PERUNA POLITICADELGUSTO TRAPERICLE EKAFKA VittorioGiacopini Sono trascorsi vent'anni dalla sua morte e Hannah Arendt è ancora la grande pensatrice della "città perduta". L'ultima custode della Politica, dei fasti della sfera pubblica, dell'agire, in un mondo apatico e spoliticizzato. La sacerdotessa laica della Vita Activa. La sua immagine si sta cristallizzando. "Solo nella politica l'individuo diventa tale", dice Paolo Flores d' Arcais; lo slogan Agire politicamente, Pensare politicamente (Laura Boella) 1 sembra circoscrivere l'intero orizzonte della riflessione di Hannah Arendt. Questo modello interpretativo, questa lettura tutta politica, questi schemi mi sembrano angusti. In questo articolo vorrei provare a parlare di un'altra Arendt. Ma-è inevitabile- lo spunto resta comunque il paesaggio avvilente del presente. La "nostra" situazione (anche politica). La strana sindrome che continuiamo a chiamare crisi o paralisi della democrazia. La democraziameritadi sopravvivere? "Tutto quanto possiamo permetterci .... è l 'apprev.amento estetico". La democrazia sta degenerando davvero in una futile questione estetica di "gusti", di fissazioni, di (personalissime) idiosincrasie? Secondo Lasch, parrebbe di sì. Durissimo atto d'accusa contro l'idiozia, la superficialità, la pochezza morale e civile delle "nostre" élite, l'ultimo saggio di Cristopher Lasch non consente nessun ottimismo sul "futuro" della democrazia e sul suo presente. Descrizione di un panorama in sfacelo, di una sconfitta (o di un'eutanasia), La rivolta delle élite ruota interamente attorno a una domanda scomoda e cruciale: la "democrazia merita di sopravvivere?". Non è detto che la risposta sia affermativa. La rivolta delle élite (uno dei libri più amrui, più disperati, più onestamente reazionari di questa fine secolo), è in ogni caso qualcosa di più, qualcosa di meglio, di un testamento senza eredità. Quando denuncia il "carattere irreale, artificiale della nostra politica" (p. 11), Lasch continua a immaginare anche un'altra scenario; un'orizzonte di verso e meno angusto. "Voce autentica del la democrazia" (p. 90), il suo "populismo" molto sui generis, molto poco banale, è soprattutto una prima risposta alla paralisi del modello politico "illuminista" della modernità, della sua cultura politica - il liberalismo - delle sue espressioni antropologiche (l'individualismo) e politiche (la democrazia) centrali. Il ragionamento di Lasch è lineare. Se la democrazia oggi non ha più futuro (e forse neppure "merita" di sopravvivere) è in fondo solo eerché le manca qualcosa. Ma che cosa le manca; che cosa non c'è? E da vedere. Si potrebbe dire- semplicemente-che la democrazia ha perduto I' "ani ma". Ma "anima" non è ovviamente la parola giusta. Anche se parla spesso di una "notte oscura dell'anima" moderna, Lasch è molto più laico di quanto non sembri. Le parole "giuste" sono altre: ethos pubblico, moralità, modelli di "vita buona", virtù civica ("i 11ibera! ismo ha sempre sostenuto che la democrazia può esonerare SUARENDT/ GIACOPINI 11 dalla virtù civica"), partecipazione, senso - repubblicano - della comunità. In fondo è questo che manca alla democrazia: una capacità di coesione politica e morale nello spazio pubblico di una politica rigenerata; un senso collettivo di responsabilità, di impegno civico, di "cura" condivisa di un universo complesso che tuttavia ci riguarda tutti. Agli occhi di Lasch, l'alternativa allora è chiara (e molto secca). La democrazia può tentare la carta "repubblicana", forzare la prospettiva civica del populismo, rivitalizzarsi in senso comunitarista. Diversamente, può ostinarsi a sfruttare il vecchio filone "illuminista". Secondo Lasch, sarebbe una mossa autolesionista. La tolleranza si è trasformata in "indifferenza"; il pluralismo si è arenato in una sconcertante "sospensione del giudizio etico". Non è esattamente un'esito esaltante. Forse dobbiamo soltanto capire meglio che cosa vogliamo. Dal punto di vista neo-populista di Christopher Lasch, la risposta non sembrerebbe complicata. A meno naturalmente che uno non voglia accontentarsi di quello che ha già: di una sfera comune senza comunità; di una democrazia "estetizzata" ("tutto quanto possiamo permetterci ... è l'apprezzamento estetico", p. 75); di una vita pubblica ridotta "a una questione di gusti, di preferenze, di idiosincrasie personali". La città e il deserto:critica e elogiodella politica Come salvare la democrazia? Critica "metapolitica" di una forma di convivenza in transizione, La rivolta delle élite parla della necessità di reinventare da zero la nostra cultura politica e morale, i suoi modelli antropologici, la sua tradizione di pensiero.L'attuale revival arendtiano muove - mi sembra - da una preoccupazione analoga. Per chi in effetti avverte la sterilità, l'angustia dell'orizzonte "liberale", per chi percepisce l'inaridimento individualistico dello spazio pubblico contemporaneo, la lezione di Hannah Arendt è molto probabilmente decisiva. Le stesse intuizioni di Lasch trovano nella riflessione della Arendt una sponda teorica e (soprattutto) una risposta politica privilegiata. Il pensiero di Hannah Arendt è costantemente segnato da una caratteristica unica e da una consapevolezza estrema e paradossale. Come forse nessun altro in questo secolo, Hannah Arendt ha percepito simultaneamente l'atrocità e l'indispensàbile necessità (ma anche la bellezza, il lato nobile, la faccia "sublime") della politica. Tutta la sua riflessione oscilla in effetti nel territorio elastico tra questi due poli. Nessuno come lei ha saputo riconoscere senza la minima iprocrisia le "sciagure che la politica ha provocato", la sua indicibile "bruttezza" 2 . Nessuno, analogamente, vi ha mai riposto altrettanta fiducia. In Che cos'è la politica mentre osserva che oggi "la politica consiste in effetti nel pregiudizio verso la politica", Hannah Arendt individua la patologia più tipica e più pericolosa degli uomini moderni proprio nel "disperato desiderio di essere esentati dalla facoltà di agire"3 • Come Lasch, anche Hannah Arendt ha sempre visto nel!' apatia il peggiore dei mali. Il vizio più ovvio e più diffuso. La verità "sta quasi ai margini" e Hannah Arendt pensa sempre vicino agli estremi. Il desiderio totalitario di "politicizzare ... l'intera esistenza degli uomini" 4 ha generato l'oscenità dei campi, l'insensatezza di una vita pubblica pietrificata, l'illibertà assoluta della "estraneazione organizzata"5. La politica ha prodotto così le sue "sciagure". Il paradosso è che un mondo senza politica sarebbe peggiore. In Che cos'è la politica? (straordinario specchio della guerra fredda), la Arendt lo dice esplicitamente. Il nostro è un secolo di grandi paure e di sottili, ma ambigue, speranze. Dopo i campi, l'atomica ha definitivamente imposto la paura che !'"umanità possa autoelimarsi attraverso la politica". Ma da questa paura è anche nata la speranza "che l'umanità si ravveda e anziché se stessa tolga di mezzo la politica". Il commento di Hannah Arendt è in questo caso lapidario. Quest'ideale "non è
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