40 DOVE STAZAZÀ/ REA questo doverosamente impietoso "rovistare nel pozzo dei sentimenti". Il volto che emerge da questa indagine musiva (nel duplice senso di opera costruita per tessere, tasselli, frammenti, ma anche ispirata da una personalità magnetica intorno alla quale tutti questi sedimenti si aggregano) è quello di Francesca Spada, per la quale Rea sente l'attrazione invincibile - l'ossessione - di una "amicizia amorosa". Una donna zingaresca e raffinata dal burrascoso passato, affascinante e caotica, scandalosamente romantica, decadente, libera, ma anche animata da un fortissimo afflato religioso, da un categorico desiderio di redenzione. Anch'essa una personalità sdoppiata (come il libro che le costruisce intorno Rea), una vittima pressoché inerme delle persecuzioni di un partito moralista e oscuratista, di una società autoritaria, poliziesca e burocratica (di cui i comunisti spesso furono parte integrante) che la espropria della sua maternità, che la ostacola, penalizza, mortifica nel lavoro, nella militanza, nella vita privata e sentimentale con furibondo accanimento. Ma anche una donna che cede al mito fanatico ed efficienti sta della militante perfetta -che è l'altra faccia dello stalinismo - ossia alla follia dell'ubbidienza elevata a primaria virtù, della remissività fideistica, della dedizione incondizionata alla "causa", della sottomissione al p1imato salvifico del partito, che è "padre perfido e buono nello stesso tempo", che protegge i disciplinati e gli "affidabili". La tragica vicenda di Francesca è intessuta di ricordi, di tracce disseminate lungo un calvario che interseca altre passioni, altri dolorosi e disperati percorsi (come quello del geniale "matematico matto" Renato Caccioppoli, di cui un bel film di Martone ci ha mostrato la straordinaria statura morale e intellettuale scandendo le ultime fasi della sua tormentata esistenza). Ma in gran parte è ricostruita sulla base dei suoi diari. E anche stavolta perveniamo a un bivio: da un lato la storia reale di Francesca, dall'altro quella "inventata". Un dubbio metodologico assale pertanto il Rea storico, il cronista: "Devo ammettere che la Francesca che emerge dai suoi diari non sempre è per me del tutto riconoscibile: non voglio dire con questo che le sue parole mistifichino la realtà e tendano ad accreditare, magari soltanto a se stessa, l'immagine di una donna inesistente, depurata d'ogni scoria. Non voglio assolutamente dire questo". E nel ribadito "non voglio" è facile leggere anche un impegno di fede e d'amore. Ma laquestione non è da poco. I diari sono in qualche modo reticenti, si negano all'occhio investigante, lasciano trapelare "una sensazione di vuoto, di omissione", uno sguardo tutto rivolto all'esterno e quasi per nulla alla dimensione interiore. Spetta al narratore, alla letteratura, colmare questa assenza. L'interrogativo teorico ("i diari sono perenni fonti d'inganno e in fondo si scrivono soltanto per lasciare false icone, per irretire i sopravvissuti in postume autocelebrazioni?") viene sgombrato da un quasi religioso e paradossale pronunciamento di certezze inappellabili: "io sono dell'opinione che essi siano assolutamente attendibili, costituiscano anzi uno straordinario documento umano che illumina non soltanto una tragedia personale, ma una fosca pagina di storia collettiva che ha quasi la cadenza del giallo". Non è dunque l'analisi obiettiva dei fatti a legittimare la credibilità della testimonianza autobiografica (con i suoi omissis esistenziali), ma al contrario è proprio il reperto privato - al quale è possibile accostarsi solo attraverso la pietas - con la sua soggettività, con suo fragile relativismo, a disvelare i segreti insondabili della Storia. Intorno all'astro di Francesca ruotano altri pianeti di varia grandezza: in primo luogo il suo compagno Renzo Lapiccirella, intellettuale scomodo e ruvido (non a caso uno dei pochi di origine popolare), ostinato oppositore dei meccanismi illibertari all'interno del Pci; poi il già citato Caccioppoli, trasandato e tenero maestro di un comunismo libertario e tollerante, anch'egli suicida; il pittore Gianni Scognamiglio, cui si deve l'intuizione di una Napoli disperata perché non più bagnata dal mare - poi