Linea d'ombra - anno XIII - n. 109 - novembre 1995

Novembre199S Numero 109,------ Lire 10000 ménkiledistorie,immagini, discssoni e spettacolo ' ,fv ! ( . 'Y~EDITÀ DIHANNJW:!4RENPT ~/V ~- AITALl~NO: ,p .. PPI.CO~SICATO, . dJf AUSTRIA: RA~S.~AYR/ JANDL/ tau fl~R~~co MARESfo ili DRACH/MAYROCKER ~TRI .,_ I~ , f 11 I 1' , - il, MISTERONA,LETANODIERMANNO REA~ -- / :t .4 ' r/ I //fr, J / I I f;,, '/f\ il~ ç, ~. ~ A f l -- _ _:,_,.- . ~ Q POSTAUl 50% • VIA GAFfURJO 4- 20124 l',flLANO :• -

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Lev N. Tolstoj DENARO FALSO Un racconto-pamphlet sulla potenza corruttrice del denaro. Lire 12.000 Aldo Capitini LE TECNICHE DELLA NONVIOLENZA Lire 12.000 "Voices" GLI SCRITTORI E LA POLITICA NordeSud,EsteOvest, Guerra ePace. Ne parlano: Boll, Chomsky, Eco, Gordimer, Grass, Hall, Halliday, Konrad, Rushdie, Sontag, Thompson, Vonnegut. Lire 12.000 GiintherAnders I MORTI. DISCORSOSULLETREGUERRE MONDIALI. Lire 12.000 Albrecht Goes LA VITTIMA Cristiani ed Ebrei al tempo di Hitler. Lire 12.000 APROPOSITODEI COMUNISTI A. Berardinelli, G. Bettin, L. Robbio, M. Flores, G. Fofi, P. Giacchè, G. Lemer, L Manconi, M. Sinibaldi,con il Piccolo Manifesto di Elsa Morante. Lire 12.000 Heinrich Boll LEZIONI FRANCOFORTESI Poetica e morale, cultura e società. Lire 12.000 "Voices 2" IL DISAGIO DELLA MODERNITÀ Amis, Bell, Bellow,Briefs,Castoriadis,Dahrendorf,Galtung,Gellner,Giddens, lgnatieff, Kolakowski, Lasch, Paz, Rothschild, Taylor, Touraine, Wallerstein. Lire 12.000 Amo Schmidt IL LEVIATANO seguito da TINA O DELLA IMMORTALITÀ. A cura di Maria Teresa Mandatari. Lire 12.000 Francesco Ciafaloni KANT E I PASTORI Identità e memoria,campagna e città, ieri e oggi, Italia e America, destra e sinistra. Lire 12.000 UN LINGUAGGIO UNIVERSALE Le intervistedi "Linea d'ombra" con gli scrittoridi lingua inglese: Ballard, Bames, Ishiguro, Kureishi, McEwan, Rushdie, Swift (Gran Bretagna), Banville (Irlanda), Gallant, Ignatieff, Ondaatje (Canada), Breytenbach, Coetzee, Gordimer, Soyinka (Africa), Desai, Ghosh (India), Frame (Nuova Zelanda). Lire 15.000 VIOLENZA O NONVIOLENZA Engels, Tolstoj, Gandhi, Benjamin, Weil, Bonhoeffer, Caffi, Capitini, Fanon, Mazzolari, Arendt, Bobbio, Anders. Lire 15.000 Marco Lombardo Radice UNA CONCRETISSIMA UTOPIA Lavoro psichiatrico e politica. Lire 12.000 TRA DUE OCEANI Le interviste di "Linea d'ombra" con gli scrittori statunitensi: Barth, Bellow, Carver, De Lillo, Doctorow, Ford, Gass, Highsmith, Morrison, Ozick, H. Roth, Singer, Vonnegut. Lire 15.000 Riccardo Bauer LA GUERRA NON HA FUTURO Saggi di educazione alla pace: le tattiche e le strategie, le tecniche e gli strumenti per costruire insieme un mondo meno intollerante. A cura di Arturo Colombo e Franco Mereghetti. pp.128, Lire 12.000 Salman Rushdie ILMAGODIOZ Un grande scrittore analizza e discute un classico del cinema musicale e fiabesco. pp. 96, Lire 12.000 SorenKierkegaard BREVIARIO L'etico, l'estetico, il religioso: alle origini dell'esistenzialismo. A cura di Max Bense. pp. 96, Lire 12.000 PER ELSA MORANTE La narrativa, la poesia e le idee di uno dei maggiori scrittori del '900. Parlano: Agamben, Berardinelli, Bettin, Bompiani, D'Angeli, Ferroni, Garbali, Leonelli, Lollesgaard, Magrini, Onofri, Pontremoli, Ramondino, Rosa, Scarpa, Serpa, Sinibaldi. pp. 272, Lire 15.000 SCRITTORI PER UN SECOLO 151 fotoritratti e 104 fotografie di contesto storico e biografico a cura di Goffredo Fofi e Giovanni Giovannetti. pp. 338, Lire 18.000 Aldo Palazzeschi DUE IMPERI ... MANCATI. Una dura requisitoria contro la guerra, da parte di un poeta reduce dalla prima guerra mondiale. pp. 192, Lire 15.000 Diane Weill-Ménard VITA E TEMPI DI GIOVANNI PIRELLI La biografia di un intellettuale atipico: i suoi dilemmi e le sue scelte politiche e culturali. pp. 192, Lire 15.000 Gaetano Salvemini I PARTITI POLITICI MILANESI NEL SECOLO XIX. I saggi e gli interventi di un grande storico

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Cataluccio, Alberto Cavaglion, Roberto Cazzola, Francesco Ciafaloni, Giulia Colace, Pino Corrias, Vincenzo Consolo, Vincenzo Cottinelli, Alberto Cristofori, Peppo Delconte, Roberto Delera, Paola Della Valle, Stefano De Matteis, Carla de Petris, Piera Detassis, Vittorio Dini, Carlo Donolo, Edoardo Esposito, Saverio Esposito, Giorgio Ferrari, Maria Ferretti, Antonella Fiori, Ernesto Franco, Guido Franzinetti, Giancarlo Gaeta, Alberto Gallas, Nicola Gallerano, Roberto Gatti, Filippo Gentiloni, Gabriella Giannachi, Giovanni Giovannetti, Paolo Giovannetti, Giovanni Giudici, Bianca Guidetti Serra, Giovanni Jervis, Roberto Koch, Gad Lerner, Stefano Levi della Torre, Emilia Lodigiani, Mimmo Lombezzi, Maria Maderna, Luigi Manconi, Maria Teresa Mandalari, Bruno Mari, Emanuela Martini, Edoarda Masi, Roberto Menin, Mario Modenesi, Renata Molinari, Diego Mormorio, Antonello Negri, Grazia Neri, Luisa Orelli, Alessandra Orsi, Maria Teresa Orsi, Armando Pajalich, Pia Pera, Silvio Perrella, Cesare Pianciola, Guido Pigni, Giovanni Pillonca, Pietro Polito, Giuliano Pontara, Sandro Portelli, Dario Puccini, Fabrizia Ramondino, Michele Ranchetti, Emanuela Re, Luigi Reitani, Marco Restelli, Marco Revelli, Alessandra Riccio, Paolo Rosa, Roberto Rossi, Gian Enrico Rusconi, Nanni Salio, Domenico Scarpa, Maria Schiavo, Franco Serra, Francesco Sisci, Piero Spila, Antonella Tarpino, Fabio Terragni, Alessandro Triulzi, Gianni Turchetta, Federico Varese, Bruno Ventavoli, Emanuele Vinassa de Regny, Tullio Vinay, Itala Vivan, Gianni Volpi. Segreteria di redazione: Serena Daniele Progetto grafico: Andrea Rauch Pubblicità: Miriam Corradi Esteri: Pinuccia Ferrari Abbonamenti: Daniela Pignatiello Amministrazione: Patrizia Brogi Hanno contribuito alla preparazione di questo numero: Annelisa Addolorato, Claudia Battistioli, Paola Concari, Michele Neri, Marco Antonio Sannella, Barbara Verduci, le agenzie fotografiche Contrasto, Effigie e Grazia Neri. LINUD'OMBRA anno XIII novembre 1995 numero 109 IL CONTESTO 4 Marisa Caramella 5 Cesare Pianciola 8 Hannah Arendt, Mary McCarthy 11 Vittorio Giacopini I5 Francesco Binni 16 Hannah Arendt 20 Wystan H. Auden CONFRONTI 24 Giovanni Pillonca 26 Paolo Taviani 28 Paolo Bertinetti 43 Federica Bellicanta 44 Marcello Flores 73 INBREVE DOVE STAZAZÀ 3 l Goffredo Fofi 32 Daniele Ciprì, Franco Maresco 34 Pappi Corsicato 36 Ermanno Rea 39 Marcello Ben/ante 41 Marcello Flores SPECIALEAUSTRIA 46 Luigi Reitani 51 Christoph Ransmayr 54 Doron Rabinovici 55 Flavia Foradini 58 Peter Waterhouse 58 Ernst Jandl 61 Friederike Mayrocker 62 Luigi Reitani 63 Albert Drach 67 Werner Kofler SAGGI Desdemona e Farrakhan Omaggio a Hannah Arendt Una difficile eredità Quattro lettere sul caso Eichmann Hannah Arendt tra Pericle e Kafka Hannah e Wystan "pragmatisti" imperfetti In ricordo di Wystan H. Auden Pensare a ciò che stiamo facendo Su Seamus Heaney Station Island, il Purgatorio di San Patrizio L'ultimo sospiro del Moro di Salman Rushdie I