38 DOVE STAZAZÀ/ REA Foto T. Ruggieri/G. Neri tecniche che sono indubbiamente narrative, romanzesche. E' un peccato che Einaudi non abbia capito che questo è il romanza più romanza tra i tanti di scrittori italiani solo "letterati" che va pubblicando. Quando ho deciso di provare a scrivere non "da giornalista", non dei reportages, ho avuto in mente queste due storie di Federico Caffè e di Francesca Spada, e ho cominciato da Caffè perché era più facile, perché mi permetteva di addestrarmi meglio alle difficoltà tecniche come alle mie private, al mio rapporto con la materia che ruota attorno a Francesca. Sì, Francesca può essere vista come un personaggio di romanzo. È anche vero che tutto il libro è stato costruito con l'intento del narratore, anche se tutto quel che vi si racconta è vero: le cose concrete con i rapporti, con i sentimenti. L'elemento narrativo sta nella costruzione, nell'uso di un leitmotiv, nel ricorrere di certe situazioni. C'era in me una chiara voglia di raccontare, è indubbio, ma c'era anche l'istinto tipico del giornalista, quello del "devo farmi leggere". Io non sono un saggista, posso solo elevare la cronaca sempre più in alto, sempre più su... fino al traguardo della narrazione. Devo farmi leggere e devo riuscire però a farlo con un registro alto, appassionato, cui sbocco inevitabile è qualcosa di simile al romanzo ... Il punto di partenza è l'inchiesta, anche se stavolta sul passato. Sì, l'inchiesta detta anche la costruzione. Mi comporto come un Philip Marlowe, prima; poi mi metto in scena come Philip Marlowe, mi metto in gioco come inchiestatore narrante, un comprimario che si fa inchiestatore. Se non trovo la costruzione ingegneristica giusta, proprio ingegneristica, il libro cade, e rompe le scatole. Anche il libro su Caffè aveva questo problema: un signore scompare e non se ne sa più niente. Come raccontare questo fatto, e ipotizzare le sue ragioni, verificare certe intuizioni? Un "giallo esistenziale", l'ha definito qualcuno. Il problema qui era: come fare a citare Paul Ginsborg, a parlare di Lauro e rileggere il libro di suo figlio traducendolo in narrazione, e come riuscire a non far perdere il filo del racconto nella necessità di spiegare. La soluzione è venuta da una forte riflessione preliminare. Ho dovuto affrontare due sfide contemporaneamente: il presente intrecciato al passato (io oggi, e lo ieri) e l'intreccio del privato dei personaggi con la Storia e la politica. Avevo paura di scrivere questo libro, di riprendere in mano una materia che mi portavo dentro e che mi appassionava ma che è triste e lugubre. Scelsi di fare prima Caffè per paura di mettermi in gioco impreparato, indifeso. Renzo eFrancesca hanno contato moltissimo nella mia vita, addirittura a livello familiare, la mia famiglia, la mie sorelle, tutti erano loro amici ... E c'era questo finale obbligato in cui scavare, la morte di Francesca... Che veniva dopo altre morti, con logiche non dissimili, dopo altri suicidi: quello di Luigi Incoronato, quello di un funzionario del Pci che pare si fosse ammazzato anche lui, quello di Ornella Mazzoli, che aveva avuto una storia con Caccioppoli, quello di Caccioppoli ... Avevo a che fare con una materia che era di per sé angosciosa. Lo stesso Piegari era un personaggio tragico. E Scognamiglio ... Di qui la difficoltà a imbarcarmi in quest'impresa. Torniamo all'inizio, al peso dell'etnia, a Napoli. C'è un modo di vedere Napoli legato al binomio eros-spirito, legato al mito. Il Sudfavorisce uno sbocco verso il mito. Basti pensare alle scrittrici,
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