6 STORIED'ITALIA MATRIMONIO D'INTERESSI PATERNALISEMDITTATURE OrestePivetta Non dei dossier di Bettino Craxi, non delle telefonate tra Hammamet e l'Italia in cui si dice che "questo qui è uno proprio fidato", di un giudice si tratta, che dovrebbe essere campione di indipendenza; non della atomica di Mururoa, prova di forza del mediocre Chirac e dei suoi affaristi-militari, ma di un matrimonio vorremmo parlare. È un argomento inflazionato, questo è vero. Mi pare che unadellepiùcospicue preoccupazioni della stampa nazionale sia quella di ricostruire l'affidabilità matrimoniale degli italiani, che si sposano, divorziano, convivono, si separano, ma infine sirisposano. Il travaglio è lungo, la conclusione è felice. E soprattutto rassicurante, perché l'ordine è rassicurante. In quel "sì" pronunciato con il sorriso di chi si perde nei cieli alti e sereni della felicità s'ascolta il calmo sciabordio del mare sulla chiglia della barca che attracca al porto della stabilità. Poi, leggetela come volete questa stabilità, ma è difficile negare che stabilizzandosi in quel verso si rivolga la mente per altri versi, in direzione di altri tipi di stabilità, un "metter radici" che pretende che nulla o pochissimo cambi e che il cambiamento sia sommamente lento. Direte che anche i rivoluzionari si sono sposati, ma non c'è nessuno quanto il rivoluzionario che abbia vocazione per la stabilità, che miri con tutti i mezzi a stabilizzare la stabilità, come si mostra in tutti i regimi rivoluzionari di questo mondo, che sono stati e che rimangono in alcuni casi immobili più che stabili. Però, dopo questa premessa, vengo al punto, perché di un matrimonio intanto volevo dire, di un matrimonio di cui si è scritto molto, ma non abbastanza. Aggiungiamo le nostre righe. Mi riferisco al matrimonio televisivo Gori-Parodi, che ha tutte le caratteristiche per rappresentare "il matrimonio ideale". I due, come si sa, sono lui direttore di Canale 5, lei giornalista del Tg5, sono belli, giovani e ricchi, hanno molti amici, sono stati festeggiati da centinaia di amici, i quali hanno potuto ammirare la coppia e una torta nuziale speciale, due "enormi cuori rosa" di zucchero. La televisione nazionale ha tentato varie volte di sondare l'istituzione matrimoniale, verificandone la solidità, come si potrebbe dire, in corpore vili, trascinando cioè davanti alle telecamere i casi umani: feste di nozze, freschi sposi, parenti assatanati di brindisi, ma anche lacerazioni, conflitti, divisioni, tutti protagonisti recitanti e replicanti presunte liti di famiglia, dove il buonismo televisivo (non quello di Veltroni, scusate, ma quello di Berlusconi) mirava a moltiplicare la felicità o almeno a sedare le risse per ricondurre nel solco anche i più intransigenti. Le nozze Gori-Parodi hanno, rispetto alle altre, qualcosa di più: sono una sintesi tra realtà e fiction, sono il mezzo e il messaggio. Pare che sia tutto per amore, così è, ma tutto corrisponde a una strategia televisiva,che il presidente dellaFininvestSilvio Berlusconi ha svelato, accampando per sé il merito della festa e spiegando che questa volta il virtuale è reale. Diceva Berlusconi infatti: "Sono stato io l'artefice di questo matrimonio. Ho voluto io Cristina Parodi al Tg5 e così lei ha incontrato Giorgio Gori. Sono convinto che questo matrimonio funzionerà. Del resto ho molte unioni felici sulla coscienza". Non la sua, ma per insegnare agli altri si deve pure incappare in qualche amara esperienza. Anche con il governo andò così. Solo non vorrei che la bella unione tra il signor e la signora Gori facesse la fine del milione di posti di lavoro promessi dal lider maximo. La coppia Gori non ha colpe se non quella della complicità, che può essere reato assai grave. Vedremo come reagiranno. Per ora tacciono, malgrado la gravità delle affermazioni del presidente, che fin dal primo