Taccuini di Nicola Chiaromonte Gli ebrei nell'Europa orientale Letture, recensioni, segnalazioni La differenza meridionale La morte innanzitutto a cura di Goffredo Fofi Ritorno al mito con kitsch a cura di Goffredo Fofi Una donna a Napoli a cura di Saverio Esposito su Mistero napoletano di Ermanno Rea Il lato oscuro della forza Osterreich mondo estremo L'Austria e le sue letterature Przemysl Commemorare vuol dire dimenticare La scena austriaca Cronostasi viennese Altrove Primo amore Albert Drach, una voce da scoprire "E" Trieste Editore: Linea d'ombra Edizioni srl-ViaGaffurio4 20124 69 Milano Te!. 02/6691132 Fax: 6691299 71 Amministratori delegati: Luca Formenton, Ilaria Bonomi Raf "Valvola" Scelsi Italiano di oggi, italiano di domani La storia su un tapis roulant Lia Sacerdote (Presidente) Distrib. edicole Messaggerie Periodici SpA aderente A.D.N. - Via Famagosta 75 - Milano Tel. 02/8467545-8464950 Distrib. librerie POE - Via Tevere 54- 50019 Sesto Fiorentino -Tel. 055/301371 Stampa Litouric sas - Via Rossini 30 - Trezzano SIN LINEA D'OMBRA Iscritta al tribunale di Milano in data 18.5.87 al n. 393. Dir. responsabile: Goffredo Fofi La copertina di questo numero è di Marina Sagona Abbonamento annuale: ITALIA L. 85.000, ESTERO L. 100.000a mezzo assegno bancario o c/c postale n. 54140207 intestato a Linea d'ombra o tramite carta di credito SI (si veda il tagliando a pagina 2). I manoscritti non vengono restituiti. Si pubblicano poesie solo su richiesta. Dei testi di cui non siamo in grado di rintracciare gli aventi diritto, ci dichiariamo pronti a ottemperare agli obblighi relativi.

DESDEMONAEFARRAKHAN Marisa Caramella Il linguaggio, le immagini ostili con le quali la società a maggioranza bianca racconta e definisce i neri che ne fanno parte resta immutato nei secoli. Anche - anzi, soprattutto - quando il nero da racconmre, da descrivere ha assimilato la cultura dominante al punto da distinguersi ormai solo per il colore della pelle. Ergo, si può parlare, nelle società occidentali, di negrofobia, di razzismo "istintivo e biologico": dal 1602, data di stesura dell'Otello di Shakespeare, al 1995, data di stesura dell'"Introduzione al caso" O.J.Simpson, "nulla è cambiato né potrà cambiare". A dichiararlo è lo scrittore nero Austin Clarke, in un pezzo brillante e suggestivo pubblicato nel numero di settembre di "Linea d'ombra": mettendo a confronto il "Prologo" dell'Otello con !'"Introduzione" al caso più famoso d'America, Clarke trae queste pessimistiche conclusioni: per poi dichiarare però che la politica riformista, "liberal", contro il razzismo e per il multiculturalismo resta comunqµe essenziale, perché "il dispiego naturale e istintivo di questa ostilità dominante sia controllato da norme e leggi, in modo da giungere almeno a una dignitosa coesistenza sociale". Conclusione quanto mai cupa. Alla stessa potrebbe arrivare il lettore con riferimento al sesso invece che alla razza, analizzando sia il linguaggio con cui il poeta descrive Desdemona sia quello con cui la Procura di Los Angeles introduce nel caso la figura di Nicole Brown. Austin Clarke lo fa, ma solo in rapporto e in subordine alla figura del maschio nero. Eppure salta all'occhio la disparità, l'ingiustizia macroscopica tra il destino riservato al maschio nero reo di aver sposato una bianca e quello riservato alla "colomba bianca" rea di essersi lasciata accecare dal desiderio al punto da unire la propria sorte a quella della "bestia scura": la vera, concreta, indiscutibile vittima delle due storie, una immaginata, l'altra accaduta, è la donna (bianca), non l'uomo (nero). Ma iconcretissimi, tutt'altro che metaforici cadaveri delle Desdemone di questo mondo, vengono da sempre prontamente rimossi dall' immaginario del maschio di ogni colore, che sopra di essi conduce la propria battaglia di odio e supremazia, e altrettanto prontamente ripristinati soltanto per insinuare che la morte è un destino, se non proprio meritato, almeno prevedibile per chi rompe il tabù della razza facendosi sedurre dalla "diversità" del nero. Diversità che seduce però anche i maschi bianchi, a giudicare dai servizi fotografici e dai reportage sulla manifestazione più drasticamente separatista che sia mai stato dato di vedere fuori dal Sudafrica di un tempo. Tutti i mezzi di comunicazione hanno scelto, per illustrare i titoli della "marcia di un milione di uomini neri" del 1 O ottobre a Washington, le fotografie di Louis Farrakhan e della sua scorta di militanti della Nation oflslam, minacciosamente eleganti in abito scuro, sparato candido, farfalla, lenti impenetrabili. Quasi tutti i cronisti e i commentatori hanno inneggiato alla pacifica (contro ogni pregiudizio e previsione) esibizione di potere maschio e nero. E quale componente abbia avuto, nel meccanismo di seduzione, l'assenza totale, prevista, voluta, organizzata, delle donne, è difficile dirlo. Nelle intenzioni dichiarate dell'organizzatore - ma anche di sostenitori assai più democratici e assai meno sospetti di misoginia istituzionalizzata - lo scopo della marcia senza donne era, non ultimo, quello di invitare il maschio nero a interrogarsi sulla propria responsabilità: sulla prassi diffusa, per esempio, di abbandonare mogli e figli, comunicando di sé ai media bianchi un'immagine negativa - in primis - e condannando i medesimi figli (maschi, si suppone) a cader vittime delle perverse dinamiche del ghetto (droga, delinquenza, alcolismo eccetera)- in secundis. Ma ancora una volta Farrakhan e gli altri leader neri confondono le responsabilità maschili verso ilproprio e l'altro sesso con le responsabilità verso la "famiglia", verso un'istituzione, anziché verso l'individuo donna. E gli stessi cronisti che plaudono unanimi alla nuova legge contro la violenza sessuale, che definisce finalmente anche nel nostro paese la donna, invece che la morale pubblica, come oggetto di frequente stupro, plaudono anche alla suggestiva (e rassicurante) immagine della marea di neri che elimina dalla dialettica politica di un paese scosso dalle lotte di razza e di genere, un soggetto emerso e riconosciuto solo di recente, riducendolo a istituzione. Rimuovendo e rinnegando non solo tutte le Desdemone bianche e nere di questo mondo, ma anche tutte le Angele Davis, e tutte le donne anonime, forti e responsabili di ogni razza, che da sempre allevano figli forti e responsabili in ogni tipo di ghetto in tutte le nazioni del mondo. Farrakhan, il capo della Nation of Islam, la sua volontà di cancellare la donna come soggetto della storia la professa e la vanta apertamente, almeno. Invece Jesse Jackson, candidato nero democratico alla presidenza Usa alcuni anni fa, pacifista, moderato, si dimostra pavido e ipocrita quando si limita - in un pezzo apparso su l'Unità del 9 ottobre - a dichiarare, riguardo al milione di donne che avrebbe potuto prender parte alla marcia e ne è stato escluso, che "tutti questi uomini marceranno con il sostegno delle