Linea d'ombra - anno XIII - n. 109 - novembre 1995

religione alla prepotenza del dogmatismo e le restituisce la propria essenza vera, che è quella dell'incertezza del credere, perché "non c'è niente che sia puro o tutto d'un pezzo, nell'esperienza dell'uomo". Contesta la pretesa di concepire la realtà umana come "riducibile a una misurazione esauriente" e la miopia di chi non riesce a vedere che anche nel "modo di vivere dello straniero, per esempio" il mondo è "lì tutto presente". Eppure Chiaromonte è anche ben consapevole che la sfida della complessità, della ricchezza molteplice di un universo policentrico e allargato, non può essere vinta se non si intravvede un punto di fuga del significato. Per questo recupera dalla tradizione greca, quella tragica sopratuttto, la nozione di "misura", e ne fa la chiave di volta della morale laica: la "misura", che non è "regola", né "precetto" o "comandamento", e non ha nulla a che fare con l'autoritarismo dogmatico che svilisce e deresponsabilizza, rivolge ad ogni uomo un ammonimento, che "ha in sé quel tanto di criptico ed' ambiguo che conviene alla libertà umana ... Non c'è infatti modo di sapere prima dov'è il limite, malo si sa... mentre si agisce e nel momento stesso in cui lo si trasgredisce". Potremmo anche dire che l'azione ispirata alla "misura" è l'esatto contrario della violenza perché fondata sulla rinuncia ad affermare se stessi "contro la natura e gli altri". La morale che ne deriva, allora, "non ha niente di coercitivo o d'abitudinario", ma piuttosto appartiene a quel territorio tragico situato tra responsabilità e rischio. Perché "vivere è arrischiarsi fuori dalla cerchia dell'orizzonte familiare. Pensare, giudicare è arrischiarsi fuori dal novero delle cose conosciute e delle idee accettate, nell'ignoto". L'uomo moderno ha reagito all'abisso di questa libertà vertiginosa rifiutandosi di prendere posizione tra Antigone e Creonte, con la giustificazione che entrambe, in fondo, avevano le proprie ragioni. Nella tragica assenza di terreno morale su cui poggiare le proprie speculazioni intellettuali e leproprie azioni, ha finito per chiudere gli occhi sulle conseguenze sia delle une che delle altre. E non poteva accadere altrimenti. Perché l'esperienza del significato, l'evidenza della "misura" sono possibili sono se la vita è percepita nella sua dimensione sociale. L'autonomia morale dell'uomo è di tipo relazionale oppure non è. Dentro alle trincee dell'io, posseduto dall'ossessione solipsistica, l'individuo è "incapace di un ordine qualsiasi perché incapace di stabilità e fermezza". Dalla consapevolezza che l'uomo è veramente un animale sociale, "penetrato dalla comunità di destino con gli altri", "scaturisce il solo riscatto possibile dall'insensatezza del vivere". La società non è una realtà seconda, derivata dall'aggregazione di individui, come postula l'etica borghese che, assolutizzando il singolo, considerandolo sostanza ontologica, trascura la sua dimensione sociale. L'ignoranza di questa elementare verità spiega il carattere di gran parte della filosofia e dell'arte moderne: autoreferenziali, imprigionate dentro alla materia muta e inerte della realtà eppure in spasmodica ricerca dell'essenza, incomprensibili quanto più mirano all'espressione di esperienze private, di ideali esclusivi nutriti nell'ambiente asettico del laboratorio di scrittura dell'intellettuale. È una strada, questa, che porta al suicidio dell'arte e della filosofia, sempre più astratte dalla vita, oniriche, implose e calamitate dalla morbosa sensibilità del soggetto come dal campo magnetico di un buco nero. A un certo punto dei Taccuini, l'autore ricorda a se stesso l'esortazione già indirizzata da Callicle a Socrate: "Smettila con queste discussioni. Esercitati alla musica degli atti". Un invito "che abbiamo sentito risuonare lungo tutto il cammino percorso finora", ammette Chiaromonte. Una tentazione, anzi la tentazione della modernità, che ha venduto l'Ideale in cambio del principio di "utilità e praticabilità immediata". Il Bene e il Giusto, invece "non promettono direttamente e immediatamente né di essere utili né praticabili", e nemmeno mettono a "dormire la coscienza propinandole un sedativo realista". Eppure Chiaromonte non sa sottrarsi a queste "discussioni", e non per esibizionismo intellettuale, non per quella sorta di.autocompiacimento snobistico e insieme pedagogico dei moralisti da rotocalco. È che l'onestà intellettuale e il rigore morale non gli consentono di dare delle risposte prima ancora di aver formulato le domande e gli rendono inaccettabili anche le più furbe scorciatoie del pensiero. Il ripudio dei dogmi e di ogni religione stabilita avrebbe potuto rendere Chiaromonte un misantropo scettico; invece ci troviamo di fronte aun uomo che ha concepito il significato come un punto di fuga da rincorrere, che esiste, che bisogna scoprire e indagare condividendo con gli altri la condizione uamana. E così il suo pensiero, pur pervaso da una tragica consapevolezza, pur mosso da un sentimento vivo e quasi "fisico" della precarietà della vita, è nonostante tutto rassicurante. Perché indica una via, illumina il mondo di una prospettiva diversa, alternativa, cosa così rara in questo secolo di intellettuali iconoclasti e nichilisti. ' L'IMPOSSIBILEIDENTITA GLIEBREINEIREGIMICOMUNISTI DELl'.EUROPARIENTALE MarcelloFlores Sul problema degli ebrei sono stati scritti centinaia di volumi: il più delle volte si è trattato di una storia delle persecuzioni, dall'antigiudaismo romano e cristiano fino alla tragedia della Shoà attraverso l'antisemitismo di fine Ottocento e primo Novecento; altre di riflessioni di carattere ideologico, filosofico, religioso, morale nel tentativo di inquadrare e dare risposta a una questione, la "questione ebraica", che ha attraversato la storia del)' occidente e soprattutto l'epoca della sua modernizzazione senza che si sia riusciti a dare ad essa una risposta né sul versante teorico né su quello dei comportamenti pratici e degli atteggiamenti concreti; altre ancora della storia dello Stato d'Israele e dei mutamenti da esso introdotti nella visione complessiva della cultura e identità ebraica. Il libro di Gabriele Eschenazi e Gabriele Nissim (Ebrei invisibili. I sopravvissuti del!' Europa orientale dal comunismo

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