ripresa dalla Ortese nel suo splendido libro -che morì povero e pazzo; e tanti altri impegnati in un'impari lotta contro uno sclerotico e brutale stalinismo quasi sempre in sintonia con la cultura e la morale imperanti. E comunque impresa ardua non meno che inutile il dare conto della vastissima galleria di cammei che il libro offre (tanto da far ritenere necessario un indice dei nomi, ulteriore segnale saggistico che sigilla un corpus scritturale polimorfo). Tuttavia il cuore pulsante del libro è una Napoli grande-madre, la cui vicenda scorre parallela e speculare a quella di Francesca, e viene ricostruita da Rea con acribia documentaristica. Rea, che vi nacque nel 1927, vi si riaccosta dopo lunga assenza, in un vero e proprio ritorno alle radici. L'impatto è traumatico, sconcertante, inquietante. Un senso di estraneità lo assale nel constatare il volto nuovo di una città beffarda e tumultuosa, una grande latrina in cui i giovani tracannano fiumi di birra e irrorano le strade di fiumi di orina; un immane campo di battaglia dove si consuma in trincea una continua guerra intestina, soprattutto con la "vecchia plebe" egemonizzata dalla camorra che preme, anch'essa come un fiume in piena, per tracimare e inondare la città tutta. Una città che sembra irrimediabilmente "futile e farsesca", assurda e grottesca, votata e condannata alla commedia, apparentemente incapace di catarsi, che fa sbottare il vecchio Luigi Compagnone nel vituperio blasfemo di un "odio" senza appello. In questa Napoli incanaglita, Rea si muove a disagio, con disorientato sgomento e perfino con paura, trasalendo ad ogni ombra notturna. Ma gradualmente il malessere fa posto a una riscoperta appassionata, a una riappropriazione ("il mio golfo", arriva a dire con amoroso trasporto) che eccita i suoi nervi tesi. E infine avviene la constatazione, liberatoria e gravida di speranze, che la città può cambiare, sta cambiando, e che con l'elezione del sindaco Bassolino abbia dato una scrollata al suo pietrificato immobilismo. Ma quando, come e perché si fermarono gli orologi della storia a cui adesso il nuovo corso politico sembra aver ridato corda? Fu un processo graduale, certo, ma che ebbe un suo momento cruciale, un suo punto centrale e apicale di non ritorno: "Tutto avvenne in un processo di reversione impercettibile. Le lancette, per restare abbarbicati a questa immagine, si fecero via via più pigre, salvo momenti d'improvvisa freneticità subito seguiti però da una nuova fase di collasso. Poi, in un momento imprecisato, credo a metà degli anni Cinquanta o poco prima (alla fine del '54? del drammatico '54?), la pietrificazione di quell'eternità chiamata Napoli". Il luogo in cui si realizza quest'incantesimo, questo meccanismo atemporale, questa trappola (in cui restano invischiati tanto Renzo e Francesca che tutti gli altri) è il porto. È qui che si giocano i destini incrociati della città. Ogni progetto di ricostruzione del tessuto sociale ed economico della città parte dalle attività e dai traffici portuali. Ma la sorte del porto di Napoli è già segnata a partire dalle fasi conclusive della guerra per la sua importanza strategica. La parte che gli sarà assegnata è già stata scritta: "trasformarsi nel più grande porto militare d'Europa offrendosi come il maggior contributo italiano al sistema difensivo atlantico". Napoli diventa quindi la caput mundi della guerra fredda. Il suo porto, grande utero della città, viene espropriato (proprio come la maternità di Francesca), e con esso ogni possibilità di sviluppo economico della città. E più in generale si assiste, a Napoli come nel paese intero, a un vero e proprio sequestro della democrazia esercitato in maniera subdola (ma talvolta anche palese e perfino in puro stile "vae victis") da pressioni, ingerenze, intimidazioni, loschi maneggi dell'esercito, della diplomazia, della politica, dell'economia statunitensi. L' apparato produttivo di Napoli viene sistematicamente smantellato. Dal 1948 al 1951 vengono licenziati oltre diecimila operai, chiuse 150 aziende industriali, sestuplicati i protesti cambiari, triplicati i fallimenti. La disoccupazione raggiunge le duecentomila unità. In questo
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