nella quale presente e futuro delle fatiche umane su questa terra siano apparsi così incerti a così tante persone. La Arendt non è ovviamente tanto sciocca o presuntuosa da offrire vie di salvezza. Semplicemente ci chiede di pensare a ciò che stiamo facendo, il che non 1iusciremo mai a fare a meno di non riuscire prima ad accordarci sul significato delle parole con le quali pensiamo, una cosa che, a sua volta, richiede che diventiamo consapevoli di ciò che queste parole hanno significato nel passato. Non penso che sarebbe impreciso chiamare The Human Condition un saggio di etimologia, un prendere in esame ciò che crediamo di voler dire, quello che effettivamente vogliamo dire e quello che dovremmo voler dire quando usiamo parole come natura, mondo, lavoro, opera, azione, privato, pubblico, sociale, politico, ecc. Di conseguenza il miglior modo di affrontarlo potrebbe essere quello di discutere alcune delle definizioni che esso fornisce, come se si trattasse di un dizionario. Natura L'uomo è parte della natura nel senso che è un organismo biologico, come tutti gli altri esseri viventi, soggetto alle leggi della natura e al ciclo temporale della procreazione. Dal punto di vista della natura l'uomo non ha una storia, se non la protostoria dei processi evolutivi attraverso i quali la specie umana è venuta in essere. Per la natura ogni uomo è un membro anonimo della sua specie, identico ad ogni altro, che al massimo si può dividere in maschio o femmina. Per la natura, perciò, finché la specie umana esisterà, non vi sarà morte, quanto solo vita, e parole come crescita e decadimento non avranno alcun significato: avranno importanza solo per gli individui, e di essi la natura non sa niente. Quest'uomo biologico naturale è allo stesso modo di alcuni animali, anche se non di tutti, sociale - la sopravvivenza di questa specie richiede che i suoi membri si associno continuamente gli uni agli altri - ed è un lavoratore. La Arendt definisce lavoro qualsiasi comportamento imposto dalla necessità di sopravvivere, In questo senso una tigre che insegue la sua preda si può dire che lavori. Comunque è l'uomo l'animai laborans per eccellenza - l'ape lo segue da vicino - in primo luogo perché le sue esigenze specifiche e la sua estensione numerica richiedono che spenda la maggior parte del suo tempo ad acquisire o a produrre ciò di cui necessita per sopravvivere; in secondo perché sembra dotato sia della capacità che dell'istinto di produrre un'eccedenza, in aggiunta ai suoi bisogni immediati di consumo. L'uomo animai laborans non agisce; fa mostra del suo comportamento umano dettato dall'istinto naturale a sopravvivere e a diffondere la vita, ma il cui scopo non si basa su una decisione personale. La sua motivazione, ammesso che sia minimamente lecito utilizzare simile parola, è il piacere, o meglio, l'evitare il dolore. Anche se è sociale le esperienze dell'animai laborans sono essenzialmente private e soggetti ve. Ciò che prova sono esperienze del corpo indivisibili. Ha bisogno della presenza dei suoi simili, non come persone, ma 111 quanto corpi, un altro insieme di muscoli, un membro fe1tile del sesso opposto. Per l'uomo animai laborans passato e futuro non hanno significato. Per lui è temporalmente vero solo il presente del ciclo biologico. Per questo motivo non ha alcun bisogno di un linguaggio. Se usa le parole le usa allo stesso modo in cui le api usano i movimenti di danza, come un codice per trasmettere le informazioni necessarie. Infine l'uomo animai laborans non si chiede, né può farlo, che senso abbia il suo comportamento in rapporto alla vita, in quanto la vita ci viene data, non viene fabbricata. Sarebbe come chiedersi se viviamo per mangiare o se mangiamo per vivere. SU ARENDT/ AUDEN 21 Mondo Oltre ad essere un membro della specie umana ogni uomo è ciò che non è nessun altro animale, ovvero un individuo mortale consapevole che se la sua razza può dirsi immortale lui, come ogni altro individuo umano, è destinato a morire. Allo stesso tempo egli è conscio-o quantomeno lo era finché la scienza moderna gli ha fatto dubitare anche di ciò che ai suoi sensi risultava evidente - che il regno della natura è composto non soltanto di creature mortali, ma anche da cose, la terra, l'oceano, il sole, la luna e le stelle, che sono sempre là. Da questa doppia consapevolezza, mo1talità umana da un lato ed eterna durevolezza delle cose dall'altro, sorgono il desiderio e la speranza di trascendere il ciclo naturale di nascita e morte costruendo un mondo di cose durevoli in cui l'uomo potrà, proprio per questo, sempre sentirsi a suo agio. Come dice la Arendt 1 : "La morte e la nascita presuppongono un mondo che non è in costante movimento, ma la cui durevolezza e relativa permanenza rendono possibili l'apparizione e la scomparsa, un mondo esistente prima che un qualsiasi individuo vi facesse la sua apparizione e che sopravviverà quando infine scomparirà. Senza un mondo in cui gli uomini nascono e muoiono non ci sarebbe che eterno ritorno senza mutamenti, la durata sempiterna della natura umana come di tutte le altre specie animali." (p. 69). L'individuo mortale che è homo faber non è sociale, il che significa che per il processo di fabbricazione egli non richiede la presenza di esseri umani, ma dei vari materiali che utilizza per modellare un mondo. Gli oggetti che crea, d'altronde, richiedono l'esistenza di una comunità pubblica di esseri umani che li possa utilizza.reed apprezzare. Il mondo fabb1icato ha una realtà oggetti va che manca sia di umano comportamento che di umana azione. "Alla soggettività dell'uomo si contrappone l'oggettività del mondo fatto dall'uomo piuttosto che la sublime indifferenza di un'intatta natura. Solo noi che abbiamo tratto l'oggettività di un mondo nostro da ciò che la natura offre, che l'abbiamo edificato nell'ambiente naturale in modo da esserne protetti, possiamo guardare alla natura come a qualcosa di "oggettivo". Senza un mondo frapposto tra gli uomini e la natura, esisterebbe movimento eterno, ma non oggettività." (p. 98). Ciò che distingue l'operare dal lavorare è il fatto che i prodotti del lavoro vengono immediatamente consumati dal lavoratore, mentre quelli dell'opera, sia che si tratti di oggetti d'uso come gli utensili o di oggetti di piacere come le opere d'arte, una volta che sono stati completati rimango nocome sono, idealmente per sempre. Può accadere che un utensile si consumi o che lo si sostituisca con uno migliore, si tratta però di un caso, mentre il concetto di un filone di pane destinato a durare per sempre è assurdo; se non viene consumato, non ha valore. L'atteggiamento del creatore, o fabbricante, nei confronti del tempo, è dunque piuttosto diverso da quello del lavoratore. Per lui passato e futuro hanno un senso, ma in un modo particolare. Ciò che egli dà per scontato è che il futuro sarà come il passato; per il fabbricante quindi, il tempo non ha né il moto ciclico della natura, né il flusso irreversibile e unilineare della storia - come lo spazio esso non si muove, ma è là. Tutto ciò che sa del tempo è che occorre tempo per fabbricare un oggetto e l'unica definizione che se ne può dare è ciò che non può andare sprecato. Mentre il lavoratore timane sempre asservito alla natura dalla cui fertilità dipende in ultima analisi la sua sopravvivenza, il creatore considera la natura come materiale grezzo che non ha alcun
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