Linea d'ombra - anno XIII - n. 109 - novembre 1995

HANNAH EWYSTAN: DUE"PRAGMATISTI"IMPERFETTI FrancescoBinni L'amicizia fra la Arendt e Auden registra un episodio della civetteria, anche se qui senile, cui la vita della Arendt era stata sempre molto disponibile. Nel 1970, poche settimane dopo la morte del secondo marito di Hannah, la vedova sessantaquattrenne riceve una strana proposta di matrimonio da uno scarmigliato Wystan, di un anno più giovane, la cui vita era famosa per il suo estremo aisordine. Alcuni amici comuni dissero giustamente che la proposta era in realtà insultante per Hannah, come volerla trasformare in una Hausfrau tedesca; e naturalmente venne rifiutata, anche se con molto tatto e con grande tenerezza e compassione. Hannah cercò di convincere Wystan che sarebbe stato bene che avesse due vestiti, in modo da mandarne uno in lavanderia: consigli senza successo. Auden mori tre anni dopo in perfetta solitudine, e Hannah, che lo seguì dopo appena due anni, ne scrisse un delicatissimo necrologio sul New Yorker. Forse impossibilmente uniti da un amore che, secondo la definizione della Arendt, "per la sua stessa natura è ultraterreno, e perciò non solo apolitico ma antipolitico, forse la più rara e potente di tutte le forze umane antipolitiche" (Vita activa. La condizione umana), certo Hannah e Wystan lo erano per le date quasi perfettamente collimanti delle loro vite, per il comune amore per Shakespeare, i classici, la polis dell'antica Grecia ripensata in termini specificamente esistenzialisti e pragmatici. Li univa specialmente l'essere ambedue approdati, negli stessi anni 1940-1941, negli Stati Uniti alla ricerca, per diverse ragioni storiche, di una opportunità di avere voce in capitolo come intellettuali e personalità malcontente e contro corrente. Auden ripudiava un ambiguo allineamento marxista culminato nella guerra di Spagna, la Arendt faceva i conti con l'attivismo sionista che l'aveva in parte occupata negli anni Trenta e insieme con la tradizione di comunismo dissidente assimilata tramite il secondo marito, Heinrich Bluecher, esponente bucharinista. Sia Wystan che Hannah legano con l'intellighenzia newyorkese ex-comunista, fanno amicizia con poeti e intellettuali politici, collaborano a periodici, insegnano in vari colleges, intervengono sui problemi culturali e sociali dominanti intrecciando, in un dialogo con la loro anima segreta, gli specifici rimandi: la Arendt alla poesia, Auden alla politica; ambedue dissezionano la società di massa e i temi dell'educazione e del potere. Fra gli anni quaranta e cinquanta Auden scrive saggi memorabili sull'organizzazione non solo della cultura ma della società, basati sul principio che, come scrive in quegli stessi anni il grande Wright Mills, "spesso le idee migliori vengono se si considerano gli estremi". E certamente un estremo è il tipo ideale per lo stesso Mills, Auden e la Arendt: cioè la democrazia classica, perfetta antitesi dello stolido conformismo suburbano che essi analizzano. A questo punto è facile vedere come non solo i titoli si accavallino: La critica in una società di massa e L'età dell'ansia di Auden, Colletti bianchi e L'élite del potere di Mills, Le origini del totalitarismo e La condizione umana della Arendt. Il progetto comune - e in questo senso tutti e tre scrivono SU ARENDT/ BINNI 15 opere di immaginazione o "poesia" sociologica - è quello per cui la natura particolare del rapporto fra valori e problemi umani dovrebbe determinare la scelta dei concetti e dei metodi anziché il contrario. È, insomma, l'eredità del pragmatismo illuministico contro l'incipiente 'postmodernismo', di cui tutti e tre sono critici severi, che svalutala vita pubblica e promuove celebrità e spettacolo a scapito di una politica impegnata a sostenere il ruolo della ragione e della libertà nella condotta delle cose umane. Quando la cinquantaduenne Arendt pubblica la sua opera centrale e più sistematica dal punto di vista che più le si attaglia, quello filosofico, e cioè La condizione umana (1958), ha la piena consapevolezza che la burocratizzazione e la società di massa avevano totalitariamente eliminato la possibilità di una congiunzione pragmatica di ragione e libertà, Mills continua a scrivere e agire come se la conoscenza dello scrittore politico potesse fare una grossa differenza nell'operare umano. La Arendt dialoga con lui, anche se una troppo acquiescente e quasi generale interpretazione ha represso questo importante capitolo registrato anche daAuden in un saggio come La moralità del politico in un'epoca di cambiamento (1954)-e il fatto concomitante che Hannah, come Mills e lo stesso Auden, non amasse le università americane, le ritenesse luoghi inappropriati per dei pensatori indipendenti e scrivesse, anche lei, primariamente per pubblici politici in risposta a urgenti nodi politici, quelli che lei definiva le "crisi della repubblica". Ironicamente anche lei, come Mills da cui pure la dividerà alla fine una diversa concezione dell'intervento politico dell'intellettuale, del!' azione, ma al quale la unirà sempre una concezione dell'intellettuale come primariamente controforza a ogni potere centralizzato o in ascesa, incapperà per i suoi sforzi pragmatici nell'etichetta peggiorativa di "utopista", la ferita più estrema per un liberal pragmatico. Vedi l'insultante reazione di vari critici ali' accurata e integra analisi di Hannah contenuta in Eichmann a Gerusalemme. Da notare, in proposito, quanto Hannah avesse fatto per differenziare lucidamente, sulla base del pragmatico "pensiamo a quello che facciamo", da quella ortodossa e mistificante dottrina del male sposata da tutta un'Accademia reazionaria statunitense durante la Guerra Fredda per giustificare la necessità della "caccia alle streghe" e,altre disumanità, la propria vita metodologica: Hannah ricorderà due versi del Faust in cui Mefistofele osserva con il consueto acume che "Anche la cultura, dopo aver leccato tutto il mondo,/ si è data tutta al diavolo immondo"; da quando ciò fu detto, osserva la Arendt, Faust è stato virtualmente eclissato da Mefistofele nel ruolo di protagonista delle più elevate produzioni della cultura e, proprio per la sua bravura nel battere le menti del tempo al loro stesso gioco, non sarà che lusingato dalla sua ascesa a una posizione di carisma nella gerarchia culturale. O quando, con quel secco umorismo che la accomuna tanto aAuden, in un brano riportato nei diari del poeta, commenta scherzosamente un apologo di Stevenson intitolato I quattro riformatori, inteso come appunto al proprio pragmatismo: i quattro vogliono cambiare il mondo e sono d'accordo sul fatto che bisogna abolire tutte le istituzioni principali non abbandonando mai il terreno della politica pratica; concludono, nelle parole di uno di loro, che la prima cosa da farsi è abolire l'umanità. Hannah estrae dalle proposte dei drastici riformatori quella di abolire il lavoro e osserva come Marx avesse dato suprema importanza al lavoro e alla produzione nella vita umana, proprio come precondizione di libertà, a patto però che il lavoro fosse giustamente valorizzato e tutti ne ricevessero i frutti; lo stato, la politica, a questo punto cesserebbero di esistere per lasciare spazio alla libertà dell'uomo. Hannah vede in questa visione di felicità un'illusione e un incubo, un ingresso nella necessità e nell'ebete consumismo fine a se stesso. Cosa manca, in breve, a questo "paradiso di cartone"? L'audace, immaginativa azione po-

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