Linea d'ombra - anno XIII - n. 109 - novembre 1995

36 DOVESTAZAZÀ/ REA Ermanno Rea UNADONNAA NAPOLI ALTEMPODELLAGUERRAFREDDA IncontroconSaverioEsposito DQpo il bel libro sulla scomparsa di Federico Caffè, L'ultima lezione (Einaudi I990), Ermanno Rea, giornalista napoletano attivo tra Roma e Milano, ha insistito sulla strada della ricostruzione storica ma allargando ancora le sue ambizioni e riuscendo a "fare romanzo" con una sapienza che pochi "costruttori di storie" oggi in Italia hanno. Mistero napoletano (pp. 387, Lire 28.000), collocato da Einaudi nella collana degli Struzzi invece che in una letteraria (e sì che con la dizione "letteratura" vi si passa di tutto) è una sorta di grande romanzo storico in cui confluiscono le vicende collettive degli anni Cinquanta della "guerra fredda", la storia del Partito comunista negli anni di Togliattiedellostalinismo, equelladi alcuni militanti insofferenti del l'assenza di democrazia e tuttavia fedeli al partito e al suo progetto. Tra questi, Francesca Spada, che si suicidò nel 1961, nel giorno del Venerdì Santo, lasciando dei versi dall'Alcesti tradotti da Giaime Pintor, versi di risurrezione. È ovvio che molti, a Napoli e tra i vecchi del Pci, leggono il tuo libro nella solita chiave di "panni sporchi" che non vanno lavati in piazza ... Sì, molti tendono a vedere tutto sotto specie di vero e di falso, attentissimi ai particolari. Ma il libro non è un libro di pettegolezzi, e neanche un libro anticomunista. Anzi. Affronta problemi rimossi, questo sì, perché purtroppo certe stanze non sono mai state aerate, certe finestre non sono mai state aperte ... Il modo in cui alcuni reagiscono è deprimente ... Tu sei uno di quei napoletani che, fuggiti dalla città in anni lontani nella convinzione di non potervi combinare qualcosa di utile, tuttavia le siete rimasti attaccatissimi e continuate a scriverne e a parlarne quasi ossessivamente, e però da "esuli", alcuni continuando a capirla, altri invece, mi pare, fenni al passato e incapaci di rendersi conto che è cambiata, e come! Sopportiamo il peso di un'etnia che non è facile sopportare! Parlo per me, ma vale forse per tutti. Fossi nato in Val Brembana questo carico non l'avrei avuto, sarei stato un personaggio completamente diverso. Com'è che ti senti staccato da Napoli, qual' è stata la tua trafila professionale? Dopo le prime esperienze a "L'Unità" di Napoli, di cui si parla nel libro, ho fatto per un certo tempo il fotografo a "Vie nuove", quando ne era direttrice la Macciocchi. Poi smisi di rinnovare la tessera del partito, pur continuando a riconoscermi nel partito (come ora, peraltro: non sono in nessun senso un anti-partito). Lasciato "Vie nuove" mi venne la smania di girare e far fotografie in Italia ma .anche altrove, e queste fotografie me le comprava soprattutto Pannunzio, con molta generosità. Ti racconto un aneddoto che può spiegare l'attaccamento a Napoli, l'identità forte dei napoletani. Una volta ero in Turchia, alla periferia di Istanbul, e vidi su un terrapieno una specie di tenda-bar con dei tavolini, e a uno dei tavolini un personaggio che sembrava molto autorevole, certamente un "boss" malavitoso, attorniato da "amici". Lo fotografai con un po' di timore, dal basso, e lui mi fece cenno con la mano di avvicinarmi, di salire fino a lui. Ebbi paura, ma l'espressione del boss non mi sembrava preoccupante e mi accostai. M'interrogò, chiese di che paese fossi. Italiano, dissi. Di che città? Napoletano. Scoppiò in una risata fragorosa e del tutto gratuita, di simpatia e di sprezzo allo stesso tempo. Ecco: il luogo comune! Anche lui aveva in testa tutti i soliti luoghi comuni su Napoli. C'era un mucchio di cose, in quella risata. lo non me ne offesi, ma non l'ho mai dimenticato. Persino a Istanbul essere napoletani aveva un significato tutto particolare. Hai nostalgia del passato, di quegli anni anche se così duri? Ho un'età che mi consente di ricordare. E il ricordo più lancinante è quello dell'inaudita bellezza di Napoli. La mia ~ra una famiglia di piccola borghesia benestante, potevamo "villeggiare", come si diceva allora, ogni anno a Seiano, un paesino della costiera, su in alto. Ricordo il colore del mare, la luce di certe ore, il riverbero del sole sulle onde, tutti gli anfratti della scogliera ... Ero un pescatore accanito, allora. Napoli e i suoi dintorni erano un luogo incantato, di una bellezza incredibile. Come si fa a non avere nostalgia? E non solo di Napoli, ma di tutto un territorio, di un intero mondo che non c'è più. Napoli, comincia da Napoli ma non finisce mai aNapoli, per un napoletano. E l'Italia era anch'essa un posto bellissimo, negli anni Cinquanta, nonostante lamiseria e l'arretratezza. Il primo libro che ho fatto, anni fa, era un viaggio sul Po, all'insegna della nostalgia. Di fronte a devastazioni che sbigottiscono questa nostalgia può diventare struggente. È un sentimento preciso e confuso nello stesso tempo: quello scoglio, quei raggi del sole nell'acqua ... ma poi si dilata e finisce per inglobare un po' tutto. Hai nostalgia anche delle speranze politiche che vimuovevano? Perché, nonostante tutto, erano ancora anni di grandi speranze. Non devi dimenticare che a 18-20 anni ho visto e vissuto una tragedia enorme, quella della guerra.Un giovane di buoni sentimenti non aveva alternative possibili a quelle dell'impegno politico a sinistra, in termini di rivoluzione o di cambiamenti radicali. Prima che la miseria diventasse degrado (sia pure con i simboli di un certo benessere). Questo è stato detto e ridetto, ma la partenza, va chiarito, non era certo Marx. Marx è stato un felice o infelice incontro, però successivo. La mia era una famiglia di sinistra, negli anni della guerra mio padre lavorava aMassa Carrara ed è lì che ho potuto fare anche il partigianello, per un po' di tempo. Poi a guerra finita siamo tornati a Napoli, e il fatto sociale predominò su tutto. E a complicare le cose arrivò l'assurdo del cosiddetto "socialismo scientifico" e si perse nel dottrinarismo la spinta ideale e sociale, che diventò qualcosa d'altro, qualcosa di più forzato e più ottuso a Napoli che altrove, perché lo stalinismo napoletano ha avuto qualcosa di più tetro dello stalinismo di Reggio Emilia, perché era la situazione complessiva a essere qui più tetra. Napoli, tu spieghi nel libro, è stata per un certo tempo il cuore del sistema difensivo statunitense in Occidente, è stata un fondamentale avamposto dell'imperialismo americano ... ...e questo imponeva un certo tipo di reazione. Napoli ha tradizioni cuituraii gloriose, è stata lacittà del neo-hegelismo (c'è un bellissimo libro di Luigi Russo sull'università di Napoli alla metà dell'Ottocento che dovresti proprio leggere), la città dei Labriola, dei Bakunin, poi dei Croce, dei Bordiga. Il tetro stalinismo del dopoguerra ha mortificato questa tradizione, e ha difeso e imposto

RkJQdWJsaXNoZXIy MTExMDY2NQ==