FINESECOLO 7 I NOMI, LEIMMAGINI, LECOSE L'INFLUENZA DEIMEDIASULLACULTURA ELADEMOCRAZIAN ITALIA FrancescoCiafaloni Si sono moltiplicate negli ultimi anni le analisi sul sistema dei mezzi di comunicazione e sulla sua influenza sulla società, sulla politica, sul comportamento e sulla personalità individuale. In Italia la discussione è più accesa per il controllo quasi totale della televisione privata da parte di Silvio Berlusconi, che, soprattutto attraverso le sue reti, è riuscito a creare in pochi mesi un raggruppamento politico, poi rivelatosi fragile, che ha vinto le elezioni del 27 marzo del 1994. Ma i terni, i problemi, i criteri, sono più generali. Molte delle possibili degenerazioni del sistema delle comunicazioni che ci colpiscono e sono, per qualche aspetto, di per sé evidenti in Italia, esistono però anche nei paesi centrali del mondo, hanno già prodotto effetti culturali e politici, hanno trovato un'eco alta (e allarmata) nella stessa narrativa per immagini. Si pensi, fatte le debite differenze di livello, a Citizen Kane (Quarto potere) e Network (Quinto potere), rispettivamente sull'impero giornalistico di Hearst e sulla degenerazione politica e criminale della capacità che dirigenti di reti e conduttori hanno di influire sui comportamenti, anche politici, del pubblico. La letteratura internazionale sul problema è sterminata e specifica (almeno da MacLuhan in poi). I testi che ho segnalato e che brevemente riassumo non sono certo i soli usciti in Italia di recente, anche tralasciando le analisi che trattano solo della resistibile ascesa di Silvio Berlusconi (si pensi a Comunicazione e identità di Giuseppe Mantovani e a Essere digitali, di Nicholas Negroponte, su cui c'è stata una recente discussione di Furio Colombo e Luciano Gallino su "La Stampa" e su "Repubblica", o agli inserti di riviste come quelli di "Reset" con scritti anche di Karl Popper). I testi citati sono solo quelli che, a mio avviso, sia pure con una considerevole differenza di valutazione (più ottimistica quella di Ithiel de Sola Pool e Peppino Ortoleva, più pessimistica o critica quella di Alberto Papuzzi e Furio Colombo) forniscono un quadro generale ampio, coerente, da cui si può partire. I testi I testi proposti sono diversi anche nei fini e non solo nelle tesi, anche se si può dire che appartengono a un'area culturale e politica, grosso modo, simile. Mediastoria è uno schema di storia delle comunicazioni di massa soprattutto nell'ultimo secolo e mezzo, in una prospettiva molto ampia, che aspira a essere anche, in quanto la comunicazione è costitutiva delle società di massa, tendenzialmente, un contributo alla storia culturale generale, soprattutto dell'ultimo secolo o, addirittura, un'antropologia storica. Ai capitoli di storia della comunicazione nella società industriale, fondata sullo stretto intreccio tra sviluppo tecnico e successo sociale e di mercato (intreccio e non dipendenza) e a quelli sul caso italiano, con le sue sfasature, seguono capitoli di andamento non cronologico sul cambiamento del senso della morte e del lutto in occidente con il dominio dei media, sullo sviluppo generale dell'economia e della produzione, che rientrano piuttosto nella storia delle mentalità o nell'antropologia storica. Il quadro di Ortoleva è più ottimistico che allarmato; più di adesione che di critica. È vero che, giustamente, si sostiene, come già faceva notare Veblen all'inizio del secolo, che non c'è nessuna virtù assoluta nelle tecnologie vincenti, che spesso non vince la tecnologia migliore, nel senso di più efficiente, più capace di sviluppi, più utile, più adeguata agli esseri umani (per citare Wiener), ma quella che ha successo di mercato in quel momento, e che perciò determina irreversibilmente gli standard e le caratteristiche del sistema. Però alla fine, per usare una vecchia citazione, dio riconosce i suoi. Non sempre ciò che è stato programmato dalle aziende va nel senso da loro voluto. Non sempre ciò che doveva funzionare dall'alto verso il basso resta effettivamente uno strumento di controllo gerarchico (le radio libere, il moltiplicarsi dei mezzi di trasmissione, trasformano la funzione della radio). Gli uomini del resto macinano le tecnologie che usano; la società se ne appropria, al di là delle intenzioni dei poteri politici ed economici e della volontà dei tecnici. È vero che sparisce nel gran mare della comuntcazione il controllo di realtà; che l'opinione pubblica non viene più concepita (sostiene l'autore) come le opinioni presenti, ed espresse, nella società civile, di cui i giornalisti, di tutti i sistemi di comunicazione, si fanno interpreti (che sarebbe la concezione ottocentesca della pubblica opinione) ma appunto questo restituisce a tutti la possibilità di muoversi nel gran mare della comunicazione, di avere idee anche inconsce, che opportuni tecnici possono aiutare a rendere consapevoli. Si potrebbe dire che i media restituiscono alla società la propria globale capacità di pensare, immaginare, sognare. Nel senso di Orto leva si potrebbe dire che Papuzzi (Manuale del giornalista), che del sistema delle comunicazioni ha conosciuto dal]' interno almeno tre aspetti - i giornali ("Gazzetta del popolo" e "Stampa"), le riviste ("L'Indice"), e l'editoria (Einaudi) - può essere contato nel numero degli ottocenteschi. La stampa, alla fine, rispecchia e non può che rispecchiare, l'opinione pubblica. Se non proprio quella espressa e da rappresentare, certo quella che pensa chiaramente e s'ceglie sul mercato consapevolmente, determinando perciò il successo e l'insuccesso delle scelte editoriali e quindi anche le linee editoriali possibili e il tipo di giornale che materialmente può essere fatto. Il manuale, però, proprio perchè corrisponde al nome, per l'abbondanza di particolari sul lavoro del giornalista,è straordinariamente fertile di possibili sviluppi pratici e critici. Il giornalista, il direttore, possono e devono scegliere, nell' ambito delle possibilità che gli si offrono, le tecniche, lo stile, il modo del controllo delle fonti, di rispetto della riservatezza, che gli consentono di dare un quadro, il suo quadro, rispettoso della realtà. Papuzzi (che è stato autore di libri inchiesta di un certo rilievo, da quello su Edgardo Sogno a Portami su quello che canta sui manicomi prima dell'apertura) ci ricorda un suo scritto giovanile in cui sosteneva la necessità di sostituire il criterio della onestà a quello della oggettività, intesa come impersonalità, uso delle fonti ufficiali, senza dichiarare un punto di vista. Il massimo di rispetto della realtà si può ottenere invece proprio dichiarando la propria presenza, i limiti necessari del proprio sguardo e della propria possibilità di riferire, come nel caso della cronica di Indro Montanelli sulla battaglia di Budapest, nel novembre del '56, o in quello di Giulietto Chiesa che racconta fedelmente (con qualche omissione, come vedremo in seguito) il controllo fatto sull'originale della lettera di Togliatti sugli alpini, pubblicata in forma alterata da Andreucci. Apprezzo le puntuali sottolineature di differenza di stile, di uso delle fonti, di costruzione, che riconducono, nel quadro generale naturalmente, quello dell'informazione a un problema di scelte, di
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