Linea d'ombra - anno XIII - n. 109 - novembre 1995

S2 AUSTRIA/RANSMAYR L'avvocato fece una breve pausa mozzafiato, lasciò cadere le braccia e poi disse lentemente, rivolto più a se stesso che alla folla fattasi improvvisamente inquieta: E in seguito forse una patria. La patria pluralista, la famiglia di popoli, i fiorenti paesi danubiani e l'eredità del tramonto asburgico, tutto insieme: la libera Mitteleuropa. Lieberman riprendeva le immagini di un desiderio antico, con cui avevano adornato i loro discorsi anche molti oratori del passato austroungarico, e con cui molti altri oratori e scrittori del futuro mitteleuropeo avrebbero adornato i loro discorsi e i loro scritti. Ma non erano state queste immagini a inquietare d'improvviso la folla, bensì semplicemente alcuni carrettieri ucraini, che avevano spinto due portatori di fiaccole contro la portad' ingresso del distillatore d'acquavite Feldkowicz, e là certavano di strappare loro il fuoco. Dall'altezza del podio dell'oratore non si poteva distinguere se i carrettieri fossero ubriachi o accecati dal fulgore utopistico del discorso di Lieberman. Lieberman fece quello che fanno molti oratori quando il popolo finalmente si riscuote. Aspettò. I carrettieri si ritirarono infine davanti alla superiorità attenta e sempre più arrabbiata dei portatori di fiaccole, arretrando nell'ombra fitta di un'arcata. In una pozzanghera davanti alla porta del distillatore d'acquavite si spense un ceppo impeciato. A scatti, come l'inizio di una litania di maledizioni, un'acuta voce maschile dal buio delle arcate gridò le prime battute di una canzone ucraina: Schtsche ne umerla Ukraina ... L'Ucraina non è ancora morta! Ma gli evviva dei repubblicani di Przemysl coprirono presto anche questo tentativo di disturbo. "Compagni, concittadini, amici!", Lieberman ripetè, ora con un tono di nuovo forte e sicuro, l'ordine consueto dei discorsi che adoperava sempre anche al Gran Caffè Stieber, quando si staccava inatteso dalla quieta atmosfera privata dalla cerchia democratica del Tavolo Rosso, e alzando la voce si rivolgeva al numeroso pubblico del caffè. Pian piano si spensero le grida sulla piazza circolare. Al chiasso dell'entusiasmo subentrò una quiete indolente che si diffuse intorno al podio dell'oratore, come il liquido intorno a un recipiente andato in frantumi per la brusca alternanza di caldo e freddo. "Compagni, concittadini, amici! La monarchia sarebbe potuta diventare il cuore dell'Europa, ma ha perso e sciupato questa possibilità. La monarchia ha rinnegato la sua maggioranza slava, e al posto di una pacifica comunità di popoli ha messo solo la misera piramide di nazioni, alla cui sommità troneggiava la cosiddetta maggioranza etnica: i tedeschi. La monarchia, compagni, non ha compreso che nessuno dei popoli mitteleuropei è abbastanza forte per dominare un altro; per questo solo motivo già la ragione politica ordinava la conciliazione di questi popoli e l'equiparazione dei loro diritti. E così la monarchia è dovuta perire come ogni impero che si rifiuta di comprendere la necessità del tempo. Adesso spetta a noi, compagni, ricomporre dalle macerie di questo impero una nuova Mitteleuropa che ha vissuto la guerra come conseguenza di questa infelice gerarchia di nazioni e ora troverà la sua unità anche senza la coercizione di una dinastia. E Przemysl, compagni, concittadini e amici, sarà il modello e il primo esempio di una siffatta comunità di popoli " Con delle interruzioni a mezza voce, come Ecco Lieberman che chiacchiera di nuovo oppure Ah, Lieberman, Jaroslav Soucek, il medico ceco dell'ospedale della guarnigione, aveva interrotto di tanto in tanto dal tavolo del biliardo tali e simili discorsi del socialdemocratico al Grand Caffè Stieber, e poi aveva tenuto dei brevi discorsi di replica attraverso la vastità del locale adorna di tre lampadari di cristallo, senza però dare seguito all'invito di