SO AUSTRIA/ REITANI documentazione per l'intera letteratura austriaca - e infine il circolo culturale dell'Alte Schmiede. Ognuna di queste istituzioni organizza convegni, conferenze e soprattutto letture pubbliche di autori, contribuendo a fare di Vienna una città straordinariamente viva sul piano letterario, senza considerare poi il notevolissimo peso del teatro, a cui dedichiamo in questo dossier un discorso specifico. E anche l'accademia, dopo decenni di letargo, sembra finalmente interagire con il mondo delle lettere. Certo, la tradizione del caffè letterario costituisce ormai più un abusato stereotipo che una realtà fornita di un qualche fondamento. Molto più realistiche appaiono in questo senso la marginalità e l'isolamento con cui Emst Jandl descrive nel suo dramma Altrove la "giornata di uno scrittore". Né si deve credere che la mole di iniziative letterarie a cui si accennava sia un dato caratterizzante, in un paese in cui i giornali più venduti accusano ancoragli scrittori più critici di infangare con le loro opere ]'"onore" della nazione, e in cui la parola intellettuale a livello medio rappresenta quasi un'offesa. Sebbene la sfasatura tra le tendenze letterarie "alternative" e la cultura "ufficiale" si stia pian piano ricucendo, l'Austria continua a correre su un doppio binario. I traumi della storia Contro la letteratura austriaca del dopoguerra si è spesso levata l'accusa di "apoliticità". Il riferimento a Stifter è stato letto anche in chiave ideologica, là dove il primato della "descrizione" rispetto all '"azione", della natura sulla storia, sembrava escludere un sostanziale interesse verso il sociale e le sue vicende. In effetti gli stessi romanzi di Heimito von Doderer, che pure sono così ricchi di riferimenti al passato austriaco, rappresentano tutt'altro che il tentativo di un epos nazionale. Nel miglior caso la storia appare qui come una coreografia della psiche. Rispetto alla contemporanea letteratura della Repubblica federale tedesca - e basti solo pensare a Boli o a Grass- gli scrittori austriaci si sono insomma scarsamente preoccupati di fornire un ritratto storico del loro paese. O forse l'interesse verso il sociale è stato semplicemente mediato da forme diverse, se è vero che Infelicità senza desideri (1972)- probabilmente il miglior libro di Peter Handke - si può indirettamente leggere come una storia sociale dell'Austria, oltre che come il tentativo di biografia di una donna. E lo stesso primo romanzo di Thomas Bernhard, Gelo (1963), presenta a una rilettura molti più elementi d'interesse storico-sociale di quanto si possa pensare in un primo momento. Ammesso che questa "accusa" sia fondata, comunque, la letteratura austriaca degli anni Ottanta ha fatto il possibile per confutarla radicalmente. Nel suo monumentale romanzo Dessen Sprache du nicht verstehest ( La cui lingua tu non capisci, 1986)Marianne Fritz ha tracciato una "controstoria" del mito absburgico, partendo dalle nascoste tensioni dell'impero. Mentre Gerhard Roth ha definito il suo ambizioso ciclo narrativo e saggistico Die Archive des Schweigens ( Gli archivi del silenzio, 1980-1991) una "psicoanalisi dell'Austria". E l'ultimo, straordinario romanzo di Thomas Bernhard, Estinzione (di prossima pubblicazione presso Adelphi) attraversa in lungo e in largo la storia austriaca del Novecento. Tutte queste opere hanno il loro punto di partenza nei traumi storici del secolo, e in particolare nel coinvolgimento dell'Austria nella politica nazionalsocialista. È come se dopo anni di rimozione il ricordo fosse divenuto un imperativo categorico (si veda a questo proposito la brillante fiction saggistica di Doron Rabinovici qui pubblicata). Anche nell'ultimo romanzo di Elfriede Jelinek (Kinder der Toten; Figli dei morti, I 995) il paesaggio austriaco diventa la terra del ritorno dei morti, delle