Linea d'ombra - anno XIII - n. 109 - novembre 1995

16 SUARENDT/ BINNI litica, senza la quale qualunque libertà, paragonata a quella concepita dalla Arendt, sarebbe priva di contenuto. Siamo sullo sfondo della Condizione umana e della etimologia, un riesame di quello che pensiamo di significare, quello che realmente significhiamo e quello che dovremo significare" quando usiamo termini chiave; e la recensione infatti procede presentando alcune delle definizioni di Hannah come se si trattasse di un dizionario. Le definizioni stesse costituiscono un succinto e accurato glossario della poesia americana di Auden (da Lo scudo di Achille a Città senza mura) in cui si dà amplissima voce alla dialettica arendtiana e audentiana di "spazio privato" e "spazio pubblico". In particolare, la Arendt e Auden danno voce alla comune, annosa polemica contro la retorica del vecchio homo laborans e della sua cultm:a interessata stabilendo tutte le premesse di un manuale non già della pura sopravvivenza ma della speranza di un umanesimo radicale. Certo: Auden stesso sospetta che vi siano molte domande cui la Arendt non risponde, svoltando da una politica pragmatista verso una di tipo estetico, un'estetica di tipo libertario che vive della propria intensissima concezione di azione politica più che delle sue applicazioni pratiche: proprio l'interlocutore taciuto di Hannah, Mills, aveva detto che l'amalgama contemporaneo di democrazia e burocrazia ridisegnava necessariamente ogni discorso di libertà sul fatto che la struttura esistente della società, con la sua maldistribuzione della stessa libertà, può solo essere cambiata da una energica strategia politica, non certo da unfiat immaginativo. Veniamo al cuore del discorso della Arendt, la considerazione della "azione" in cui Hannah descrive gli uomini liberi della polis greca che si adunano in consiglio e portano a questioni inerenti l'esercizio del potere. Per lei il vero potere si trova soltanto dove gli uomini agiscono insieme liberamente, consentendo a decisioni raggiunte dopo una libera e razionale discussione questo è il modello di un governo durevole, che ha come unica alternativa l'instabilità di un governo della forza e della violenza. Il libro più compresso ed elegante di Hannah sarà, non a caso, Sulla violenza (1970); si ritrova in termini attuali e appropriati alla crisi americana di quegli anni il familiare contrasto fra violenza e potere: Hannah continua a credere che un vero e durevole potere simanifesti soltanto quando gli uomini agiscono d'intesa, e cita una frase di Mills, "La massima manifestazione di potere è la violenza", esprimendo tutto il suo disaccordo: osservando che ogni qualvolta non vi sia più alcuna intesa fra uomini che hanno originariamente combattuto un nemico comune ricorrere .alla violenza non serve a nulla. "Tutto dipende dal potere dietro la violenza", potere nel suo senso del termine; altrimenti c'è solo caos e tragedia. Non so, in conclusione, quale possa essere la vera attualità dell'opera della Arendt se non l'invito energico, appunto, a unpotere di tutti, anche "dal basso", a quella "poesia" dell'etimologia, che Auden individua bene e che la Arendt, inun saggio del 1971dedicato a Auden, ripubblicandolo dopo la sua morte, e intitolato Pensiero e riflessioni morali, spiega: molte parole usate ogni momento hanno in realtà una densità indecifrabile, sono - come la parola casa - un "qualcosa di simile a un pensiero congelato che il pensiero deve scongelare" se si vuole ritrovare il significato originario; "nel pensiero medioevale questo tipo di pensiero veniva chiamato meditazione, e la parola dovrebbe essere sentita come differente, anzi opposta rispetto a contemplazione. In ogni caso, questo tipo di riflessione non produce definizioni e in questo senso è totalmente senza risultati pratici: potrebbe tuttavia darsi che, quelli che, per una qualsiasi ragione, hanno meditato il significato della parola casa diano ai loro appartamenti un aspetto migliore - sebbene non necessariamente e certamente senza la consapevolezza di un qualcosa di così verificabile come causa ed effetto". Questa ingegnosa limpidezza percorre tutto il pragmatismo esistenziale della Arendt, ne salda le lacune e le imperfezioni, gli scacchi, le riaccensioni continue al cospetto di un pubblico da sognata polis, come si vede dal libro più intimo di Hannah, quello in cui le azioni che i greci chiamavano praxeis o pragmata, e che non possono mai durare al di là della loro realizzazione, hanno bisogno della traduzione in poiesis, che sola ne assicura la rimembranza. È Uomini di tempi bui (1968), saggi su Benjamin, Brecht, Broch, Rosa Luxemburg, Isaak Dinesen, Randall Jarrell. Nella prefazione Hannah precisa cosa intende con "tempi bui": tempi in cui figure pubbliche nascondono la verità su quello che sta accadendo nel mondo dietro una cortina di altisonanti offuscazione e doppiezza: "Non c'è niente che tenga un uomo al buio come un acuto ragionamento deduttivo: si tratta della tecnica dell'intelletto, e la concentrazione della mente su di esso corrisponde a quella predominanza della perizia tecnica che finisce per degradare la funzione dell'artista, a meno che nuova ispirazione e invenzione non vengano a guidarla". Hannah Arendt IN RICORDO DI WYSTANH. AUDEN traduzionedi Fabio Macherelli Ho incontrato Auden tardi nella vita, a un'età in cui la complice e spontanea intimità delle amicizie che si fanno in gioventù non è più raggiungibile perché abbiamo l'impressione che non ci rimanga abbastanza da vivere, da condividere l'uno con l'altro. Così eravamo buoni amici, anche se non amici intimi. Inoltre c'era in lui una certa riservatezza che scoraggiava la confidenza, cosa che peraltro io non ho mai cercato. Invece la rispettavo volentieri, quella inevitabile riservatezza del grande poeta che deve aver imparato presto a non parlare in prosa, a ruota libera oppure casualmente, di cose che era in grado di dire in modo tanto più adeguato nella densa concentrazione della poesia. Può darsi che la reticenza sia la déformation professionelle del poeta. Nel suo caso ciò era anche più naturale in quanto buona parte della sua opera nasce in tutta semplicità dalla parola parlata, da certe espressioni del linguaggio di tutti i giorni come: Posa il capo assopito, amore mio umano sul mio braccio senza fede1 Simile perfezione è molto rara; la troviamo in alcune delle più grandi poesie di Goethe e lo stesso deve dirsi per buona parte dell'opera di Pushkin, in quanto il tratto che le contraddistingue è che sono intraducibili. Nel momento stesso in cui vengono strappate alla loro collocazione originaria si dissolvono in una nuvola di banalità. Dipende tutto dai "disinvolti gesti" che "innalzano i fatti dal prosaico al poetico" (come sottolinea giustamente Clive James nel suo saggio su Auden in Commentary, dicembre 1973). Quando si raggiunge simile disinvoltura di parola ci convinciamo come per

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