donne afroamericane e facendosi interpreti delle speranze dei bambini afroamericani". Relegando in questo modo la donna al ruolo di "minore", di individuo bisognoso di tutela, di mancato soggetto legale e civile. E anche uno scrittore raffinato e sensibile, un intellettuale così attento alle infinite sfumature della discriminazione nel linguaggio e non, elimina dal suo articolo le figure riverse delle due Desdemone che, a distanza di quattro secoli l'una dall'altra, nella finzione come nella realtà, pagano nello stesso modo la colpa di aver sposato un nero. Con una differenza. Si tranquillizzi, Austin Clarke, dal 1602 le cose sono cambiate. Immaginate per un istante che la corsa disperata di O.J. Simpson e del suo amico sulle freeways di Los Angeles il giorno della scoperta dei cadaveri di Nicole Brown e Jeff Goldman fosse finita in un incidente mortale o in un duplice suicidio. Il caso sarebbe stato subito chiuso e la colpevolezza di O.J. data per scontata. Il finale della tragedia avrebbe davvero imitato l'arte, come vuole Austin Clarke nel suo pezzo. Ma le cose sono cambiate, dal 1602; l'Atleta, contrariamente al Generale di Shakespeare, non è stato costretto a suicidarsi; poteva - e lo sapeva - contare sui media e sul loro potere di provocare uno di quei turning of the tables necessari allo svolgersi di tante tragedie elisabettiane. Come? Cancellando l'immagine della vittima per trasformare il colpevole in eroe. In fondo, !'"Introduzione al caso" si limita a dire dell'"oggetto Nicole": "(O.J.) le prese la giovinezza, la bellezza e il rispetto di sé". Parole e immagini non molto diverse da quelle con cui i veneziani compiangono Desdemona. La stampa Usa invece si è data da fare per trasformare la vittima in colpevole, elencando veri o immaginari tradimenti e comportamenti sessuali disinvolti di Nicole, resuscitandola come soggetto soltanto per denunciarne il comportamento trasgressivo rispetto alla doppia morale pubblica ancora vigente negli Usa e non solo. Per questo O.J. Simpson non si è suicidato schiantandosi con il suo fuoristrada, durante quella fuga disperata: perché sapeva di poter contare sul fatto che con l'aiuto dei media la collettività avrebbe rimosso il cadavere della vittima dalla storia -come ha sempre fatto - per spostare il dibattito, anche processuale, sulla questione razziale. Confermando l'immagine dell'Atleta come eroe e vincitore: degno di partecipare alla marcia su Washington dalla quale non solo Nicole, ma tutte le sue simili di razza nera, sono state escluse.

VIFA ACTIVA E VITA CONTEMPLATIVA SUHANNAHARENDT A cura di SantinaMobigliae CesarePianciola ~ UNA DIFFICILEREDITA 1975-1995 Cesare Pianciola Nei venti anni che ci separano dalla morte di Hannah Arendt (New York, 4 dicembre 1975) la discussione intorno alla sua opera e il lavoro interpretativo si sono enormemente accresciuti. Basta scorrere la preziosa bibliografia raccolta da Simona Forti in appendice al suo saggio sul rapporto cruciale tra critica della filosofia e riabilitazione della politica. È vero, come scrive Ursula Ludz, che oggi "la ricezione corre il rischio di diventare mera citazione di determinate formule quali la 'banalità del male', o di alcune frasi estrapolate dal loro contesto". Ma le monografie che sono uscite ultimamente da noi sul suo pensiero (oltre al libro della Forti, quelli di Laura Boella, di Marina Cedronio, di Paolo Flores d' Arcais, di Augusto Illuminati) dimostrano che l'eredità di Hannah Arendt è complessa e problematica e dà luogo a letture molto diverse1• È anche giusto che sia così visto che, come ha scritto Alessandro Dal Lago, "si tratta del raro caso di un pensiero libertario ma ostile aimiti della liberazione, di una concezione iper-politica di esistenza che non si identifica in alcuna forma costituita di potere, di una teoria dell'interpretazione della tradizione che non nasconde mai il fallimento di un'intera tradizione di pensiero". Credo che soprattutto si debba sottolineare la forte tensione tra i "caratteri originari e genuini dell'agire p9litico: una sorta di definizione ideale del Politico, che funge da criterio per giudicare il tasso di autenticità delle azioni reali della politica" (come ha scritto Franco Volpi) e qualsiasi architettura istituzionale, anche quella dello stato liberaldemocratico. Proviamo a segnalare brevemente alcuni elementi di questa tensione prendendo il testo dei frammenti degli anni Cinquanta ora tradotti (Comunità 1995, a cura di U. Ludz) sotto il titolo Che cos'è la politica? Si tratta di riflessioni per una introduzione alla politica, richiesta dall'editore Piper, che non fu mai portata a termine: pagine molto chiare e significative per seguire l'orientamento del pensiero arendtiano dopo l'opera sulle origini del totalitarismo. La politica ha ancora un senso? La domanda è suscitata legittimamente dalle sciagure che la politica ha già provocato nel nostro secolo: 1) "l'esperienza dei regimi totalitari, che pretendevano di politicizzare appunto totalmente l'intera esistenza degli uomini; col risultato che lì la libertà HannahArendt.FotoJerryBauer/ G. Neri cessa di esistere" (pp. 21-22); 2) la bomba atomica e l'enorme sviluppo dei mezzi di distruzione monopolizzati dagli stati: "qui il politico minaccia proprio ciò che nell'opinione dell'età moderna costituisce la sua ragione d'essere: la possibilità di vita in quanto tale, e per di più dell'umanità intera" (p. 23). Se la politica produce il Leviatano totalitario e il Leviatano atomico la diffidenza verso la politica è più che giustificata. Ma quale politica? Una comprensione teorica della vera natura della politica è ostacolata da tutte le categorie politiche in cui siamo abituati a pensare e soprattutto: a) "la categoria del fine e del mezzo, che considera il politico nell'ottica di un fine supremo ad esso estraneo"; b) "l'idea che la sostanza del politico sia la violenza"; c) "la convinzione che il dominio sia il concetto centrale della teoria politica" (p. 62). In effetti il politico come eteronomia, rapporto verticale di dominio e di coercizione, corrisponde a come la politica si è storicamente strutturata, rimuovendo i suoi inizi, che sono il tesoro perduto che a tratti riappare, ridiventa evento. Si è molto discusso sull' arendtiana "utopia della polis" (non tanto nel senso di