rigo non smentisce una pericolosa concezione della vita, del matrimonio, delle responsabilità individuali e infine, per quanto ci riguarda, della politica. "Sono io l'artefice di questo matrimonio". Immagino l'ometto che si alza sui tacchi, gonfia il petto, inalbera la preservata chioma e pronuncia la frase fatale, che è poi una frase universale, che viene dopo, in consequenzialità, l'altra, ormai consegnata alla storia: "Lasciateci lavorare". Siamo, anche in sede matrimoniale, nel pieno dei revival, dell'aspirazione dittatoriale e della megalomania patologica di chi vorrebbe, se potesse, farsi insieme Papa e Re, governare le anime e i corpi, sanare il dissidio tra i poteri del cielo e della terra. Rivolgendo gli occhi a quest'ultima, ovvero a un infimo pezzetto della stessa a forma di stivale, se chiedete a qualcuno che cosa sia cambiato, vi risponderà: "Nulla". Pervicacemente rimaniamo avvinti ai quadretti di un'età imprecisata, che si ripete nelle comparse all'infinito, un'età che va ben oltre il 27 marzo 1994 e oltre le sceneggiate di circostanza. Diversi sono gli attori, ma il tono e il "fondo" sono quelli di un paese che nella stragrande maggioranza non vuol cambiare nulla e che per non cambiare nulla s'è persino fidato di Berlusconi, dopo essersi fidato di Mussolini e di Andreotti. Per questo, anche chi vorrebbe reagire, schiacciato dall'immobilità e dalla leggerezza delle minoranze, spera nel matrimonio e nei figli. C'è un grande vuoto nei nostri cuori. Dobbiamo riempirlo. Il vuoto ha trovato un interprete e uno sfruttatore nel venditore di placebo di Arcore e ha misurato il silenzio della cosiddetta sinistra, quella sommersa che è l'unica poi vitale, e quella emersa, dal signor Ripa di Meana che ricatta forte del suo O,... per cento al signor D' Alema, incapace di guardare oltre le schermaglie di schieramento.D'altra parte fa quello che gli hanno insegnato. Si dirà che il centrosinistra mantiene tuttavia la sua forza e che il venditore, continuando a strillare "mi rubano la televisione, mi rubano la televisione", è ormai inviso - si narra - al Polo e avrà i giorni contati. Ma dopo di lui verrà Fini, che è uno che sprizza nostalgia e manganelli da tutti i pori, malgrado l'attitudine alle pratiche cosmetiche. Però siamo da capo, ancora peggio del solito ritornello, e qualcosa, questo girare intorno alla meta, dovrà significare: dovrà significare che al di là degli scadenti interpreti in primo piano, un primo piano che poi fa tutt'uno con la passerella di Costanzo o con il salotto di Rispoli, la corruzione sta sul fondo, corrode e mortifica, chiude gli orizzonti nei personalismi, negli individualismi, negli egoismi, cultura delle apparenze e cultura gattopardesca; che accetta tutto perché nulla cambi (la corsa al centro intrapresa da tutte o quasi le forze politiche non si vince in fondo garantendo l'immobilità?), che invoca capiclan più che leader politici (come i piloti che entrano nel consiglio d'amministrazione dell' Alitalia non per migliorare i voli ma per proteggere e sveltire le carriere). C'è una bella espressione di Hannah Arendt che definisce il padre di famiglia "dittatore" e la famiglia luogo dei conformismi, della routine, di un comportamento protetto dalle forme e dalle consuetudini. Paradosso forse, ma lamafia o la camorra o la P2 sono state e sono famiglie di primordine nella società italiana, ben frequentate peraltro, come potrebbe dimostrare il processo Andreotti. Hanno molto pagato e sono un modello e una difesa contro la politica, non quella di Hannah Arendt, esercizio alto di libertà e di responsabilità, ma quella travolta dalle tangenti, dal qualunquismo della destra e dai vuoti della nostra sinistra. Niente di strano se il venditore di Arcore continua a combinare matrimoni e a mettere in piedi famiglie.
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