Linea d'ombra - anno XIII - n. 109 - novembre 1995

DESDEMONAEFARRAKHAN Marisa Caramella Il linguaggio, le immagini ostili con le quali la società a maggioranza bianca racconta e definisce i neri che ne fanno parte resta immutato nei secoli. Anche - anzi, soprattutto - quando il nero da racconmre, da descrivere ha assimilato la cultura dominante al punto da distinguersi ormai solo per il colore della pelle. Ergo, si può parlare, nelle società occidentali, di negrofobia, di razzismo "istintivo e biologico": dal 1602, data di stesura dell'Otello di Shakespeare, al 1995, data di stesura dell'"Introduzione al caso" O.J.Simpson, "nulla è cambiato né potrà cambiare". A dichiararlo è lo scrittore nero Austin Clarke, in un pezzo brillante e suggestivo pubblicato nel numero di settembre di "Linea d'ombra": mettendo a confronto il "Prologo" dell'Otello con !'"Introduzione" al caso più famoso d'America, Clarke trae queste pessimistiche conclusioni: per poi dichiarare però che la politica riformista, "liberal", contro il razzismo e per il multiculturalismo resta comunqµe essenziale, perché "il dispiego naturale e istintivo di questa ostilità dominante sia controllato da norme e leggi, in modo da giungere almeno a una dignitosa coesistenza sociale". Conclusione quanto mai cupa. Alla stessa potrebbe arrivare il lettore con riferimento al sesso invece che alla razza, analizzando sia il linguaggio con cui il poeta descrive Desdemona sia quello con cui la Procura di Los Angeles introduce nel caso la figura di Nicole Brown. Austin Clarke lo fa, ma solo in rapporto e in subordine alla figura del maschio nero. Eppure salta all'occhio la disparità, l'ingiustizia macroscopica tra il destino riservato al maschio nero reo di aver sposato una bianca e quello riservato alla "colomba bianca" rea di essersi lasciata accecare dal desiderio al punto da unire la propria sorte a quella della "bestia scura": la vera, concreta, indiscutibile vittima delle due storie, una immaginata, l'altra accaduta, è la donna (bianca), non l'uomo (nero). Ma iconcretissimi, tutt'altro che metaforici cadaveri delle Desdemone di questo mondo, vengono da sempre prontamente rimossi dall' immaginario del maschio di ogni colore, che sopra di essi conduce la propria battaglia di odio e supremazia, e altrettanto prontamente ripristinati soltanto per insinuare che la morte è un destino, se non proprio meritato, almeno prevedibile per chi rompe il tabù della razza facendosi sedurre dalla "diversità" del nero. Diversità che seduce però anche i maschi bianchi, a giudicare dai servizi fotografici e dai reportage sulla manifestazione più drasticamente separatista che sia mai stato dato di vedere fuori dal Sudafrica di un tempo. Tutti i mezzi di comunicazione hanno scelto, per illustrare i titoli della "marcia di un milione di uomini neri" del 1 O ottobre a Washington, le fotografie di Louis Farrakhan e della sua scorta di militanti della Nation oflslam, minacciosamente eleganti in abito scuro, sparato candido, farfalla, lenti impenetrabili. Quasi tutti i cronisti e i commentatori hanno inneggiato alla pacifica (contro ogni pregiudizio e previsione) esibizione di potere maschio e nero. E quale componente abbia avuto, nel meccanismo di seduzione, l'assenza totale, prevista, voluta, organizzata, delle donne, è difficile dirlo. Nelle intenzioni dichiarate dell'organizzatore - ma anche di sostenitori assai più democratici e assai meno sospetti di misoginia istituzionalizzata - lo scopo della marcia senza donne era, non ultimo, quello di invitare il maschio nero a interrogarsi sulla propria responsabilità: sulla prassi diffusa, per esempio, di abbandonare mogli e figli, comunicando di sé ai media bianchi un'immagine negativa - in primis - e condannando i medesimi figli (maschi, si suppone) a cader vittime delle perverse dinamiche del ghetto (droga, delinquenza, alcolismo eccetera)- in secundis. Ma ancora una volta Farrakhan e gli altri leader neri confondono le responsabilità