6 SU ARENDT/ PIANCIOLA un richiamo nostalgico a un passato irrecuperabile quanto, ha precisato Pier Paolo Portinaro che propose quella formula, nel senso di una idealizzazione della polis come modello di un potere puramente orizzontale fondato sull'interazione discorsiva tra eguali). In Che cos'è la politica? Hannah Arendt afferma che per i greci "il senso del politico è che gli uomini comunichino in libertà, al di là di violenza, coercizione e dominio, come eguali che soltanto in situazioni di emergenza, e cioè in tempo di guerra, comandavano e obbedivano, ma che altrimenti regolavano ogni faccenda attraverso il dialogo e la reciproca persuasione. Il politico, nel senso greco, è dunque incentrato sulla libertà; una libertà in senso negativo come non-essere-dominati e non-dominare e, in positivo, come uno spazio che può essere creato solo da molti e nel quale ognuno si muove tra suoi pari" (p. 30). Fondamentalmente politica e libertà sono identiche, e ovunque manchi la libertà di iniziare qualcosa di nuovo, di comunicare con i molti e di esperire quella pluralità complessiva che è il mondo, non esiste neppure uno spazio propriamente politico. La politica-libertà corrisponde alla pluralità umana: "La politica si fonda sul dato di fatto della pluralità degli uomini. Dio ha creato l'Uomo, gli uomini sono un prodotto umano, terreno ..."; filosofie e teologie si preoccupano dell'Uomo mentre "la politica tratta della convivenza e comunanza dei diversi"; "la politica nasce tra gli uomini, dunque decisamente al difuori dell'Uomo ... La politica nasce nell'infra, e si afferma come relazione" (pp. 5 e 7). La difesa della pluralità è il motivo più profondo, il filo conduttore della ricerca arendtiana. "Quello che mi interessa maggiormente sono le varie modalità della pluralità umana, e le istituzioni che vi corrispondono", scriveva nel 1959. Il carattere di idealizzazione consapevole del procedimento arendtiano si vede bene anche nel!' esame del lascito dei romani. Sa benissimo che, dal punto di vista degli sconfitti, l'imperialismo romano era "rubare, massacrare e rapinare" (cfr. p. 95) ma le sue considerazioni sono opposte a quelle della requisitoria pubblicata da Simone Weil nel 1940 su "Hitler e la politica estera dell'antica Roma". La matrice originaria dell'esperienza politica romana fu la trasformazione della guerra da ostilità assoluta e distruzione totale, come era nell'archetipo della distruzione di Troia, a strumento per il guadagno di una nuova sfera politica fondata sul contratto. I discendenti di Troia stringono un patto con gli italici vinti: "la lex romana, a differenza e persino in contrasto con l'idea greca di nomos, significa di fatto 'vincolo duraturo' e poi ben presto contratto, sia nel diritto pubblico che in quello privato. La legge è dunque qualcosa che unisce gli uomini, e si realizza non per un'azione violenta o per imposizione ma attraverso accordi e intese reciproche" (p. 86), consenso, accordo tra i contraenti. Sono concetti che vengono ripresi e rielaborati nel saggio Sulla rivoluzione (Comunità 1983) dove si sforza di separare non solo il sociale dal politico, ma anche l'aspetto della violenza rivoluzionaria da quello della comune deliberazione e dei reciproci impegni, "in netta contrapposizione con le vecchie nozioni ancor oggi diffuse sulla violenza che detta legge, necessaria per qualsiasi fondazione e quindi, si suppone, inevitabile in tutte le rivoluzioni" (p. 246). Preparando il corso del 1959 a Princeton, scriveva a Jaspers: "elettrizzante e grandioso: la rivo I uzione americana, la fondazione della repubblica, la costituzione" (lettera del 16. 11. 58). Il chiodo su cui batte e ribatte fino al saggio fondamentale Sulla violenza del 1970 è la disgiunzione tra potere e violenza: "vincolare e promettere, combinarsi e pattuire sono i mezzi coi quali si mantiene vivo il potere". Le rivoluzioni segnano la riapparizione della libertà autentica, come potere orizzontale di iniziare in comune, tra eguali, qualcosa di nuovo. Ma queste rivoluzioni, che ali 'inizio hanno dato luogo a organi popolari di autogoverno, dalle "repubbliche elementari" di cui parlava Jefferson ai consigli delle rivoluzioni del Novecento, non sono riuscite a tradursi in forme stabili di autogoverno. La nostra storia ha per lo più rimosso l'originario significato della polis e della civitas e l'ambito del politico è divenuto mezzoper fini estranei, dominio dei governanti sui governati, violenza. Fino allo stato totalitario che elimina lo spazio pubblico, l'infra tra la pluralità dei parlanti-agenti, e produce, attraverso la pseudopoliticizzazione totale, un deserto impolitico. Il deserto cresce, aveva profetizzato Nietzsche, che pure portava molta sabbia sotto le sue suole filosofiche. Deserto e oasi sono importanti metafore di Che cos'è la politica?. L'isolamento dell'artista, la solitudine del filosofo, la "relazione priva di mondo tra uomo e uomo che si ha nell'amore, e talvolta nell'amicizia" sono oasi corroboranti ma "quello che è andato storto è la politica, e cioè noi, in quanto esistiamo al plurale", e c'è il pericolo che, grazie alle oasi, ci riconciliamo con il deserto, rovinando anche le oasi. Da Platone alla società di massa La riduzione della politica a mezzo-per inizia con Platone che vede la politica in funzione della libertà dell'Accademia. "È in quel contesto che ci viene detto per la prima volta che la politica è una cosa necessaria, che il politico nel suo complesso non è che un mezzo per ottenere un fine superiore, estrinseco"(p. 43). Il libero dialogo tra pari si chiude nell'Accademia, contro l'agorà, da distruggere e dominare, eventualmente attraverso il filosofo-re. La vita activa è pensata in funzione della vita contemplativa. Hannah Arendt non vuole evidenziare nessuna connessione tra Platone e Hitler o Stalin, come aveva suggerito Popper nel 1945, ma "questa filosofia occidentale non ha mai avuto un concetto puro del politico, né poteva averne uno, poiché per forza di cose parlava dell'Uomo, e solo incidentalmente trattava della pluralità" (lettera a Jaspers, 4. 3. 51). La vicenda dello svilimento della dimensione politica a strumentalità continua con la Chiesa medievale: la politica come mezzo per ottenere un fine superiore di natura spirituale, la politica come onere per i governanti di occuparsi dell' assetto indispensabile per conservare l'esistenza e proteggere lo spazio religioso. Con l'età moderna "la sfera religiosa ricadde nello spazio del privato, mentre la sfera della vita e delle sue necessità, che nell'antichità come nel Medioevo era stata considerata la sfera privata par excellence, acquistò una nuova dignità e si affermò nella sfera pubblica come società" (p. 51). La sfera politica diventa funzione della società civile, della proprietà, del lavoro e del consumo; nella terminologia di Vita activa (Bompiani 1989), l'azione in funzione delle necessità dell'animai laborans. In questo processo la violenza si concentra nello Stato, con effetti emancipativi e insieme negativi. L'età moderna "di fatto è riuscita in pratica a escludere il fattore violento e il dominio diretto di un uomo su un altro dalla sempre più vasta sfera della vita sociale. L'emancipazione delle classi lavoratrici e delle donne, le due categorie che in tutta la storia premoderna erano soggette alla violenza, segna con la massima evidenza il punto culminante di tale sviluppo" (p. 58). Emancipazione significa: soggetti giuridicamente protetti dall'eguaglianza e dall'appartenenza alla cittadinanza (come scrive in Vita activa, "la vera svolta nella storia del lavoro fu l'abolizione del censo come condizione del diritto di voto", p. 160). Proprio "per poter vivere la vita quotidiana senza violenza è stata rafforzata la violenza del pubblico potere, dello stato, che si pensava di riuscire a dominare perché era stata definita espressamente come mero mezzo al servizio della vita sociale, del libero sviluppo delle forze produttive" (p. 59). Hannah Arendt polemizza contro la

