Linea d'ombra - anno XIII - n. 109 - novembre 1995

Più raro e più faticoso è il terreno su cui tu ti muovi, quello del rapporto tra natura e cultura... Lo sbocco verso il mito è giustificato, è comprensibile e ha dato grandi opere, ma agisce efficacemente se non finisce per predominare, se non c'è solo quello, se non soffoca troppo la parte della razionalità. La materia del mio libro è storica. Tra i torti della guerra fredda c'è stato quello di aver soffocato le energie che avrebbero potuto contribuire validamente alla Storia, al suo cambiamento. Allora rinasce il mito, la propensione per il mito, quando ci si dice: non c'è niente da fare, non si può cambiare niente, ce l'abbiamo nel sangue è allora che si comincia a vagheggiare il metastorico, e questa è, diciamolo, una nefandezza della storia recente. Essa ci ha manipolato in profondità, ci ha tolto la speranza, la convinzione di poter incidere sul futuro. Dopo la guerra c'erano invece delle buone premesse per il cambiamento di cose di fondo. E invece eccoci punto edaccapo,con la realtà manipolata in maniera violenta,etuttain una direzione. Vedo il languire o spegnersi di forze anche oggi. Ieri c'era a Napoli una borghesia che aveva la possibilità di cambiare positivamente molte cose. E invece ...Una delle cose che non so perdonare ai dirigenti di allora è l'odio per il sottoproletariato, il cosiddetto sottoproletariato. Cacciapuoti arriva dal carcere con Sereni nella valigia di cartone.L'odio per il sottoproletariato che c'è negli scritti di Sereni! Di converso, mi viene da riproporre la lettura del libro che ho già citato di Russo, sull'università di Napoli, sulla borghesia di Napoli a Metà Ottocento. Tra le tenaglie della guerra fredda è stato stritolato un patrimonio di energie e di intelligenze immenso, è questo che mi fa soffrire di più. Ecco allora il motivo della resurrezione, nell'Alcesti di Rilke riproposto da Francesca come lettura della sua morte: la resurrezione sta nel recupero del passato. Esiste qualcosa a cui rifarsi, qualcosa che va riportato alla luce. È questo il filone che possiamo chiamare razionalistico della nostra storia, quello con cui combattere anche certe perversioni attuali. Tutti i personaggi del libro sono veri, sono gli amici chi ho avuto e che mi hanno formato, e ci sono anche le persone contro cui ho dovuto lottare. Sono veri ma, come Francesca, io sono contemporaneamente portato a viverli come simboli. Pensa alle rassomiglianza tra Caccioppoli e Francesca! Qui era la "napoletanità" vera, altro che quella alla Strapaese, quella alla De Filippo, quella del mio omonimo Rea! Quel che vide Cummeo, Nofi ... beh, se avessero potuto coesistere con dell'altro, con questo altro, bene perché no? Ma se diventano le uniche proposte di una cultura, gli unici punto di riferimento culturale, nel rifiuto di un respiro europeo, di quel tanto di apertura che io identifico nel discorso razionalistico, allora no, non mi sta bene. E allora mi viene di ricordare che sul tavolo di Caccioppoli c'erano i ritratti di un grande matematico (Galois) e di un grande poeta (Rimbaud) che non erano napoletani, che erano francesi e parigini. Nel libro ha una valenza simbolica l'episodio della Marsigliese. La Marsigliese napoletana! Perché mi affascina Bakunin? Per lo stesso motivo. E così Francesca con tutte le sue aperture, le sue curiosità ... Renzo che mi dà da leggere L'imperio di De Roberto, Francesca che mi costringe a leggere i poeti francesi ... Questo avveniva dentro ilPci, nella redazione napoletana de "L'Unità", lo stesso posto dove mi incontra Valenzi e mi vede con Gramsci sotto braccio (un autore pressoché tabù in quegli anni, altro che storie!) e mi dice: "È un po' trasgressivo, ma leggilo comunque, fai bene!" C'erano queste contraddizioni laceranti nel togliattismo. Togliatti riusciva a viverle bene, lui era il capo, ma Renzo no, come era ovvio. E Francesca