22 SUARENDT/ AUDEN valore fino al momento in cui lui stesso non glielo conferisca trasformandola in un mondo di oggetti. Questi oggetti, nella misura in cui oltre che un valore d'uso hanno anche un valore di godimento, possono essere definiti forme di linguag~io. Un bel tempio ci si "rivolge" non meno di una bella poesia. E comunque la cosa che parla, non il suo creatore. Mentre il lavoratore non può neppure chiedersi "Ma che significa la vita?", il creatore può dire che "la vita in se stessa è priva di significato, tuttavia offre l' opportunità di creare un mondo che di significato è pieno." Non è per se stesso che desidera gloria, bensì per le cose che ha fatto con le sue mani. Azione Oltre ad essere un membro della specie umana, soggetto alla necessi'tà naturale, nonché un individuo mortale che può trasformare la vita mortale in oggetti immortali, ogni uomo è unico. Anche se tutti debbono morire la nascita di ogni essere umano segna l'inizio dell'esistenza di un essere il cui eguale non è mai esistito prima, né mai esisterà di nuovo. Essere una persona significa poter dire "io" ed avere una biografia propria, mentre la somma di tutte le biografie umane costituisce ciò che chiamiamo storia. Laddove il lavoratore può richiedere la compagnia di altri membri della sua categoria e il creatore l'esistenza di altri che utilizzino o apprezzino le sue opere, soltanto la persona necessita una pubblica sfera di altre persone alle quali, attraverso le sue azioni, si possa rivelare. Per l'azione umana, in quanto distinta dal comportamento umano, il linguaggio è essenziale, il mezzo che permette alla persona di capire chi è, quello che sta facendo, quello che ha fatto e intende fare. Il lavoro è continuo, l'opera è conclusa quando ha completato il suo compito (che a sua volta può essere disfatto), ma l'azione è imprevedibile, irripetibile e irreparabile. Il nomedell 'agente, talvolta persino dell'atto stesso, può anche andar dimenticato, questo non gli impedirà di esercitare un'influenza sull'azione degli altri fino alla fine del tempo. L'azione tende ad essere illimitata come la libertà sulla quale si fonda e ci distruggerebbe se non ponessimo dei limiti volontari a quel che facciamo. Le tre principali limitazioni sono date dalla legge, dal perdono e dalle promesse. Per mezzo delle leggi stabiliamo un accordo comune nel proibire certe azioni e nel punire i trasgressori, invece di lasciar campo alla libera vendetta. Tramite il perdono prosciogliamo una persona da un errore che ha commesso. In una frase ammirevole la Arendt illustra il rapporto tra legge e perdono: "Gli uomini sono incapaci di perdonare ciò che non possono punire, e di punire ciò che si è rivelato imperdonabile." (p. 178). Con le promesse poniamo dei limiti alle nostre azioni nel futuro ignoto. Le promesse sono sempre specifiche, valide sulla base di un comune proposito; una promessa generale come quella di dire "prometto di essere buono" non ha alcun senso. Nell'inquadrare queste nozioni storicamente la Arendt comincia con i greci. È difficile dire se sia più sorprendente l'orgoglio greco di identificare l'umano con la persona umana che agisce su una base di libertà invece che di necessità, relegando tutto ciò che gli uomini fanno con i loro corpi e le loro mani, tutto ciò che è necessario oppure utile, ad uno stato subumano, oppure la perspicacia greca nel vedere con esattezza ciò che, nella loro epoca, tale premessa doveva comportare. La persona umana vera e propria può esisitere soltanto se ci sono esseri semiumani o subumani che provvederanno ai suoi bisogni e le costruiranno il mondo. Ma nessun essere umano farà mai tutto questo di sua spontanea volontà; egli deve esservi costretto. La condizione pre-politica necessaria ad una libera comunità di persone è la violenza e la schiavitù. Bisogna render atto ai greci di non aver mai preteso, a differenza di quanto non abbiano fatto alcuni sostenitori della schiavitù più tardi, che certi tipi di esseri umani sono più felici come schiavi di quanto non lo sarebbero quali uomini liberi; al contrario, essi sostenevano che se uno schiavo non fosse un essere vile si sarebbe ucciso piuttosto di finire in schiavitù. La vita della città-stato greca era dunque divisa in due sfere: quella privata, della famiglia, dove il padrone regnava con la forza e in cui si conducevano non solo le incombenze relative alla crescita della famiglia, ma anche tutte quelle attività che noi chiamiamo economiche, e la sfera politica nel quale il libero cittadino si rivelava ai suoi pari attraverso il linguaggio e l'azione lottando per assicurarsi la gloria. La Arendt si mostra forse più reticente del necessario quanto a ciò che effettivamente accadeva in questa sfera pubblica dei greci. La mia conoscenza della storia greca è alquanto limitata, ma il ritratto che ne ha fatto Tucidide non è, almeno per me, molto allettante. La Arendt può avere ragione quando deplora il tentativo di Platone di eliminare la libertà della sfera pubblica e di trasformare la politica in una forma di abilità, anche se il modo in cui i greci utilizzarono la loro libertà lo rende comprensibile. Essi capirono che se la grande virtù politica è la moderazione, il grande vizio politico è la hybris, ma il modo in cui il loro uomo ideale che, grazie al lavoro degli altri, veniva liberato da ogni necessità naturale, poteva fuggire alla tentazione della hybris, resta difficile da immaginare, poiché egli non era un dio, ma un mortale che conduceva una vita che si avvicinava molto a quella di un dio. Come afferma la Arendt: "Il prezzo per l'assoluta libertà dalla necessità è, in un certo senso, la vita stessa, o piuttosto la sostiutzione di una vita vicaria ad una vita reale ... per i mortali, la facile vita degli dei sarebbe una vita senza vitalità." (p. 84-85). Per rendere reale una vita vicaria, per evitare che fosse priva di senso oppure noiosa, il libero cittadino greco aveva tentato di renderla il più straordinaria e il più ardita possibile, ma la politica così condotta si presta a terminare in disastro. La definizione di potere politico come distinto dalla violenza o dalla forza che la Arendt ci fornisce è ammirevole, ma non ritengo che i greci la possedessero: "Il potere è realizzato solo dove parole e azioni si sostengono a vicenda, dove le parole non sono vuote e i gesti non sono brutali, dove le parole non sono usate per nascondere le intenzioni ma per rivelare realtà, e i gesti non sono usati per violare o distruggere, ma per stabilire relazioni e creare nuove realtà." (p. 146). Se i greci fecero l'errore di tentare di separare la triplice natura del l'uomo, per assegnare il suo corpo che lavora ad una classe, le sue mani che operano ad un'altra e la sua personalità attiva ad una terza, erano però perfettamente nel giusto nell'attribuire tanto valore all'azione. Mentre qualcuno che non lavora o non opera cessa di essere umano, è con l'azione personale, non nel lavorare per vivere né nell'operare per fabbricare un mondo, che un uomo trova se stesso e dà un significato alla sua esistenza. Una società dominata dai modi di pensiero propri dell'operare, come era la società mecantile agli inizi del diciannovesimo secolo, perde la sua raison d'etre. "Mentre solo la fabbricazione con la sua strumentalità è capace di edificare un mondo, questo stesso mondo diventa privo di valore come il materiale impiegato, un mero mezzo per ulteriori fini, se si permette che i criteri che lo governano ai suoi inizi possano dominarlo dopo la sua istituzione." (p.112). La nostra moderna società tecnologica, che si chiami capitalista
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