considerazione materialistica della storia, ma deve molto alla storia della separazione e contrapposizione tra stato e società civile tracciata dal giovane Marx. Il bersaglio principale è comunque la società di massa contemporanea con la subordinazione di ogni sfera agli imperativi del circolo vizioso di produzione e consumo. Ne discende la denuncia dei limiti dello stato contemporaneo, anche del migliore: "Quello che per noi oggi è un governo costituzionale, sia esso di natura monarchica o repubblicana, in fondo è un governo limitato nella sua autorità e nell'uso della violenza, un governo controllato dai governati. È indubbio che limitazione e controllo avvengono in nome della libertà, sia della società che dell'individuo; si tratta di arginare per quanto è possibile e necessario lo spazio statale del governare al fine di rendere attuabile la libertà al di fuori di esso. Dunque non si tratta, o almeno non principalmente, di dare la possibilità di essere liberi di agire e di essere politicamente attivi; le due cose rimangono prerogativa dei governi e dei politici di professione, che si propongono al popolo come suoi rappresentanti attraverso il sistema dei partiti, allo scopo di difendere i suoi interessi all'interno dello stato e se necessario contro di esso" (p. 53). I rappresentanti si sostituiscono ai rappresentati, soltanto simbolicamente attivi. Un potere nonviolento e orizzontale C'è dunque in Hannah Arendt l'idea di un "potere puro", di un potere nonviolento e orizzontale che non si riduce a nostalgia della polis, come ha messo bene in luce Paul Ricoeur, perché è qualcosa insieme di dimentic_atoe di attuale, perché è ciò che costituisce il proprio dell'azione, "la forza dell'essere-insieme che siamo senza vederlo", dice Ricoeur: si tratta di un potere non gerarchico (all'inverso del dominio) e non strumentale (all'inverso della violenza). Potere plurale e fragile ma virtualmente sempre presente e storicamente, a tratti, reale. Come renderlo durevole e attraverso quali istituzioni? Come non scadere nella strumentalità della fabbricazione (dall' action al work)? Come evitare che la politica diventi mezzaper? Questi sono i problemi che si pone Hannah Arendt, intrecciando in modo suggestivo istanze liberali, democratiche e libertarie. Non credo che si possano trarre da Hannah Arendt indicazioni politiche immediate. È giusto, inoltre, sottolineare "la fragilità costitutiva della politica, così come la Arendt la intende. Tale nozione, infatti, si addice per lo più al momento inaugurale della fondazione. Se l'azione politica non può essere piegata a nessun altro fine che a quello del proprio compimento plurale e discorsivo, e se la sua caratteristica è quella di 'dare inizio al nuovo' si capisce quanto ristrette siano le condizioni di possibilità di uno spazio politico autentico" (S. Forti, p. 270). Rimane, più di quanto Hannah volesse concedere, il valore di criterio ideale della sua idea di potere puro, orizzontale, comunicativo, nonviolento, contro la politica pensata come guerra , come dominio o come amministrazione dall'alto. In una tempestiva recensione a Vita activa comparsa su "Tempo presente" (ill, 1958, nn. 9-1 O), Nicola Chiaromonte, che accostava Hannah Arendt a Simone Weil e ad Andrea Caffi, indicava la funzione del filosofo-anche se laArendtdiceva di non appartenere alla cerchia dei filosofi - nello "scuotere le menti dal torpore delle idee morte, illuminare i problemi e acuirne il senso piuttosto che 'risolverli"'. Pensare da sé Denken ohne Gelander, pensare senza ringhiere, senza sponde. È la metafora che Hannah conservava per sé, una metafora personale. "Se si va su e giù per le scale, si è sempre trattenuti dalla balaustrata, così non si può cadere. Ma noi abbiamo perduto la balaustrata. Questo mi son detta. Ed è quello che cerco di fare". SUARENDT/ PIANCIOLA 7 Pensare da sé (il Selbstdenken di Lessing che elogiava ad Amburgo nel 1959, su cui ha scritto alcune belle pagine Lea Ritter Santini nell'introduzione a Ilfuturo alle spalle), pensare contro gli idoli del proprio tempo. Rifiutare l'allineamento (terribile esperienza del 1933: "anche gli amici si allineavano. Il problema, il problema personale, non era tanto quello che facevano i nemici, ma quello che facevano gli amici"). Ed è proprio quello che ci attrae inHannah Arendt anche quando non siamo d'accordo con quello che dice. Forse perché oggi siamo un po' tutti nella situazione di dover pensare senza parapetti e ringhiere, gli esempi di coraggio intellettuale sono di aiuto. Le "azzardate inversioni di idee o interpretazioni accettate di cui l'autonomia del suo Selbstdenken voleva esaminare il valore anche a costo di nuove dolorose esperienze" (L. Ritter Santini) si dimostrarono clamorosamente nelle aspre polemiche - anche da parte di vecchi amici come Hans Jonas - seguite al suo reportage sul processo Eichmann (su cui il carteggio con Mary McCarthy fornisce ulteriori elementi). Urtarono alcune tesi specifiche (la terribile "normalità" di Eichmann; la corresponsabilità dei Judenriiter nella deportazione; la su~posta copertura da parte di Ben Gurion di ex nazisti nel governo Adenauer in cambio di aiuti economici a Israele; l'insufficienza delle categorie giuridiche adoperate nel processo). Soprattutto furono sentiti come insopportabili il tono distaccato e ironico spesso presente in Eichmann a Gerusalemme e la pretesa di giudicare senza guardare in faccia nessuno. Ancora nel 1979Walter Laqueur scriveva su "Encounter": "L'Olocausto è un argomento che bisogna accostare in umiltà; quali che siano state le qualità di SAGADIEGILL kD$ P~1~.,-l,K,,1,,.._,, JensPeterJacobsen IL MONCO NIELSLYHNE pp. 112· L. 16.000 pp.264· L. 24.000 Spedizionivichin- Il romanzocheSteghe, duellie regni fanZweigdefinivail conquistati, la ricer- Werther dellasuagecadi principessera- nerazione cheha pite,tappetivolanti, affascinatoper devestimagiche:storia cennilettorie scrite fiabasisovrappon- toridi tuttaEuropa, gonoin quest'antica tra i qualiThomas I!•! 11.JIOIHA sagaislandesesospe- Manne Rilke. In safraepopeaemito. ]itilt11PRI.-\ nuovatraduzione. KnutHamsun 1 ira (;m111t~~"1 LarsGustafsson SOTTO LASTELLA SOTTOLA STORIA STORIA D'AUTUNNO STELLA CONCANE CONCANE D'AUTUNNO pp.264•Lire26.000 pp. 168· L. 20.000 Costruitacomeun PremioNobel nel ., giallo,conlasuspen1920,KnutHamsun sebrillantemente teapreconquestoro- nuta, la riflessione manzo,primaparte moraledi Gustafsdellacosìdetta"tri- sonsullanostracivillogiadelviandante", tà diventain questo lafasepiùstruggente ultimoromanzoun e riflessivadellasua JTT1{t11.l'.\ potente,intrigante parabolacreativa. thrilleresistenziale. Via Palestro, 22 - 20121 Milano - Tel. (02) 781458 Fax (02) 798919

