VIFA ACTIVA E VITA CONTEMPLATIVA SUHANNAHARENDT A cura di SantinaMobigliae CesarePianciola ~ UNA DIFFICILEREDITA 1975-1995 Cesare Pianciola Nei venti anni che ci separano dalla morte di Hannah Arendt (New York, 4 dicembre 1975) la discussione intorno alla sua opera e il lavoro interpretativo si sono enormemente accresciuti. Basta scorrere la preziosa bibliografia raccolta da Simona Forti in appendice al suo saggio sul rapporto cruciale tra critica della filosofia e riabilitazione della politica. È vero, come scrive Ursula Ludz, che oggi "la ricezione corre il rischio di diventare mera citazione di determinate formule quali la 'banalità del male', o di alcune frasi estrapolate dal loro contesto". Ma le monografie che sono uscite ultimamente da noi sul suo pensiero (oltre al libro della Forti, quelli di Laura Boella, di Marina Cedronio, di Paolo Flores d' Arcais, di Augusto Illuminati) dimostrano che l'eredità di Hannah Arendt è complessa e problematica e dà luogo a letture molto diverse1• È anche giusto che sia così visto che, come ha scritto Alessandro Dal Lago, "si tratta del raro caso di un pensiero libertario ma ostile aimiti della liberazione, di una concezione iper-politica di esistenza che non si identifica in alcuna forma costituita di potere, di una teoria dell'interpretazione della tradizione che non nasconde mai il fallimento di un'intera tradizione di pensiero". Credo che soprattutto si debba sottolineare la forte tensione tra i "caratteri originari e genuini dell'agire p9litico: una sorta di definizione ideale del Politico, che funge da criterio per giudicare il tasso di autenticità delle azioni reali della politica" (come ha scritto Franco Volpi) e qualsiasi architettura istituzionale, anche quella dello stato liberaldemocratico. Proviamo a segnalare brevemente alcuni elementi di questa tensione prendendo il testo dei frammenti degli anni Cinquanta ora tradotti (Comunità 1995, a cura di U. Ludz) sotto il titolo Che cos'è la politica? Si tratta di riflessioni per una introduzione alla politica, richiesta dall'editore Piper, che non fu mai portata a termine: pagine molto chiare e significative per seguire l'orientamento del pensiero arendtiano dopo l'opera sulle origini del totalitarismo. La politica ha ancora un senso? La domanda è suscitata legittimamente dalle sciagure che la politica ha già provocato nel nostro secolo: 1) "l'esperienza dei regimi totalitari, che pretendevano di politicizzare appunto totalmente l'intera esistenza degli uomini; col risultato che lì la libertà HannahArendt.FotoJerryBauer/ G. Neri cessa di esistere" (pp. 21-22); 2) la bomba atomica e l'enorme sviluppo dei mezzi di distruzione monopolizzati dagli stati: "qui il politico minaccia proprio ciò che nell'opinione dell'età moderna costituisce la sua ragione d'essere: la possibilità di vita in quanto tale, e per di più dell'umanità intera" (p. 23). Se la politica produce il Leviatano totalitario e il Leviatano atomico la diffidenza verso la politica è più che giustificata. Ma quale politica? Una comprensione teorica della vera natura della politica è ostacolata da tutte le categorie politiche in cui siamo abituati a pensare e soprattutto: a) "la categoria del fine e del mezzo, che considera il politico nell'ottica di un fine supremo ad esso estraneo"; b) "l'idea che la sostanza del politico sia la violenza"; c) "la convinzione che il dominio sia il concetto centrale della teoria politica" (p. 62). In effetti il politico come eteronomia, rapporto verticale di dominio e di coercizione, corrisponde a come la politica si è storicamente strutturata, rimuovendo i suoi inizi, che sono il tesoro perduto che a tratti riappare, ridiventa evento. Si è molto discusso sull' arendtiana "utopia della polis" (non tanto nel senso di
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