Linea d'ombra - anno XIII - n. 109 - novembre 1995

LAMUSICADEGLIATTI I TACCUINI DINICOlACHIAROMONTE FedericaBellicanta L'Assoluto, non l'ho mai conosciuto, ma lo conosco così come chi soffre d'insonnia conosce il sonno, come chi guarda l'oscurità conosce la luce. (Carlo Michelstaedter) Che cosa rimane, ovvero che cosa permane, alla fine, che cos'è che ha la forza di sottrarsi agli assalti proditori del Nulla - la morte, la disperante assenza di significato - che cos'è che "sta oltre il seguito dei giorni, lo stillicidio del tempo". È un bilancio con obietti vi ambiziosi quello che Nicola Chiaromonte trascrive dal 1955 al 1971 nei suoi Taccuini, ed è un bilancio in corso d'opera, non consuntivo, diverso da quelli che giungono ormai troppo tardi a rivelare le luci e le ombre di un'esperienza o di un'esistenza. Chiaromonte consegna alla scrittura un rovello quotidiano, il proprio interrogarsi di uomo che, per tutta la vita, si è autoeducato, adoperandosi per disciplinare il pensiero e fare della coerenza un compito imprescindibile. Rispetto ai suoi saggi politici e letterari, qui il "tarlo della coscienza" funziona senza alcun paravento, senza aver bisogno del pretesto di un libro o di un fatto da commentare. Funziona perché non può farne a meno, perché la consapevolezza di ogni cosa - di sé, degli altri, del mondo, del tempo - era la vera vocazione di Chiaromonte. L'occasionalità gratuita della scrittura non rende però meno necessarie e necessitanti queste riflessioni, impegnate anzi a mettere "alla prova la vita" e a portare i principi fino alle naturali e spesso scomode conseguenze della risoluzione e della scelta. Indagatore ostinato della condizione umana, non sapeva e non voleva farsi imprigionare dentro ai limiti angusti della Storia, dell'assoluta contingenza, dell'immanenza senza scampo in cui la modernità ha scelto di trincerarsi. La tentazione metafisica, la pressione della domanda di significato erano troppo forti. E del resto il filosofo chi altro è, secondo la sua stessa definizione, se non "!'infinitamente innamorato del senso di questo mondo?". Senza timore di essere considerato un nostalgico o un reazionario, Chiaromonte riprende la tradizione antistoricista e pessimista che come un torrente sotterraneo, percorre tutto l'Ottocento per poi venire allo scoperto nel nostro tempo. È quel "contro-pensiero" che, nel secolo della storia concepita come teofania, trova i suoi campioni in poeti-filosofi come Leopardi, Nietzsche e Kierkegaard. Non è inutile - sebbene forse un po' inconsueto - aggiungere a questa triade uno scrittore, decentrato culturalmente e geograficamente rispetto all'Italia dell'inizio del Novecento, qual è Michelstaedter, tolstoiano al pari di Chiaromonte e come lui assetato di persuasione, disgustato dalla rettorica di chi, "per paura dell'oscurità", si affida a quei tranquillizzanti luoghi comuni fatti apposta per aquietare l'insostenibile angoscia dell'esistenza. Non è un caso che tutti c·ostorosi siano nutriti di quella cultura classica, soprattutto greca, che ha rivelato enormi potenzialità eversive e una dirompente capacità di confutare gli assi portanti del pensiero moderno. La logica degli appunti dei Taccuini, dunque, non è astrattamente intimista. Prende le mosse dalla diagnosi di una situazione che è insieme esistenziale e storica, privata e pubblica. La cultura laica, affrancata dal dogmatismo religioso, si è fatta irretire dalla stupidità mortale di un ottimismo beota, fiducioso dell'inarrestabile progresso dell'umanità. Oppure si è autoliquidata credendo di trovare la propria specificità nel considerarsi priva del "diritto di giudicare le forze che devastano il mondo" e finendo per assecondare la disperata e talvolta compiaciuta tentazione del nichilismo. Il disconoscimento di un confine - seppure incerto, sempre da indagare e riscoprire - tra Bene e Male l'ha condotta ad una latitanza colpevole, ad un relativismo astensionista che ha cancellato una dopo l'altra parole come religione, coscienza, mito, morale, sentimento e verità. Ma il deserto nichilista, secondo Chiaromonte, è il risultato di una domanda mal posta. "Che cosa si è avuto?", ci si chiede alla fine della vita? E il computo del ricavo e del guadagno, dei profitti e delle perdite, in cui la nostra epoca si è fatta tanto esperta, non può che essere fallimentare. Perché "uomo", come insegnano i greci, è sinonimo di "mortale", perché c'è un"'inevitabile pena che ogni cosa deve scontare secondo l'ordine del tempo" e non è possibile "mettersi al riparo dai colpi della s orte, assicurarsi contro il destino". La domanda feconda, allora, deve essere un'altra: non "che cosa si è avuto?", come se la vita fosse "un'impresa di rapina e di presa: carpe diem ... sazia la fame di tutto", ma "che cosa rimane?". È così che la prospettiva cambia, l'orizzonte si allarga, lo spazio si dilata verso quel territorio mitico che "si affaccia continuamente sull'ignoto e il divino", ovvero su quel limite dell'inespli,cabile e dell' indicibile contro cui l'uomo cozza quotidianamente. Scomparsi gli steccati, le automutilazioni del pensiero, quel che rimane è l'estrema e radicale libertà umana, che è "libertà del confronto fra l'uomo e l'ordine delle cose", rimane "quello che merita di continuare e durare, ciò che sta". Sembra una tautologia e invece è un'asserzione basata su un'evidenza duplice: la vita come a tale bold by an idiot, "il vortice del Nulla sempre roteante sotto il piede" e insieme l'innegabile e inafferrabile presenza, in questa desolata landa d'insignificanza, di "una qualità e di una verità", di "valori eterni" non formulabili in precetti eppure non meno vincolanti. Ma queste frammentarie meditazioni private, autopedagogiche, si spingono oltre, fino ad assumere una forza persuasiva tale che le fa suonare come un appello ad ognuno a riconsiderare il proprio modo di stare al mondo. Sotto alle parole si sente vibrare la passione di una proposta, disinteressata e senza secondi fini, capace di immettere la metafisica nella cronaca e di offrire spunti di riflessione, criteri di giudizio illuminanti e rivelatori. Sulla morale o sulla politica, sull'arte o sulla religione, Chiarmonte si interroga e costringe a interrogarsi, mostra le contraddizioni, s'indigna e prende posizione. Dipinge un mondo mutevole, inafferrabile, ambiguo, in cui non esistono "una sola strada e una sola casa", perché "tutte le strade portano in qualche luogo", tranne quella, altrettanto decisiva, dell'irresolutezza e del rifiuto di scegliere. Sottrae la

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