8 SU ARENDT/ PIANCIOLA Mrs. Arendt, l'umiltà non ne fa parte. 'Non giudicare e non sarai giudicato', ma Hannah Arendt adorava giudicare e non si sentiva mai così bene quanto nel ruolo di magister humanitatis che ricorre a un pathos morale"2 . Ma ciò che premeva di più alla Arendt era di non annegare nella "salsa dell'universale" le responsabilità individuali. Su questo punto l'appendice a La banalità del male su Le polemiche sul caso Eichmann (Feltrinelli, rist. 1995) è molto chiara: "Tra questi schemi che 'spiegano' tutto senza spiegare nulla troviamo idee come quella della 'mentalità del ghetto' degli ebrei europei, o l'idea di una 'colpa collettiva' del popolo tedesco, derivata da un'interpretazione ad hoc della storia tedesca, o quella non meno assurda di una specie d' 'innocenza collettiva' del popolo ebraico. Tutti questi clichés hanno una cosa in comune: rendono superfluo ogni giudizio e possono essere adoperati senza alcun rischio" (p. 298). In secondo luogo era in gioco il tema centrale del rapporto tra verità di fatto e politica, sul quale - come suggerisce Vincenzo Sorrentino - è utile una rilettura incrociata dei saggi La menzagna in politica. Riflessioni sui Pentagon Papers (in Politica e menzagna, SugarCol 985) e Verità epolitica (Bollati Boringhieri 1995). Da un lato la polemica è condotta contro le giustificazioni basate sulla necessità, che derivano dalle filosofie della storia, dall'altro contro la manipolazione interessata dei fatti, che deriva dalla strumentalità pseudopo litica, dall'ideologia, dalla preoccupazione per l'immagine nell'epoca dei mass media. "La funzione politica del narratore (...) è di insegnare ad accettare le cose così come sono. Da questa accettazione, che può essere chiamata sincerità, deriva la facoltà del giudizio (...)" (p. 75). È indubbio che la Arendt "sentiva di avere la responsabilità di dire ciò che altri non dicevano, e che il tono usato per dirlo tradisce la sua collera per questa reticenza" (Young-Bruehl, p. 394). In Hannah Arendt troviamo spesso questa convinzione e questo tono: sionista, era in rotta con quella corrente del sionismo che aveva alimentato il nazionalismo israeliano; ammiratrice delle libertà americane e critica del totalitarismo sovietico, era ostile agli ideologi della guerra fredda ("Non c'era bisogno di dati, né di informazioni; c'era una 'teoria', e tutti i dati che non le si adattavano erano negati o ignorati" 3 ); simpatizzante dei movimenti studenteschi, denunciava implacabilmente la "retorica dei nuovi militanti" e il suo "miscuglio eterogeneo di avanzi del marxismo" (ivi, p. 181), insieme alle varie forme di politically correctness. I don't fit, non rientro negli schemi, disse una volta. Anche quando è più sistematica i suoi sono sempre "esercizi di pensiero", e non a caso amava citare il detto del poeta della Resistenza René Char: Notre héritage n'est précedé d'aucun testament. Note I) Laura Boella, Hannah Arendt. Agire politicamente. Pensare politicamente, Feltrinelli 1995; Marina Cedronio, La democrazia in pericolo. Politica e storia nel pensiero di Hannah Arendt, Il Mulino 1994; Paolo Flores d' Arcais, Hannah Arendt. Esistenza e libertà, Donzelli 1995; Simona Forti, Vita della mente e tempo della polis. Hannah Arendt tra filosofia e politica, Franco Angeli 1994; Augusto Illuminati, Esercizi politici. Quattro sguardi su Hannah Arendt, manifestolibri 1994. Indico altri scritti che richiamo in seguito: i saggi di A. Dal Lago e di P. P. Portinaro in R. Esposito (a cura di), La pluralità irrapresentabile. Il pensiero politico di Hannah Arendt, QuattroVenti 1987; P. Ricoeur, Pouvoir et violence, in Lectures I, Seui! 1991. 2) W. Laqueur, Re-reading Hannah Arendt, "Encounter", marzo 1979, cit. in S. Cou1tine-Denamy, Hannah Arendt, Belfond 1994, p. 115. La biografia intellettuale di Cou1tine Denamy è un'utile integrazione di quella, indispensabile, di E. Young-Bruehl (Bollati Boringhieri 1990). 3) Politica e menzogna cit., p. 115. Hannah Arendt • Mary McCarthy QUATTROLETTERE SULCASOEICHMANN A cura di Caro!Brightman traduzione di Amineh Pakravan Papi La relazione fatta da Arendt del processo ad Adolf Eichmann per il suo ruolo nella "soluzione finale della questione ebraica" apparve in una serie di articoli in "The New Yorker" (febbraio 16, 23, marzo 2, 9, 16, 1963). Dopo la pubblicazione del libro, Arendt si trovò al centro di una bufera di polemiche riguardo ad argomenti che aveva appena sfiorato nel suo testo, il quale era basato sulle trascrizioni del processo e non si configurava come un'inchiesta sul massacro degli ebrei europei. Al primo posto, tra questi argomenti, era la condotta dei Consigli ebraici i quali, nei primi anni della guerra, avevano aderito alla richiesta dei nazisti di censire le loro comunità, facilitando così la loro conseguente eliminazione. La controversia intorno a questa adesione aveva a lungo covato sotto la superficie del dibattito sulla storia della "soluzione finale."Eichmann in Jerusalem, con le sue brevi ma scottanti testimonianze di collaborazione, pareva porre in dubbio l'onore della leadership ebraica. Questa non era la sua intenzione, sostenne Arendt, in modo privato nelle lettere a McCarthy, pubblicamente in interviste occasionali o lettere ali' editore. Insisteva nel ripetere che i suoi molti critici avevano sostituito una "immagine" assurda delle sue parole alle più limitate ma sgradevoli verità che si sentiva in dovere di riferire. Con la controversia su Eichmann, Arendt dovette affrontare i rischi della vita pubblica, dalla quale si ritirò con un senso di orrore non mitigato dal solito umorismo. Furono profonde la sua gratitudine verso McCarthy per il suo sostegno senza riserve, e la sua simpatia per i problemi che McCarthy incontrò con i critici di The Group. . Arendt a McCarthy 370 Riverside Drive New York 25, N.Y. 20 settembre 1963 ... Perché non ho scritto prima?, Be', la verità è che non mi "sentivo a posto". Heinrich non è stato bene, adesso sta molto meglio, lavora come sempre ecc., ma io sono ancora profondamente preoccupata e molto infelice di dover andare a Chicago. (Ma, per favore, questo resti entre nous. Siamo stati insieme per 28 anni e la vita senza di lui non sarebbe pensabile. Aggiungi a questo le storie su Eichmann che cerco di nascondergli più che posso - e capirai che non sono nell'umore giusto per scrivere. Probabilmente sai che PR I mi si è rivoltato contro in modo feroce (Lionel Abel che, in ogni caso, va in giro, spargendo calunnie sul mio conto e anche di Heiruich) e, generalmente parlando, si può dire che la marmagliaintellettuale e non - è stata mobilitata con successo. Ho appena saputo che la Anti-Defamation League ha inviato una circolare a tutti rabbini perché facciano prediche contro di me i I giorno dell' Anno Nuovo. 2 Ebbene, penso che questo non mi disturberebbe oltremodo se tutto il resto andasse per il verso. Ma preoccupata come sono, non mi fido di me stessa e temo di esplodere. Com'è rischioso dire la verità sul piano dei fatti, senza fronzoli teorici e