maschili verso ilproprio e l'altro sesso con le responsabilità verso la "famiglia", verso un'istituzione, anziché verso l'individuo donna. E gli stessi cronisti che plaudono unanimi alla nuova legge contro la violenza sessuale, che definisce finalmente anche nel nostro paese la donna, invece che la morale pubblica, come oggetto di frequente stupro, plaudono anche alla suggestiva (e rassicurante) immagine della marea di neri che elimina dalla dialettica politica di un paese scosso dalle lotte di razza e di genere, un soggetto emerso e riconosciuto solo di recente, riducendolo a istituzione. Rimuovendo e rinnegando non solo tutte le Desdemone bianche e nere di questo mondo, ma anche tutte le Angele Davis, e tutte le donne anonime, forti e responsabili di ogni razza, che da sempre allevano figli forti e responsabili in ogni tipo di ghetto in tutte le nazioni del mondo. Farrakhan, il capo della Nation of Islam, la sua volontà di cancellare la donna come soggetto della storia la professa e la vanta apertamente, almeno. Invece Jesse Jackson, candidato nero democratico alla presidenza Usa alcuni anni fa, pacifista, moderato, si dimostra pavido e ipocrita quando si limita - in un pezzo apparso su l'Unità del 9 ottobre - a dichiarare, riguardo al milione di donne che avrebbe potuto prender parte alla marcia e ne è stato escluso, che "tutti questi uomini marceranno con il sostegno delle donne afroamericane e facendosi interpreti delle speranze dei bambini afroamericani". Relegando in questo modo la donna al ruolo di "minore", di individuo bisognoso di tutela, di mancato soggetto legale e civile. E anche uno scrittore raffinato e sensibile, un intellettuale così attento alle infinite sfumature della discriminazione nel linguaggio e non, elimina dal suo articolo le figure riverse delle due Desdemone che, a distanza di quattro secoli l'una dall'altra, nella finzione come nella realtà, pagano nello stesso modo la colpa di aver sposato un nero. Con una differenza. Si tranquillizzi, Austin Clarke, dal 1602 le cose sono cambiate. Immaginate per un istante che la corsa disperata di O.J. Simpson e del suo amico sulle freeways di Los Angeles il giorno della scoperta dei cadaveri di Nicole Brown e Jeff Goldman fosse finita in un incidente mortale o in un duplice suicidio. Il caso sarebbe stato subito chiuso e la colpevolezza di O.J. data per scontata. Il finale della tragedia avrebbe davvero imitato l'arte, come vuole Austin Clarke nel suo pezzo. Ma le cose sono cambiate, dal 1602; l'Atleta, contrariamente al Generale di Shakespeare, non è stato costretto a suicidarsi; poteva - e lo sapeva - contare sui media e sul loro potere di provocare uno di quei turning of the tables necessari allo svolgersi di tante tragedie elisabettiane. Come? Cancellando l'immagine della vittima per trasformare il colpevole in eroe. In fondo, !'"Introduzione al caso" si limita a dire dell'"oggetto Nicole": "(O.J.) le prese la giovinezza, la bellezza e il rispetto di sé". Parole e immagini non molto diverse da quelle con cui i veneziani compiangono Desdemona. La stampa Usa invece si è data da fare per trasformare la vittima in colpevole, elencando veri o immaginari tradimenti e comportamenti sessuali disinvolti di Nicole, resuscitandola come soggetto soltanto per denunciarne il comportamento trasgressivo rispetto alla doppia morale pubblica ancora vigente negli Usa e non solo. Per questo O.J. Simpson non si è suicidato schiantandosi con il suo fuoristrada, durante quella fuga disperata: perché sapeva di poter contare sul fatto che con l'aiuto dei media la collettività avrebbe rimosso il cadavere della vittima dalla storia -come ha sempre fatto - per spostare il dibattito, anche processuale, sulla questione razziale. Confermando l'immagine dell'Atleta come eroe e vincitore: degno di partecipare alla marcia su Washington dalla quale non solo Nicole, ma tutte le sue simili di razza nera, sono state escluse.

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