decenni. Le previsioni per il futuro non sono affatto facili, e si legano alle previsioni sul tipo di italiano che si parlerà nel prossimo secolo, oltre che, naturalmente, agli scenari socio-culturali che caratterizzano il paese (non mi azzardo a ipotizzare improbabili scenari politici radicalmente diversi da quello attuale, che possano indurre un recupero dei dialetti peraltro assai difficile da immaginare). Se in linea di massima

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==