accademici3. Devo ammettere che questo lato della vicenda mi diverte, mi ha insegnato qualche lezione sulla verità e sulla politica ... Arendt a McCarthy 370 Riverside Drive, New York 25, N.Y. 20 settembre 1963 ...Dopo aver ricevuto la tua lettera, ho fatto una cosa che non avrei fatto altrimenti. Ho messo giù, per te e Nicola (Chiaromonte, N.d.t.), un certo numero di punti da opporre (alla recensione di Abel)4, seppure non intenda rispondervi per la ragione che ora spiego. Questo è un pezzo che fa parte di una campagna politica; non è critica, e in realtà non riguarda il mio libro. Come la recensione di Musmanno 5 , riguarda un libro che non è mai stato scritto. Il tentativo della gente che conduce la campagna politica è di creare una "immagine" che, alla fine, ricoprirà il vero libro. Non posso farci niente, non solo per le ragioni che tu dici, ma perché un individuo è impotente per definizione, e il potere dei fabbricanti d'immagini è considerevole - denaro, gente a disposizione, tempo, relazioni, ecc. La mia posizione si riassume nel fatto che ho scritto una relazione e che non sono impegnata nella politica, ebraica od altra. Il motivo della mia rottura con PR non ha niente a che fare con il contenuto della recensione di Abel, bensì con la scelta del recensore. Il punto in questione è che a) sapevano che Abel aveva già scritto un pezzo contro di me (una critica negativa di Between Past and Future) e quindi era ostile in partenza e b) hanno dimostrato una straordinaria mancanza di rispetto nei confronti miei e del mio lavoro, scegliendo Abel come recensore. Dwight ha scritto loro una lettera eccellente e furibonda, in merito. Potrei aggiungere che vi sono alcuni punti nella Relazione che sono effettivamente in conflitto con il libro sul totalitarismo, ma Dio sa che Abel non se n'è accorto. I punti sono i seguenti: primo: in Totalitarianism, parlo a lungo dei "buchi dell'oblìo". A pagina 212 del libro su Eichmann dico che "i buchi dell'oblìo non esistono. Niente di ciò che è umano e così perfetto, e vi sono semplicemente troppe persone al mondo perché sia possibile dimenticare. Ci sarà sempre almeno un uomo che sopravviverà e racconterà la storia." Secondo: Se uno legge il libro con attenzione, si accorge che Eichmann era molto meno influenzato dell'ideologia di quanto assumessi nel libro sul totalitarismo. Può darsi che abbia sopravvalutato l'impatto dell'ideologia sull'individuo. Pare nel libro sul totalitarismo, nel capitolo che riguarda l'ideologia ed il terrore, faccio cenno alla strana perdita di contenuto ideologico che avviene nel l'élite del movimento. Il movimento stesso diventa d'importanza primaria; il contenuto dell'antisemitismo (sic) ad esempio, si disperde nella politica di sterminio, perché lo sterminio non sarebbe cessato allorquando non ci fossero rimasti ebrei da uccidere. In altre parole, lo sterminio di per sé è più importante dell'antisemitismo o del razzismo. Terzo, e forse il punto più importante, la stessa frase: "banalità del male" si pone in contrasto con la frase che ho usato nel libro sul totalitarismo, "male radicale". È un argomento troppo difficile da trattare qui, ma è importante. Tu scrivi che uno esita ad arrogarsi il diritto di definire le mie idee. Come la vedo io, non vi sono "idee" in questa relazione, vi sono solo fatti con alcune conclusioni e queste conclusioni appaiono generalmente alla fine di ogni capitolo. L'unica eccezione e l'Epilogo, che è una discussione dell'aspetto legale del caso. In altre parole, la mia tesi sarebbe che tutto il clamore riguarda i fatti, e non teorie o idee.L'ostilità contro di me è ostilità contro una persona che dice la ve1ità sul piano dei fatti, e non contro qualcuno che sostiene idee che sono in conflitto con quelle comuni. Parto di qui il 25 e ilmio indirizzoèQuadrangleClub, University ofChicago. SUARENDT/ARENDT-MCCARTHY9 HannahArendte Mary McCarthy Pergentileconcessionedi BollatiBoringhieri Carissima Hannah, McCarthy ad Arendt Bocca di Magra 24 settembre 1963 la tua lettera mi è appena giunta. Capisco perché tu non abbia voglia di rispondere ad Abel e tutto questo mi turba molto per te e sono preoccupata per Heinrich. Non dici perché non sta bene e vorrei saperlo. L'unica cosa che mi riassicura e che tu abbia ritenuto di poter andare a Chicago (per insegnare). Voglio aiutarti in qualche modo e non solo pi;estandoti orecchio. Che cosa si può fare per questa vicenda Eichmann, che sta assumendo dimensioni di un pogrom? Che tu risponda o meno (e penso che tu lo debba fare da qualche parte, anche se scegli di non rispondere su PR), intendo scrivere qualcosa da pubblicare e da mandarlo ai ragazzi6. Ma sono condannata al silenzio fino al mio ritorno a Parigi, perché nessuno di noi qui ha copia di Eichmann o di The Origins of Totalitarianism. Nicola ha scritto una lettera a Lione!, o meglio, nel corso di una lettera (sono amici di vecchia data, e mi spiego la continuità della loro amicizia solo con la lealtà e l'ostinazione di Nicola) gli ha detto che giudicava sbagliato il suo attacco nei tuoi confronti. Molto energicamente, secondo Miriam. Nicola è del parere che le questioni sollevate dal tuo libro dovrebbero essere discusse. Non i punti che Lione! è riuscito a "guadagnarsi" nel dibattito, ma le implicazioni delle tue opinioni riguardo al ruolo dei Consigli Ebraici - vale a dire ciò che esse implicano in modo generale sulle organizzazioni nella società moderna. Vorrebbe anche sapere perché tu pensi che i programmi anti-semiti (sic) dei nazisti siano falliti in Danimarca, Bulgaria, e Italia-e questo a prescindere dalla presenza o assenza dei Consigli Ebraici e dai fatti puri e semplici, come tu li presenti. Si può trovare un denominatore comune per spiegarlo? Perché se esiste un denominatore comune, l'umanità lo dovrebbe coltivare e salvaguardare per emergenze future. Oppure non esiste una cosa simile? È stata per così dire una casualità - qui, il coraggio di sovrano, là, la tolleranza naturale e il realismo umano di una gente antica (gli italiani), ecc.? E vorrebbe vede1tisviluppare la nozione basi lare di un Eichmann uomo

