12 SUARENDT/ GIACOPINI affatto utopico; è soltanto orribile" 6. Anche la "politicizzazione" totalitaria era in fondo una forma (la più perversa) di abolizione definitiva della politica. Si tratta - ovvio - di capire davvero Che cos'è la politica ( e a che serve). La politica non governa, non regola, l'esistenza individuale dei singoli ma lo spazio che li separa e li mette in contatto, il mondo che insieme li unisce li divide. Così quando non è la politica a definire e a civilizzare il peculiare "infra" in "cui si svolgono tutte le faccende umane" 7, quello spazio diventa un "deserto". Se "il mondo delle relazioni si forma dall'agire", la rinuncia ali' azione liquida questo tessuto di rapporti, di scambi, di comunicazione e genera al posto suo un paesaggio allucinato, silenzioso e idiota: "alle leggi dell'agire politico ... si sostituisce la legge del deserto" 8 • Come salvare, quindi, la democrazia? La "risposta" politica di Hannah Arendt si fonda su una spericolata estremizzazione del problema. Salvare la democrazia: ricostruire una "città" (perduta) in pieno deserto. In ogni caso la Arendt denuncia sempre con estrema forza la radicale insufficienza politica della modernità. L'uomo moderno che "si interessa solo di sè stesso" - che contrappone ostinatamente il "gioco della mente con sè stessa", il solipsismo arrogante dell'introspezione alla ricchezza plurale (ma tramontata) del "senso comune" 9 - ha deliberatamente rinunciato ali' azione, al "mondo di relazioni", parole e gesti che l'agire instaura, alla cornice politica della polis. Scelta suicida: la volontaria "astensione dal mondo", la sistematica "perdita della sfera pubblica nel!' età moderna"10(l'avvento dei suoi mediocri surrogati: il conformismo della sfera privata, la penombra "protetta" della petit bonheur della vita borghese), hanno segnato per Hannah Arendt esattamente l'ingresso nel deserto. L'elogio deH'azione (l'unica espressione umana che "dipende interamente dalla costante presenza degli altri"), la rivalutazione della politica, la ricostruzione della "città perduta" sono anche gli unici modi per uscire forse domani da questo deserto. Il male, la stupidità: un"'altra" Hannah Arendt In questi venti anni, l'ambizioso, inattuale, programma ufficiale di Hannah Arendt - ricostruire la "città perduta" - ha inaspettatamente avuto uno strano "successo". Forse è un paradosso. Ma la politica, oggi, parla di nuovo il linguaggio perduto del!' identità, si muove - di nuovo - nell'orizzonte virtuale della comunità. Ha ritrovato (diciamolo subito brutalmente: in forma perversa) la sorprendente capacità di privilegiare lo schema del Noi (il codice collettivo del gruppo, dei valori comuni e "comprensivi", del!' appartenenza etnica o della fede) sulla realtà incostante e ostinatamente impolitica dell'Io. Lasch ha ragione, dal suo punto di vista. Per rilanciare la prospettiva di una politica comunitaria o neo-populista bisogna ridimensionare le "due grandi paure" del nostro tempo: "la paura del fanatismo e quella della guerra razziale" 11. Sono-diceossessioni anacronistiche; ci sono - aggiunge - "problemi più importanti" (cinismo, apatia, paralisi morale). Può essere. Resta il dubbio che i "buoni cittadini" della città perduta (e ritrovata) siano persone quanto meno invadenti: antiabortisti bigotti con la pistola carica; fondamentalisti buddisti, integralisti islamici carichi di bombe; "selvaggi" rwandesi armati di machete; militanti cetnici o ustascia armati (invece) fino ai piedi. Sarebbe buffo (se non fosse tragico): tra la Città e il deserto, oggi è il deserto la "terra promessa". Ma esiste anche un'altra Hannah Arendt (e un'altra risposta alla paralisi attuale della democrazia). Molto diversa dalla sua figura "politica" ufficiale, questa seconda Arendt è una pensatrice anarchica e inquieta, un'estremista etica, una spericolata critica delle convenzioni morali dominanti. La Arendt ufficiale afferma classicamente - nel solco dei greci - che la libertà è possibile solo dentro la polis; la sua gemella ribelle ribalta il problema: l'unico - prezioso -comandamento della contro-morale anarchica della modernità sta in un imperativo delicato: dobbiamo "resistere alla socializzazione"12.L'agire, le gesta memorabili compiute in pubblico, le deliberazioni discorsive, il mito della "citta perduta" e dei suoi eroi - Pericle, insomma - sono i grandi modelli della prima Arendt. Per !'"altra", questi modelli parlano la lingua- inaffidabile-dei sogni sereni. Lontana da Pericle, più familiare agli incubi di Kafka, la "seconda" Arendt ha scorto dietro il miraggio luminoso della Città perduta la sagoma tetra del Castello. Ha anche capito - con sconcerto - che gli scalcinati compagni di K. (l'agrimensore) sostanzialmente avevano ragione: "Lei non è del Castello, non è del paese, Lei non è niente" 13 . L' (altra) Hannah Arendt- quella che scrive La vita della mente o i saggi su Kafka, la Teoria del giudizio politico o il reportage su Eichmann a Gerusalemme - formula così una diagnosi molto più dura (e paradossale) sulle condizioni dell'esistenza privata e della vita pubblica nel cerchio stregato della società di massa. Non sono più la rinuncia all'azione, l'apatia, le orgini autentiche del "male". Nei testi che ho appena ricordato la linea critica tradizionale - la denuncia dell'insufficienza politica della modernità- lascia il posto a un'ipotesi diversa. Ancora una volta, l'atmosfera di Notte eNebbia, l'esperienza estrema dei campi, la figura di Eichmann sono decisivi. E il caso Eichmann segna in effetti per Hannah Arendt anche un punto di svolta teorico, l'occasione per un ripensamento. La Vita della mente si apre precisamente sulla rievocazione "filosofica" di quelle giornate a Gerusalemme. La Arendt ricorda ancora stupita l'ottusità, !"'evidente superficialità", il carattere "quanto mai ordinario, mediocre" del boia nazista (chi abbia visto la recente intervista televisica a Priebke potrà capire di cosa si tratta). Domanda ovvia: come può nascere mai il male "assoluto" da questa palude di mediocrità? La risposta di Hannah Arendt è molto chiara. Privo di "ferme convinzioni ideologiche o di specifiche motivazioni malvage" Eichrnann si distingue per "qualcosa di interamente negativo": per una sconcertante "mancanza di pensiero" 14 • Il male nasce da questa carenza, dalla mancanza di abitudine a "esaminare tutto ciò che accade", da quella che Bonhoeffer avrebbe chiamato stupidità. Il dramma è che Eichmann è molto più (e molto peggio) di un caso esemplare. Già in Colpa organizzata e responsabilità universale15 , la Arendt aveva visto nel devoto e obbediente "padre di famiglia", nel rispettabile borghese "che non tradisce la moglie" e si preoccupa dei figli, "il grande criminale" di questo secolo. Quell'analisi, ora, è più precisa. Il deserto interiore, la sorprendente mancanza dell "'uomo-massa" Eichmann non è - effettivamente - un puro vuoto. La banale atrocità del boia nazista implica la ferrea adesione ai codici tradizionali di una pesante moralità sociale e replica al suo interno tutta una Società. Zigmunt Baumann ha parlato in questo senso di un'autentica etica dell'obbedienza come elemento chiave del nesso modernitàolocausto16. "Ho obbedito": ecco, la squallida ossessività di un tentativo-paranoico ma molto coerente-di giustificazione. Non è solo una scusa. In Eichmann il male trova, in breve, un suo linguaggio. Non pensa, Eichmann, però può parlare. Come Priebke. Mentalità brurocratica, ricorso a "cliché e frasi fatte", "codici di espressione e di condotta convenzionali e standardizzati" servono - commenta la Arendt- a "proteggerci dalla realtà", a fissare I' imprevedibile fluidità del mondo dentro le griglie ottuse ma calcolabili della Società. Col suo conformismo, Eichrnann esprime un carattere, una tipologia, un modello etico e antropologico interamente socializzati e molto più generali di quanto non sembri. Irresponsabile ma non a-morale in senso stretto, incapace di pensare ma non di giustificarsi o di parlare, Eichrnann rivela la catastrofica inaffidabilità della morale convenzionale organizzata "dai costumi e dalle tradizioni" 17, il dramma (e la colpa) di chi per abitudine tende a cercare nella Società le regole precostituite (gli "universali") per giudicare cosa accade nel mondo e nel presente.
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