Lieberman a esporre sì le sue obiezioni, ma nella cerchia dei democratici. Soucek parlava per principio dalla lontananza del tavolo da biliardo, velata da nuvole blu argento, e sembrava per questo stranamente assente. "I popoli mitteleuropei non vogliono uno stato plurietnico, né dinastico né democratico", aveva detto il medico ceco appena una settimana prima, in una piovosa mattina di lunedì, "piuttosto vogliono molto semplicemente i loro propri, autonomi, stupidi, piccoli stati nazionali, le loro industrie scricchiolanti, i loro parlamenti corrotti e gli eserciti nelle loro ridicole divise. Ma si guardi intorno, signor Lieberman, che cosa vede? Lei vede la Mitteleuropa - un bestiario: i cechi inveiscono contro gli slovacchi, i polacchi e i tedeschi; i polacchi contro i lituani e gli ucraini; gli slovacchi contro gli ungheresi; gli ungheresi contro i rumeni; i croati contro sloveni, serbi e italiani; i serbi contro gli albanesi e i montenegrini; gli sloveni contro gli italiani e i bosniaci, e così seguitando, e i tedeschi inveiscono contro gli slavi nel loro complesso, tutte le ostilità valgono naturalmente anche al l'inverso e vengono fomentate da tutti gli interessati con pregiudizi sempre nuovi e sempre più stupidi. I membri di questa straordinaria famiglia di popoli hanno in comune solo il fatto che a ogni occasione favorevole si scagliano addosso agli ebrei. Il pogrom è però anche l'unica impresa per cui la famiglia si trovi disposta ad agire di comune accordo. Una coesistenza pacifica? Alcune di queste masse che agitano le loro bandiere e cantano a squarciagola i loro inni, hanno scoperto però appena adesso il proprio carattere nazionale e non hanno nulla di più urgente da fare che custodire questa muffa sotto il copriformaggio a campana di ogni singolo stato fino alla prossima guerra, fino alla prossima caccia agli ebrei, fino alla prossima scorreria. Intanto rimangono ciechi gli uni verso gli altri; ciechi e stupidi. La nazione! Ah, Lieberman, che stupidaggine. Ma per il momento è proprio un atteggiamento moderno tenere alta questa stupidaggine e con essa la fede in una propria storia particolarmente gloriosa, la fede in un proprio cammino, contorto in un modo particolarmente geniale, che conduca dall'orda di scimmie a un beffardo stato nazionale. In quell'Europa, di cui Lei parla, carissimo, la Boemia si trova sul mare e Trieste in montagna. I suoi discorsi non sono all'altezza del tempo. E il tempo, signor democratico, di certo non è all'altezza dei Suoi discorsi." Quella mattina di lunedì il medico ospedaliero Soucek aveva posto fine alla sua esternazione con un colpo improvviso della stecca da biliardo, era risprofondato completamente nel suo gioco e non era stato più ad ascoltare la risposta di protesta del Tavolo Rosso. Come la vittima di un grande rogo, Herman Lieberman sovrastava dal suo podio il campo vaci II ante, fumante delle torce a vento. Da parte di Soucek quella sera non sarebbe giunta nessuna interruzione. Il medico era partito alcuni giorni prima con la sua unità e aveva inutilmente tentato di impedire ai suoi commilitoni di trascinarsi dietro tutte le suppellettili trasportabili dell'ospedale della guarnigione. Sovraccarichi e cantando a passo di marcia, i cechi si erano mossi dal caos del tempo per andare incontro al loro stato. "Ci siamo qui riuniti", gridò Lieberman rivolto alla distesa selvaggia di fiamme, figure, volti e ombre in movimento, "per dimostrare che solo l'unità dei suoi popoli può preservare la Mitteleuropa dal degenerare in un campo di manovra di eserciti ed interessi estranei. Evviva la Libera Repubblica di Przemysl, l'esempio della comunità di popoli!" Il fragore degli evviva e degli hurrà rispose dal basso. I portatori di fiaccole agitavano le loro luci sopra le teste oppure descrivevano in aria circoli di fuoco e spirali. Una banda

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