10 SUARENDT/ARENDT-MCCARTHY qualunque. Che cosa significa questo? Che cosa, se non l'affermazione ingenua che "esiste un piccolo Eichmann in ciascuno di noi", e poi? Lui pensa di concordare con ciò che dici, però non è sicuro di aver capito. Certo, forse è piuttosto irrealista l'idea di sostenere una tale discussione nel clima creato da Lione( e da migliaia di rabbini predicanti. Ma forse, una tale discussione, portata in modo riflessivo, sarebbe necessaria e anche l'unica risposta a ciò che chiami la mobilitazione della marmaglia. (Per qualche ragione, io rifuggo dallo serivere la parola "marmaglia", probabi Imente per una sorta di eccessivo pudore o forse perché ha un suono stridulo, come la marmaglia stessa). Sto pensando all'Apologia di Socrate. Carissima Mary, Arendt a McCarthy The University of Chicago Chicago 37. Illinois Committee on Socia! Thought 3 ottobre 1963 spero che abbia ricevuto la mia seconda lettera nel frattempo. Come ho già detto, sono dispiaciuta per quella prima lettera che ti ho scritto. Heinrich sta bene di nuovo e probabilmente mi sono preoccupata troppo. Vorrei rispondere alla tua lettera il più brevemente possibile. Sono convinta di non dover rispondere a singoli critici. Alla fine farò, non una risposta, ma una specie di valutazione di tutta questa strana vicenda. Questo, secondo me, deve essere fatto quando il furore si sarà esaurito e penso che la primavera prossima sia il momento giusto. Ho anche l'intenzione di scrivere un saggio su "verità e politica", che sarà una risposta implicita 7. Se tu fossi qui, capiresti che tutta questa faccenda, tranne poche eccezioni, non ha assolutamente niente a che vedere con la critica o la polemica nel senso normale della parola. È una campagna politica, condotta e guidata in ogni particolare da gruppi di interesse e agenzie governative. Sarebbe stupido da parte mia, ma non da parte di altri, trascurare questo fatto. La critica è rivolta ad una "immagine" e questa immagine è sostituita al libro che ho scritto. Per illustrare ciò che intendo: una cosa analoga è accaduta in risposta al pezzo teatrale di (Rolf, N.d.t.) Hochhuth, The Representative (Il Vicario, N.d.t.), che criticava la politica del Vaticano nei confronti degli ebrei durante la guerra. Il pezzo non è buono, ma il problema sollevato da Hochhuth è molto legittimo: perché il papa non ha mai protestato pubblicamente contro la persecuzione e alla fine l'assassinio in massa degli ebrei? Egli conosceva i dettagli e, per quanto ne so, nessuno ha mai contestato questo fatto. Nel suo tentativo di screditare la questione, l'Osservatore Romano ha scritto quanto segue: "Se la tesi di H. è corretta, allora Hitler, Eichmann e gli SS non erano i responsabili di tutti i crimini, bensì papa Pio." (Ho tradotto dal tedesco). Questo, naturalmente, è una vera sciocchezza, e H. non ha mai detto niente di simile, ma così è stato raggiunto un fine importante: una "immagine" è stata creata per nascondere la vera questione. Ciò che il Vaticano ha tentato di fare, senza riuscirvi del tutto, è stato di sostituire al vero problema una posizione assurda e facile da ribaltare. Perché è certamente indubbio che una presa di posizione pubblica del papa, con o senza la minaccia di scomunica, sarebbe stato un fattore di grande importanza, nella stessa Germania, ma specialmente nei paesi sottoposti alla occupazione nazista. Qualcosa di molto simile è accaduto nel mio caso e, nella mia ultima lettera, ho accennato a diversi argomenti fasulli per i quali vengo lodata o biasimata. Ripeto: la questione della resistenza ebraica sostituisce la questione reale, cioè, che i membri singoli dei consigli ebraici avevano la possibilità di non partecipare. Oppure: "Una difesa di Eichmann" che pare io abbia scritto, sostituisce la questione reale: che tipo di uomo era l'accusato, e fino a che punto il nostro sistema giudiziario è in grado di farsi carico di questi nuovi criminali che non sono criminali normali? Riguardo ai punti sollevati da Nicola: il mio libro è una relazione e, di conseguenza, non rende conto del perché le cose sono accadute come sono accadute. Descrivo i ruoli dei consigli ebraici. Non era la mia intenzione né il mio compito spiegare tutta la vicenda - sia in riferimento alla storia ebraica che alla società moderna in generale. Pure io vorrei sapere perché paesi così diversi coma la Danimarca, l'Italia, la Bulgaria, salvarono i loro ebrei. La mia "nozione basilare" di un Eichmann uomo qualunque non è tanto una nozione, quanto la descrizione fedele di un fenomeno. Sono certo che si possano trarre molte conclusioni da questo fenomeno e la più generale che ho tratto è dichiarata: "la banalità del male." Può darsi che prima o poi abbia voglia di serivere qualcosa al riguardo, e alIora scriverei sulla natura del male, ma sarebbe stato assolutamente sbagliato farlo nell'ambito della relazione. Per inciso, pare che i Rabbini non stiano aderendo alla circolare rivolta loro. E permettimi di dire che la parola "marmaglia" ha probabilmente un significato diverso per me. La uso come termine, e così non ha un suono stridulo per me8. Dalla corrispondenza Arendt-McCarthy raccolta nel volume Between Friends, a cura di Caro! Brightman, Harcourt Brace and Co., New York 1995. Traduzione di Amineh Pakravan Papi, per gentile concessione di Sellerio Editori, Palermo. Note I) "Parti san Review" pubblicò The Aesthetics of Evil: Hannah Arendt on Eichmann and the Jews, nel suo numero di marzo-aprile 1963. In questo articolo, Lione! Abel sostenne che Arendt aveva reso Eichmann esteticamente accettabile e gli ebrei esteticamente ripugnanti. 2) Si tratta si un memorandum agli uffici regionali e ai comitati nazionali, che impegnava il B'nai B'rith (organizzazione di promozione della vita comunitaria ebraica, fondata a New York nel 1843, N.d.t.) a denunciare la descrizione della "partecipazione ebraica alla olocausto nazista" fatta da Arendt. 3) La "verità sul piano dei fatti" si riferisce probabilmente al resoconto dato da Arendt dell'acquiescenza dei Consigli Ebraici all'ordine nazista di registrare i propri membri. Arendt sostenne che la resistenza non avrebbe impedito la politica di sterminio, ma avrebbe potuto rendere difficile la sua esecuzione. 4) Questa replica di quattro pagine a interlinea uno e in tredici punti all'articolo di Lione! Abel in "Partisan Review", è archiviata in "The Mary McCaithy Papers" al Vassar College. 5) Nella sua autorevole critica di Eichmann in Jerusalem, (Man With an Unspoiled Coscience, "The New York Times Book Review", 19 maggio 1963), il giudice Michael Musmanno accusò Arendt di difendere laGestapo e di calunniare le vittime ebraiche. 6) Una confutazione di dodici pagine alla critica di Abel, intitolata The Hue and Cry, "Partisan Review", gennaio-febbraio 1964 (Il grido d'allarme, in M. McCarthy, La scritta sul muro e altri saggi letterari, Mondadori 1973). 7) Truth and Politics (trad. it. Verità e politica , a cura di V. Sorrentino. Bollati Boringhieri 1995) fu pubblicato in "The New Yorker" il 25 febbraiÒ 1967; fu ristampato in Between Past and Future, nell'edizione del 1968. 8) Nella Germania di Weimar, "marmaglia" era un termine dispregiativo che designava persone influenti, particolarmente intellettuali, che si specializzavano in campagne di denigrazione nei confronti di dissidenti politici o culturali, favorendo così l'ascesa del fascismo.

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