Linea d'ombra - anno XIII - n. 109 - novembre 1995

contesto di sfascio, di arbitrio e abuso del potere, di dissipazione di ricchezze e potenzialùà, gioca, com'è noto, un ruolo decisivo l'armatore (peraltro del tutto assente dal porto di Napoli) Achille Lauro, il sindaco-Cia. È lui il grande artefice del massacro e dello scempio di Napoli. Ma se questo (ineluttabile? talvolta Rea indulge a un certo fatalismo) inabissamento nei recessi della non-storia si compie, è certamente anche per il concorso colposo degli errori , sovente turpi e nefandi, di una sinistra miope e indecisa, di un Partito comunista napoletano affetto da un surplus di stalinismo, incapace di scendere tra i "miserabili" per farli soggetti storici di opposizione, insensibile ai temi del volontariato, astrattamente operaista, biecamente maschilista, vincolato a una concezione tutta sovietica della pace e a un meridionalismo angusto, regionalistico e consociativo. Non che mancassero le voci dissenzienti, come quella appunto di Lapiccirella o per esempio di Guido Piegari, ma anch'esse furono troppo spesso astratte, dottrinarie (ad esempio, il gruppo Gramsci che per capire "da che parte stava andando veramente il mondo" ricomincia dallo studio collettivo di Hegel !), acrobaticamente librate tra un compromesso e una mediazione. Ben poca e fragile cosa contro il monolitismo di un partito arroccato, uso a ghettizzare, esautorare, criminalizzare, epurare. Non stupisce che ad affermarsi sia stata la leadership del piccolo Stalin Cacciapuoti e del Grande Gattopardo Amendola, con l'avallo di Napolitano; così come non stupisce che a Napoli, città-bunker, città "maledetta", su cui pesa (ancora una volta come su Francesca) l'imperdonabile passato/peccato del bordighismo, si sia instaurato in quegli anni un clima viscerale di illibertà e di odio. E che invece le forze migliori abbiano dovuto prendere la via amara e difficile dell'esilio. Non tutte, però. Francesca timase. "Una piccola percentuale di noi dovrà pur mo1ire qui. Io appartengo a questa percentuale", disse profeticamente proprio a Rea che le comunicava la sua decisione di partire. Il sacrificio di Francesca si consumò nel Venerdì Santo del 1961 (e forse c'è una segreta ragione numerologica - oltre che teologica - in questa data, se consideriamo che Francesca era nata nel 1916 e per qualche tempo, in gioventù, aveva fatto parte di una setta esoterica). Sul letto sparso di fiori, aveva lasciato un libro di Rainer Maria Rilke, con una poesia sottolineata: Alcesti. Messaggio fin troppo dolorosamnte chiaro (tanto da suonare falso ed esigere una più complessa e profonda interpretazione). Come l'Alcesti di Euripide, figlia di Pelìa e sposa di Admeto, si offri alla morte al posto del marito, così Francesca tronca la sua esistenza per non essere intralcio e fardello al compito politico di Renzo. Rea non chiude disperatamente il suo libro. Ci ricorda che il mito vuole che Ercole strappi Alcesti al Regno dei Morti per restituirla ali' amato sposo. Ci ricorda che la Pasqua è di morte e di resurrezione. Che Napoli può tornare alla vita, al tempo e alla storia risollevandosi dal suo baratro. Dal baratro in qualche modo riemerge Rea, che ha riallacciato il cordone ombelicale con la città materna, riuscendo egli stesso a partorire questo libro che si portava nella "pancia" e a liberarsi definitivamente da quell'incubo della parola scritta che lo spinse via da Napoli alla ricerca di una sua strada e di una sua identità. Dopo L'ultima lezione (1990), l'inchiesta dedicata alla misteriosa scomparsa dell'economista Federico Caffè, Rea perviene infatti a una piena maturità narrativa. La scrittura scorrevole, cristallina, precisa, mai banale dell'esperto giornalista, si colora della felice e trepida sensibilità dello scrittore della più bell' acqua. Se il Rea cronista si ferma alla solidità dei fatti, il Rea narratore, onniscente e visionario, perlustra le anime e accende la pagina di bagliori corruschi (il satanismo della Storia, che affiora in più parti, è ipotesi ben poco scientifica, ma in compenso assai suggestiva). Rivive e reinventa il proprio universo romanzesco con una libertà creativa che va oltre il manzoniano misto di storia e d'invenzione. DOVE STAZAZÀ/ REA 41 ILLATOOSCURODELLAFORZA MarcelloFlores Un solo aspetto del bellissimo libro di Ermanno Rea mi preme sottolineare: quello dello stalinismo, italiano in genere e napoletano in particolare. È un aspetto cruciale di Mistero napoletano, come sa chiunque l'abbia letto; che Rea ha trattato, tuttavia, con delicatezza e indiscrezione al tempo stesso: evitando che prendesse iIsopravvento sulla globale esperienza di Francesca Spada (quella familiare e politica, di donna e giornalista, di madre e cittadina di Napoli) e insieme offrendo elementi nitidi e terribili per rivedere, fin dalle fondamenta, i giudizi più correnti che sono stati dati del comunismo negli anni Cinquanta, di alcuni suoi dirigenti, della vita dei militanti e dei sacrifici degli attivisti. Rea ha ragione a non ritenere "anticomunista" la sua ricostruzione e la sua posizione; che è piena di comprensione e ammirazione, infatti, per quegli iscritti che cercarono di non svendere del tutto la propria autonomia e indipendenza di giudizio pur accettando il più delle volte supinamente (e certo con sofferenza) l'arrogante egemonia dei pretoriani di Stalin e Togliatti. Anticomunista, infatti, è lo sguardo onesto e sincero, eppure mai malevolo e sprezzante, che l'autore ha gettato sull'ambiente entro cui si muovevano i personaggi cui ha ridato vita e che ha portato alla ribalta:della storia traendoli da una cronaca dimenticata. Se per comunismo, naturalmente, non si intendono gli ideali e neppure le lotte (giuste o sbagliate o inutili o inconcludenti che fossero) che mossero gli uomini e le donne a "partecipare" in quegli anni in maniera totalizzante ed esagerata alla fede politica abbracciata; ma invece i meccanismi su cui si muoveva il partito e i valori che premiava al suo interno, i più adatti ad affermare i dogmi vigenti in quegli anni e a difendere la propria chiesa dai rischi del libero arbitrio, del pensiero critico, del confronto civile. Questo aspetto dello stalinismo, cosi connaturato alla sua politica e ai suoi obiettivi, alla sua moraleeallasuacultura,èstato tenuto accuratamente nascosto anche nelle ricostruzioni storiografiche più "aperte" e nelle memorie più "sincere" che dirigenti e semplici militanti hanno lasciato degli anni del dopoguerra. Eppure è qui che Rea riesce a gettare squarci di indagine storica che meriterebbero di non essere ricacciati e appiattiti n~llacronaca o nel la documentazione archivistica ma utilizzati come suggerimento per comprendere e interpretare un'epoca: come del resto dovrebbe accadere per le pagine su Lauro e sulla Napoli "Natolaurina" che dette alla città una fisionomia forse soltanto adesso messa seriamente in crisi. Due facce opache di una realtà interpretata di solito col filtro della Politica,dell'Econornia,dellaCulturaecheriflettonoforsemomenti "bassi" ma estremamente importanti per ricostruire globalmente lo spirito di un'epoca. La figura di Cacciapuoti, il dirigente comunista napoletano,

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