Linea d'ombra - anno XIII - n. 109 - novembre 1995

incanto che il linguaggio quotidiano sia latentemente poetico e che le nostre orecchie, imbeccate dai poeti, si aprano ai misteri più riposti della lingua. Qualche anno fa fu proprio la intraducibilità di una poesia di Auden a convincermi della sua grandezza. Tre traduttori tedeschi ci avevano provato, uccidendo però senza pietà una delle mie poesie preferite, "lf I could teli you" (in Collected Shorter Poems 1927-1957), che nasce spontaneamente da due espressioni colloquiali: "lo dirà il tempo" e "io te l'ho detto": Il tempo non te lo dirà mai, ma io te l'ho detto. Solo il tempo sa il prezzo che dovremo pagare; Se potessi dirtelo, io te lo direi. Se dovessimo piangere quando i clown danno spettacolo, Se dovessimo inciampare quando i musici suonano Il tempo non te lo dirà mai, ma io te l'ho detto .... Da qualche patte i venti debbono venire quando soffiano, Se le foglie avvizziscono ci dev'essere un motivo; li tempo non te lo dirà mai, ma io te l'ho detto .... Immagina i leoni che si alzan tutti e vanno, E scappano tutti, ton-enti e i soldati. Ti dirà mai niente il tempo che io non ti ho detto? Se potessi dirtelo, io te lo direi. Conobbi Auden nell'autunno del 1958, anche se lo avevo già visto una volta, nei tardi anni quaranta, alla festa di un editore. In quell'occasione non ci scambiammo parola, tuttavia me lo ricordo ancora abbastanza bene - un distinto signore inglese, ben vestito e di beli' aspetto, cordiale e rilassato. Quasi non lo avrei riconosciuto dieci anni più tardi con il volto mai·catoda quelle profonde, celebri, rughe, come se la vita stessa avesse tratteggiato una sorta di SU ARENDT/ ARENDT-AUDEN 17 WystanH. Auden paesaggio del viso per rivelare a tutti quelle "invisibili furie del cuore". Ad ascoltarlo, non ci poteva essere niente di più ingannevole della sua apparenza. Ogni tanto, quando a dispetto di ogni apparenza proprio non ce la faceva, quando il suo appartamento nei bassifondi era tanto freddo che l'acqua non sco1TevapiÌ}e lui era costretto ad usai·e il bagno del negozio di liquori all'angolo della strada, quando il suo vestito- nessuno era mai riuscito a convincerlo che un uomo ha bisogno come minimo di due vestiti, così da poterne mandare uno in lavanderia, oppure di due paia di scarpe, così da poter fame riparare un paio, una materia, questa, di interminabili discussione tra di noi nel corso degli anni-era coperto di macchie o tanto liso che i pantaloni avrebbero potuto facilmente strapparsi all'improvviso da cima a fondo, in breve, ogni qualvolta la catastrofe si manifestava davanti ai nostri occhi, lui accennava a intonare una versione assurdamente eccentrica, totalmente idiosincratica di "Son contento così". Siccome non pai·lavamai a vanvera, né mai diceva qualcosa di dichiaratamente stupido e visto anche che io sono sempre rimasta dell'opinione che quella fosse la voce di un grande poeta, mi sono occorsi anni per capire che l'appai·enza non era ingannevole e che era fatalmente sbagliato attribuire ciò che vedevo e sapevo alla innocua eccentricità di un tipico gentiluomo inglese. Vidi infine la sua estrema infelicità, mi resi inqualche modo vagamente conto del suo stringente bisogno di celarla dietro la litania del "Son contento così", ma trovavo ancora difficile comprendere cos'era che lo aveva reso così infelice, così incapace di fare qualcosa a riguai·dodi quelle condizioni assurde che gli rendevano tanto insoppo1tabile la vita di ogni giorno. Di sicuro non si poteva trattare della mancanza di rico noscimenti. Era piuttosto famoso ed inoltre, da questo punto di vista, l'ambizione non poteva avere molta importanza visto che era il meno presuntuoso fra tutti gli scrittori che abbia mai conosciuto, totalmente immune dagli innumerevoli punti deboli della vanità

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