a oggi, Milano, Mondadori, 1995, pp.539, lire45mila) affronta uno spazio che era sempre stato lasciato trascurato, se si esclude qualche piccolo accenno all'interno di studi sulla persecuzione antiebraica nell'Unione Sovietica. Si tratta quindi, ed è il primo riconoscimento da fare, di un'opera fondamentale per l'argomento che tratta. Cui bisogna subito aggiungere una seconda considerazione, più di merito: che è un'opera costruita con estremo rigore, con ricchezza di materiali, con un'ampiezza storica e una compiutezza geografica cui si accompagna una scorrevolezza di lettura inusuale per un libro di storia. Quest'ultimo pregio nasce dal]' intreccio con cui gli autori hanno utilizzato la letteratura specialistica e le decine di interviste svolte personalmente ad alcuni tra i rappresentanti più significativi della cultura e della vita politica dei paesi dell'Europa orientale. Il punto d'avvio dell'indagine di Eschenazi e Nissim è rappresentato dai "sentimenti" che, ali 'indomani della guerra, sono prevalenti tra gli ebrei dei paesi orientali e tra i cittadini non ebrei di quegli stessi stati. Per questi ultimi, in genere, la questione della propria "responsabilità" nel non aver combattuto, non aver ostacolato o addirittura aver favorito lo sterminio degli ebrei compiuto dai nazisti si poneva in modo drammatico, collegandosi a quei diffusi sentimenti antisemiti che in vario modo avevano percorso l'Europa orientale tra le due guerre. Questo problema, certamente complesso e del resto riscontrabile anche in paesi dell'Europa occidentale come la Francia o l'Italia (in cui solo da poco si è iniziato ad affrontarlo con serietà), necessitava un affresco storico delle vicende precedenti alla guerra, che Esche nazi e Nissim hanno compiuto sinteticamente ma con intelligenza. Le origini diverse dell'antisemitismo nei differenti paesi sono indagate insieme ai tratti comuni che esso manifestò in Ungheria e Polonia, in Bulgaria e Romania, in Cecoslovacchia e in quella che divenne dopo la guerra la Repubblica Democratica tedesca. Questa peculiarità storica si manifestò nel diverso modo in cui i cittadini di queste nazioni si rapportarono ali' occupazione tedesca, alla collaborazione o alla lotta contro di essa e nelle forme che assunse l'atteggiamento dei cittadini di quei paesi verso l'Armata Rossa "liberatrice" e più ancora, in seguito, nei confronti dei regimi comunisti che grazie ad essa si imposero e mantennero al potere. Benché vi fosse stata una situazione molto diversa, ad esempio, in Ungheria (dove la popolazione non ebrea aveva vissuto come una sconfitta la conclusione della guerra), in Polonia (dove malgrado ebrei e non ebrei avessero combattuto a fianco contro il nemico comune era tutt'altro che scomparso il senso di diversità con cui venivano considerati i primi: e le due insurrezioni di Varsavia, quella del ghetto e quella della città, benché avvenute a un anno di distanza restarono separate nella memoria e nell'identità collettiva) o in Bulgaria (dove il governo e la popolazione cercarono di impedire e ridurre la deportazione), fu per certi versi simile l'atteggiamento che prevalse tra gli ebrei dei paesi dell'Europa orientale: da una parte orientato ali' esodo verso Israele; dall'altra spinto verso una nuova e più totalizzante forma di assimilazione che nasceva dal sentimento di gratitudine per l'esercito sovietico che li aveva s_~lvati e dalla speranza che un regime "universalistico" come quello comunista permettesse finalmente loro di trovare pace e cittadinanza. Questo atteggiamento, che naturalmente divise gli ebrei al loro interno per poi riunificarli dopo le crisi successive del 1956 e del 1968 quando l'esodo forzato e volontario verso Israele e gli Usa coinvolse la stragrande maggioranza della minoranza dei sopravvissuti ebrei rimasta nei paesi comunisti dopo il ritorno dai campi di sterminio, permette a Esche nazi e Nissim di osservare il problema convergendo da tre punti di vista diversi, che si completano a vicenda: quello ebraico, quello della popolazione "nazionale" e quello dei regimi comunisti. Di questi tre aspetti il secondo è quello, necessariamente, indagatoconminore approfondimento,perché avrebbe significato ricostruire una storiacomplessiva, sulversante sociale eculturale, dei paesi in questione. E' in quest'ambito, tuttavia, che si crea il mito della "giudeocomune" (e cioé del potere ebraico ottenuto attraverso i vertici del potere comunista); che rimane vivo un sentimento antisemita che, non fosse altro che dal punto di vista quantitativo, non aveva più alcuna giustificazione; che l'ebreo diventa obiettivo polemico di una opposizione che è innazitutto nei confronti del nuovo regime. Del primo si è già accennato, ed è quello che permette di comprendere le motivazioni storicoideologiche profonde che spingono molti ebrei ad accettare con entusiasmo e convinzione di svolgere un ruolo di rilievo nella costruzione della "patria socialista", così come, successivamente, le rapide disillusioni, l'abbandono repentinodella fede comunista e la riscopertadellapropria identità ebraicarimossa o accantonata. E' il secondo aspetto, tuttavia, quello del modo in cui i governi comunisti affrontarono la questione ebraica al loro interno, che costituisce forse l'apporto più innovativo e originale di Nissim ed Eschenazi alla ricostruzione storica dell'Europa orientale postbellica. La strumentalizzazione molteplice e contraddittoria che i regimi fecero degli ebrei sopravvissuti, sia come persone (inserendole con funzioni di primo piano nella struttura del nuovo stato) che come memoria dell'Olocausto (negato e rimosso o evidenziato o tollerato) e come gruppo sociale (di intellettuali e professionisti soprattutto), scandisce i mutamenti politici che avvengono nei paesi dell'est all'interno della continuità rappresentata dal monopolio comunista del potere e dal rapporto di subordinazione con l'Urss. I partiti comunisti cercarono tanto nella lotta contro l'antisemitismo quanto, successivamente, nell'antisemitismo "popolare" spontaneo e indotto (significative in proposito le belle pagine sul pogrom diKielce nel 1946) di rafforzare lapropria legittimazione e il consenso presso l'opinione pubblica, usando con cinica determinazione tanto un internazionalismo di facciata che un nazionalismo esibito quanto superficiale. L'indagine di Nissim ed Eschenazi si rivela così, in conclusione, un tassello nuovo e originale nella storia degli ebrei, delle loro vicende e della loro identità in questo secolo; ma anche un contributo importantissimo per l'interpretazione della storia di quel "comunismo orientale" che, diversamente da ciò che accadde in Urss, si impose e mantenne al potere attraverso un rapporto molto più vivo e dinamico, ed anche contraddittorio, con la società civile: quella società civile che ne avrebbe negli anni Ottanta favorito la crisi e poi decretato il crollo definitivo.
RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==