HannahArendtnel 1968 "Lei non è del Castello, non è del paese, Lei non è niente". Hannah Arendt torna così al paradosso, alla doppia impossibilità di Kafka. L'azione non riesce a ricostruire il Mondo. Ma se le impasse della storia, le sciagure della politica, i caratteri socialmente alienati della sfera pubblica, consegnano l'intero universo dell'agire (persino nella forma minima della modesta "buona volontà" dello schlemihl kafkiano) a un destino sbagliato e fallimentare,La vitadella mente (e gli altri testi più "filosofici" della Arendt) aggiunge anche che il puro pensiero va incontro a una sorte altrettanto amara. Dal linguaggio privato e dal solipsismo dell'introspezione, dalle certezze tautologiche della logica (2+2=4), dalla rinuncia al mondo del filosofo cartesiano che continua a pensare anche "nei deserti più solitari"18 , non possiamo aspettarci niente di buono (ricordate Bufiuel? Poi ci sarà sempre fuori dal deserto una metropoli e una discoteca e la "carne radioattiva" di un ballo alla moda). Altri deserti, appunto; altre (Compiaciute) solitudini. Non è questo pensiero- "che non dipende né dal mondo né dall'esistenza degli altri", che è ugualmente valido "per Dio e per l'uomo" 19 - quello che stranamente manca a Eichmann. Quando Hannah Arendt pone il problema del difetto politico e morale del nostro presente, sa bene che le due soluzioni tradizionali (il Castello e il paese, la vita attiva e quella contemplativa, la dimensione pubblica e quella quotidiana della privatezza) non hanno più nessun appiglio valido da offrirci. Guardare e giudicareil mondo: una politicadel gusto Fuori dal "Castello", altrettanto lontana dal "paese", la terra di nessuno che Hannah Arendt prova a esplorare liquida definitivamente la vecchia impostazione politicista, il mito luminoso di Pericle e della Città. La soprendente scoperta dell'ultima Arendt potrebbe sembrare provocatoria: nell'afasia pubblica e privata, nella perversa stasi esistenziale di questa fase del la modernità, l'unica zona residua di vitalità, di creatività politica e morale, consiste stranamente nel giudizio estetico, nella capacità di dire "questo è sbagliato, questo è bello", in quell'orizzonte altamente soggettivo di "gusti", idiosincraSUARENDT/GIACOPINI 13 sie, preferenze, valutazioni sempre personali che rappresentano per Chnstopher Lasch la prova decisiva della crisi o della morte della democrazia. Una terapia estetica della politica? La democrazia come pura e semplice "questione di gusti"? Certo, si tratta di vedere come. La Arendt riprende il discorso esattamente dove si era interrotto (dalle parti di Eichamann, o di Cartesio). La burocratica, desolante "mancanza di pensiero" dell'uomo-massa pone in realtà un problema teorico e morale che nessun appello diretto ai fasti dell'agire o alla coerenza logica del pensiero puro è veramente in grado di risolvere. Eichmann, l'abbiamo visto, non era immorale (o deficiente). Nel solco di una lunga tradizione etica, in fondo egli obbediva a un codice morale e a regole esterne e a leggi rigide e abbastanza precise. Come gran parte dei suoi contemporanei, Eichman aveva sviluppato l'abitudine al "possesso di regole sotto cui sussumere i particolari". Semplicemente, valutava il mondo, le cose da fare o da non fare secondo la "regola di condotta vigente in un dato tempo e in una dat~ società"20 • Conformismo? Qualcosa di peggio. In un universo in cui queste regole sono quelle di Hitler o di Stalin o di Mussolini, l'automatismo micidiale di questa abitudine "morale" rivela tutto il suo incommensurabile potenziale distruttivo. Il grande interrogativo che attraversa l'intera riflessione dell'ultima Arendt parte così da questo fallimento della moralità e da una scommessa (arrischiata) sulle capacità creative, sull'originalità, sull'immaginazione degli esseri umani. Possiamo riuscire ancora a "giudicare" (il mondo, le cose, le situazioni, i rapporti con gli altri) "senza quell'insieme di regole consuetudinarie che costituisce la moralità"21? La risposta (kantiana) di Hannah Arendt è in linea di principio affermativa. La possibilità di valutare "particolari" senza regole o norme generali, di saper dire liberamente "mi piace" o "non mi piace", di formarsi autonomamente parametri e scale di valori, la capacità in breve di fare ricorso alla "facoltà di giudizio" ("la più politica delle abilità mentali"22 ) è in fondo irrinunciabile per l'uomo, anche se la violenza della Società, ilpeso della Storia in atto, l'infinita scemenza del presente tendono a trasformarlo in un fantoccio, in una· specie di macchina molto obbediente programmata per dire quasi s~mpre "sì". L'anarchia morale di questo giudizio senza regole ncorda del resto quello che accade puntualmente a tutti gli "eroi di Kafka". Il protagonista che "scopre che il mondo e la società sono in realtà anormali, che i giudizi unanimente accettati dalle persone più rispettabili sono sostanzialmente follie", sa perfettamente almeno questo: che non può più fidarsi. Che deve separasi dal contesto politico e mentale, dalle "strutture segrete" e dalla malafede di un gioco che lo sovrasta, che cerca costantemente di confonderlo e di paralizzarlo. I romanzi di Kafka - commenta Hannah Arendt - rappresentano "una distruzione anticipata del mondo"23 . Anche il giudizio fa la stessa cosa: non si fida, e distrugge un mondo. L'idiosincrasia - allora - la grande soggettività del giudizio estetico contro il confromismo bigotto della Società. Strana formula, per una pensatrice della Pluralità. Che cosa resta in effetti degli altri - del "mondo delle relazioni", della "sfera pubblica" - in questo passaggio troppo radicale? Perchè il giudizio è "la più politica" delle facoltà? Se Hannah Arendt vede nell'ambito del gusto (nella capacità di scegliere, preferire, schierarsi) l'unica dimensione ancora praticabile di vitalità politica, è perché ormai (fuori dalla tutela di tutte le tradizioni fallite della modernità) soltanto la singolarità del giudizio estetico (la sua sorprendente "mancanza di regole") consente paradossalmente di recuperare il legame con gli altri, un modello utile di comunicazione e quel "senso comune" che l'intera vicenda filosofica della modernità ha quasi irrimediabilmente svalutato. Rileggendo (a modo suo) il Kant della terza critica, Hannah Arendt vede in breve nel giudizio proprio il contrario della futilità estetica, di quella gratuita arbitrarietà che un po' meccanicamente tendiamo ad associare ali' ar-
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