Linea d'ombra - anno XIII - n. 109 - novembre 1995

20 SU ARENDT/ ARENDT-AUDEN sottomise alla "maledizione" - quella della vulnerabilità di fronte all"'insuccesso umano" ad ogni livello; della tortuosità dei desideri, delle infedeltà del cuore, e delle ingiustizie del mondo. Segui poeta, segui la via Fin nella notte fonda. La tua voce non costringe E ancora ci persuade a gioire. Coltiva il verso E del flagello fai un vigneto, Dell'insuccesso umano canta In un'estasi di disperazione; Nel deserto del cuore Accendi la fontana lenit1ice, Nella prigione dei suoi giorni Insegna all'uomo libero a lodare. Lode è laparola chiave di questi versi, lode non non del "migliore di tutti i mondi possibili" - come se stesse al poeta (o al filosofo) giustificare la creazione divina- ma lode che si scaglia contro tutto ciò che c'è di più insoddisfacente nella condizione dell'uomo su questa terra e che succhia l'energia dalla ferita - in qualche modo convinta, come lo erano i bardi dell'antica Grecia, del fatto che gli dei spargano vortici di infelicità e di cose malvage fra i mortali così che questi siano in grado di raccontare storie e di cantare canzoni. Potrei (tu non potresti) In poco tempo trovar perché Per affrontare il cielo e urlare Di rabbia disperato Per tutto quel che accade, Esigere da lui i nomi Di chi ha colpa; Il cielo si limiterebbe ad aspettare Che il fiato mi finisse Per poi ripetere Come se non fossi là Quello strano comando Che io non capisco, Benedetto quel che c'è per esserci, Che dev'essere obbedito, perché Per cos'altro son fatto io, Convenire o dissentire? E il trionfo della persona privata è stato che la voce del grande poeta non ha mai sopraffatto quella piccola, ma non meno penetrante, di un puro e semplice, sano buonsenso la perdita della quale è il prezzo che tanto spesso si paga per i doni divini; non permise mai a se stesso di perdere la ragione, ovvero, di perdere il "dolore" nel "rapimento estatico" che da esso si leva: Non c'è metafora, ricorda, per esprimere Una infelicità storica vera; Le tue lacrime valgono se ci fanno lieti; O Sciagura Augurale! è tutto quel che una poesia triste può dire. Pare ovviamente molto improbabile che il giovane Auden, quando decise che avrebbe voluto diventare un grande poeta, potesse sapere il prezzo che avrebbe dovuto pagare. Ritengo del tutto possibile che alla fine, quando gradualmente svanì non l'intensità dei suoi sentimenti, né il dono di tradurli in lode, quanto la pura forza fisica del cuore a sopportarli e a conviverci avrebbe forse considerato il prezzo troppo alto. A ogni buon conto noi, il suo pubblico, lettori e ascoltatori, possiamo soltanto essere grati che abbia pagato il suo prezzo fino all'ultimo centesimo per la gloria eterna della lingua inglese. E i suoi amici troveranno forse qualche motivo di conforto nella squisita battuta di Stephen Spender di fronte alla tomba-ecioé che "il suo saggio inconscio ha scelto un buon giorno per morire" - per più motivi. La saggezza di sapere "quando vivere e quando morire" non è data ai mortali, ma Wystan, uno avrebbe pensato, avrebbe potuto ottenerla come la suprema ricompensa concessa dai crudeli dei della poesia al più obbediente dei loro servitori. H. Arendt, Remembering Wystan H. Auden, in "New Yorker", 20 gennaio 1975; ristampato in W. H. Auden: a Tribute, London, Weidenfeld and Nicholson, 1975, pp. 181-187. Note I) Lullaby, in W. H. Auden Collected Poems, Vintage International, New York 1991; edita in La verità, viprego, sull'amore, a cura di Edward Mendelson, traduzione di Gilberto Forti, Marsilio 1994, p. 42. Le traduzioni delle liriche successive sono di Fabio Macherelli. W.H. Auden ~ PENSAREA CIO CHESTIAMOFACENDO traduzione di Fabio Macherelli Quando si è letto un libro con ammirazione e piacere è naturale desiderare che altri debbano condividere le nostre stesse emozioni. Vi è però, se mi è concesso di giudicare in base alla mia esperienza, anche qualche eccezione a questa regola. Di tanto in tanto mi imbatto in un libro che mi dà come l'impressione di essere stato scritto apposta per me. Nel caso si tratti di un'opera d'arte è come se l'autore avesse creato proprio il mondo che io aspettavo da sempre; se si tratta di un libro di "pensiero" è come se rispondesse esattamente a tutte le domande che mi sono posto. Il mio atteggiamento nei confronti di tale libro è quello di gelosa possessività. Non voglio che altri lo leggano, voglio che resti tutto per me. The Human Condition di Hanna Arendt appartiene a questa piccola e selezionata classe; unico altro membro, che come quello si occupa di questioni storico-politiche, è Out of Revolution di RosenstockHussey. La possessività è ovviamente un sentimento immorale e se le considerazioni che mi appresto a fare non riusciranno a ben rappresentare e a rendere giustizia alla Arendt, resteranno per me quantomeno un esercizio di disciplina morale. Nessuno, mi immagino, si sente "felice" dell'epoca nella quale viviamo e neppure del futuro che, chi vive adesso, può attendersi di conoscere prima di morire. In ogni epoca storica gli uomini hanno sempre guardato con ansia al loro destino, oppure a quello del la loro classe o comunità; quasi mai, però, credo che vi sia stata un'epoca

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