neri mase soffocata, semplicemente a lei non veniva permesso di viverle. Questa storia di Napoli è ancora lì, si tratta ancora di difendere gli elementi di razionalità, di apertura, di ridare forza a quel filone di serietà razionale presente nella città oggi come ieri. DOVE STAZAZÀ/ REA 39 LASTORIAEL'INVENZIONE MISTERONAPOLETANO DIER/v\ANNOREA MarcelloBenfante È un libro bello e spiazzante questo Mistero napoletano - Vita e passione di una comunista negli anni della guerra fredda di Ermanno Rea. Innnazi tutto: saggio o romanzo? Il dilemma è vagamente bizantino. Se il libro ha l'andamento analitico di un'inchiesta, di un dossier storico e talvolta di un appassionato ma lucido j'accuse, ha pure, e non di meno, il tono alto e forte di una letteratura civile, di una narrazione accorata, dolente, intima, in più punti perfino lirica. Racconto puro, quindi, narrazione a tutto tondo ("romanzo nel romanzo", intreccio di romanzo politico e d'amore, scrive Rea, che non a caso definisce la sua protagonista una Sheherazade) che è insieme il ritratto di una donna e di una generazione, ma anche il grande affresco di un'epoca e di una città: una sorta di autobiografia in cui l'io narrante si mette discretamente da parte per far posto e per dar voce a un coro di personaggi in ciascuno dei quali si riflette una parte della personalità ricettiva, assorbente, "auricolare" dell'autore. Attraverso la figura di Francesca Spada, una coraggiosa e sfortunata militante comunista morta suicida nel 1961, Rea ricostruiscedefilato e pudicamente partecipe - la sua stessa vita, le ragioni del distacco dalla sua Napoli da cui, come molti altri, andò via quando sembrò che ogni ragionevole speranza di riscatto fosse venuta meno. Ma all'interno di questo ritorno alla città natale - sospeso tra paura e speranza - Rea sviluppa rigorosamente una tesi politica, un a lettura economica e sociologica della realtà napoletana (e italiana) a partire dall'immediato dopoguerra, ma con rimandi anche al periodo precedente, che si sostanzia di documenti, di testimonianze, di un uso scientifico delle fonti, con puntuali citazioni e chiose bibliografiche. Si ritorna quindi al saggio. È il caratteristico procedere altalenante, a spirale, di tutto il libro. Due libri che si inseguono: quello "sepolto" e rimosso (i diari, le ricordanze e le dimenticanze, gli atti occultati e quelli distrutti) e quello che vuole fare chiarezza, riportare alla luce, pervenire alla verità, svelare il grande mistero con tutto il suo corollario di piccoli misteri (talvolta infimi e pulcinelleschi). Ma la duplicità esponenziale di questo testo al q_uadrato,sorta di scatola cinese, non è il suo unico aspetto spiazzante. E Rea stesso a mettere sull'avviso il lettore nella premessa. Un libro di "fantascienza" che parla di una città a-cronica, fuori dal tempo, in cui l'orologio della storia si è fermato? O un "giallo esistenziale" che indaga il mistero di un suicidio apparentemente inesplicabile? Ovviamente, l'uno e l'altro. Ma anche una discesa negli inferi della Storia, un catartico retrocedere nei meandri della memoria e negli oscuri cunicoli della coscienza, un fare i conti col proprio passato, con i propri irrisolti sensi di colpa, un dialogo con i morti attraverso i vivi, i sopravvissuti, i semivivi, le tracce non ancora dissolte della Napoli pre-glaciale. Ciò spiega il carattere divagatorio del libro, l'apparente fuorviare di certe digressioni (di "grande importanza" o meno), l'indugiare su dettagli che potrebbero sembrare superflui, ma che non lo sono affatto ("Non c'è minuzia che, in investigazioni come questa, non concorra a dar corpo al mosaico"), questo continuo trapassare dal piano del la storia "maiuscola" a quello della microstoria, degli eventi privati, delle "schegge d'intimità". Rea sente il dovere di scusarsi per questa sua intrusione, per

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==