•• OSTERREICH MONDO ESTREMO A curadi Luigi Reitani Luigi Reitani L'AUSTRIAELESUELETTERATURE Questo "dossier" sull'Austria si ricollega idealmente al numero 74 di "Linea d'ombra" del settembre 1992, in cui presentavamo alcuni autori austriaci del "dopo Bemhard". L'occasione ci è data stavolta dalla recente edizione della Fiera del Libro di Francoforte, che ha appunto avuto come tema privilegiato la letteratura austriaca. Al di là della grande kermesse spettacolare, che ha visto l'Austria impegnarsi in un gigantesco sforzo organizzativo, con centinaia di iniziative culturali, quasi a voler ribadire il ruolo-guida conquistato negli ultimi anni in questo campo nel mondo di lingua tedesca, e al di là delle inevitabili polemiche (esiste o no una letteratura austriaca? E chi è legittimato a parlare in suo nome?) la ricchezza del paeaggio mostrato offre infatti lo spunto per un approfondimento lungo più direttrici e percorsi. Identità austriaca Per nessuna società dell'Europa occidentale, se si eccettua, forse, il particolare caso della Germania riunificata, la fondazione della propria identità è stato un processo così problematico come per la Seconda repubblica austriaca, la cui piena autonomia politica - si ricorderà- fu sancita solo con il trattato internazionale del 1955 (lo Staatsvertrag ), quando le quattro potenze alleate s'impegnarono a lasciare il paese occupato, ottenendo come contropartita la neutralità permanente della nazione. Esiste in primo luogo un problema di continuità: può considerarsi il piccolo stato confederato di oggi, un paese di appena sette milioni e mezzo di abitanti, il legittimo erede della monarchia sovranazionale degli Asburgo? E quale rapporto c'è tra le istituzioni democratiche del presente - fondate su un perfetto accordo tra le parti sociali e la più ampia ricerca del consenso - e la travagliata Prima repubblica degli anni Venti, tragicamente sfociata nella guerra civile del 1934? E quale continuità può ancora sussistere tra la società cattolica e corporativa della dittatura di Dolfuss e di Schuschnigg e il paese moderno, prevalentemente socialdemocratico, appena entrato nell'Unione Europea? E come considerare, infine, i sette lunghi anni dell'annessione hitleriana, la sospensione dell'indipendenza politica, il coinvolgimento attivo della popolazione austriaca nella politica nazionalsocialista? La cronaca dell'Austria di questo secolo è attraversata da tali traumi, rivolgimenti e cesure da relativizzare necessariamente ogni idea di continuità. Nel paesaggio di piaghe dell'Europa uscita dal secondo conflitto mondiale il piccolo stato alpino rappresenta un'unica, gigantesca cicatrice. E tra le molteplici fratture della storia, la principale, forse, è quella costituita dall'allontanamento forzato e dall'assassinio degli ebrei, linfa vitale del paese fino al 1938, la cui presenza costituiva nella sola Vienna il 10% dell'intera popolazione cittadina. Solo una sparuta minoranza di coloro che riuscirono a sfuggire allo sterminio è poi tornata in patria. Tra la società austriaca anteriore ali' Anschluss e quella del dopoguerra c'è il baratro dell'Olocausto. Eppure nessun obiettivo è stato perseguito con maggior tenacia nella politica austriaca dopo il 1945 quanto la rimozione dei traumi storici: una contraddizione clamorosamente esplosa nel 1986 con il noto "caso Waldheim". La tesi ufficiale.dell'Austria come "prima vittima del nazismo", ripresa dalla conferenza di Mosca del 1943, considerava infatti il periodo dell'annessione come una parentesi, sia pure tragica, in una storia secolare, ignorando la stessa profonda cesura del passaggio dalla monarchia alla repubblica. E se il mancato riconoscimento delle responsabilità del paese durante il nazismo impediva il ritorno degli esuli in patria, il fondamento della identità nazionale veniva poi ricercato in una provinciale esaltazione delle bellezze paesaggistiche. La natura contro la storia. Non a caso il nuovo inno nazionale celebrava l'Austria come "il paese dei monti e sul fiume". E la produzione cinematografica di quegli anni forniva al cliché dellafelix Austria absburgica e post-absburgica la coreografia in technicolor degli eterni pascoli alpini. Rispetto al problematico smalto çlella retorica, i risultati delle inchieste demoscopiche parlano però un linguaggio molto più sobrio. Rispondendo, nel 1956, a una domanda sull'identità del paese, solo il 49% degli intervistati se la sentiva di affermare che "l'Austria inizia gradualmente a sentirsi una nazione", mentre il 46% sosteneva decisamente il contrario. Molto più forte risultava essere in quel momento un 'identità regionale. Tra le lacerazioni che attraversano l'Austria occorrerà ricordare, a questo proposito, anche l'opposizione tra la realtà metropolitana di Vienna (che da sola raccoglie un quinto dell'intera popolazione del paese) e la multiforme realtà regionale, ancora soprattutto contadina. Bisognerà aspettare il 1970 per avere una maggioranza di cittadini (il 66%) convinta che "gli Austriaci costituiscano una nazione", una percentuale giunta nel 1993 alla soglia dell'80%. È significativo che questo dato coincida con il referendum indetto per sancire l'ingresso dell'Austria nella Comunità Europea, largamente vinto - contro ogni previsione - dai sostenitori del processo d'integrazione. Una delle armi propagandistiche più forti degli avversari dell'Unione Europea era infatti la minaccia di un annullamento dell'identità del paese, soprattutto da parte della più potente e ricca Germania, di un nuovo Anschluss, insomma - un argomento che trovava consenso anche nelle file della sinistra dei Verdi e del piccolo Partito comunista austriaco, al punto tale, che una discutibile campagna pubblicitaria a favore del "Sì" all'Europa assicurava che in Austria pomodori e patate si sarebbero continuati a chiamare con i loro nomi tipicamente austriaci - diversi dal
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