vittime: non a caso una frase in ebraico è posta come epigrafe al libro. E il racconto di Christoph Ransmayr che pubblichiamo mostra come la narrazione delle tragedie di ieri possa diventare profetico ammonimento delle tragedie di oggi. Accanto a questo nuovo interesse per la storia si potrebbe anche citare una certa tendenza a intrecciare la cronaca con la fiction, presente in una nuova generazione di autori, per altro assai diversi nello stile, come Erich Hackl (proposto in Italia da Marcos y Marcos), JosefHaslingere lo stesso Christoph Ransmayr. In questi testi ampio spazio è dedicato a un nuovo, lacerante conflitto della società austriaca: quello della crescente intolleranza verso gli stranieri immigrati. La storia, insomma, sembra avere ormai relegato in secondo piano la natura. Topoi, temi, cliché Quali sono dunque i motivi privilegiati della letteratura austriaca? Tra tutti, forse, al primo posto va messo quello del villaggio contadino, del Dori, spesso arroccato tra le montagne, che viene però presentato come anti-idillio, con una forza polemica direttamente proporzionale alla retorica della propaganda turistica. A ragione la critica ha parlato a questo proposito di Anti-Heimatroman, ovvero di un romanzo "paesano" alla rovescia, che inverte i topoi del genere ottocentesco. Importante in tal senso è Die Wolfshautdi Hans Lebert (1960), autore scomparso subito dopo la sua recente riscoperta. Ma gli esempi sono numerosissimi: dal Geometrische rHeimatroman di Gert Jonke (1968) a Gelo di Bernhard, alla prosa di Josef Winkler- autore che andrebbe prima o poi tradotto: straordinaria l'antropologia poetica della sua trilogia carinziana - agli stessi romanzi di Elfriede Jelinek, sino a testi come Uno di qui di Norbert Gstrein (1988, pubblicato in Italia da Lindau) e al fortunatissimo Le voci del mondo di Robert Schneider (Einaudi), in cui però il genere sconfina ormai nello stereotipo e nella Trivialliteratur cammuffata da "postmoderno". Meno fortunata è la tradizione del grande romanzo metropolitano, che pure in Doderer ha avuto negli anni Cinquanta uno dei punti più alti. La sua epigonalità si avverte anche in Geburtig (1992) di Robert Schindel, che tuttavia ha avuto il merito di affrontare per primo la problematica della convivenza tra ebrei e non-ebrei nella Vienna del dopo-Olocausto. Storie e leggende metropolitane in sedicesimo sono invece quelle di Werner Kofler- uno degli autori austriaci più interessanti in assoluto - in cui la brevità della forma si unisce a un gusto del pastiche e della criptocitazione (non così forte, tuttavia, nei due testi che qui presentiamo). Una tendenza alla miniatura e al frammento è del resto riscontrabile in tutti gli autori contemporanei: che si tratti dei "dramoletti" dell'acutissimo Anton Fian, degli "idilli" in senso etimologico di Ernst Jandl, o delle "sequenze disorganiche" con cui Friederike Mayrockerorchestra la sua grande prosa immaginifica. Tali frammentari ritratti sono spesso autobiografici (si veda appunto la prosa della Mayrocker qui pubblicata) o poetologici. La riflessione sullo "spazio" della poesia e sul ruolo dello scrittore ha prodotto anche le metafore di lande deserte e territori inesplorati, che ricorrono particolarmente nella prosa di Peter Rosei e ancora in Ransmayr, oltre che, naturalmente, in Thomas Bernhard. L'inevitabile frequenza con cui il nome di quest'ultimo autore ricorre in ogni discorso sulla letteratura austriaca rende omaggio alla sua grandezza. Senza volerlo e, anzi, in misura paradossale rispetto alla feroce critica esercitata verso il proprio paese, Thomas Bemhard ha rappresentato come nessun altro scrittore del dopoguerra la multiforme ricchezza della letteratura austriaca. Non per questo, però, la letteratura del dopo-Bernhard appare oggi più povera.
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