74 INBREVE Sebastiano Nata Il dipendente Theoria 1995, pp. 154, Lire 16.000 Non nascondo un accesso iniziale di fastidio. La scrittura di Sebastiano Nata suona, presa di petto, così minimalisticamente manieristica da azzerare l' ascolto. Poi si indovina una traccia; poi si avverte che dietro il trionfo (o l'estremo collasso?) paratattico serpeggia un nodo autentico di balbuzie, un flusso riconoscibile di malessere. Michele Garbo, il personaggio-chedice-io, è un personaggio che sin dalle prime pagine ammicca a una fine ingloriosa, barbara e "ridicola": abbandonato da moglie e figlia, tradito dal!' amante, tradito dal boss che governa inflessibile l'azienda internazionale di carte di credito per cui lavora, tradito dal miraggio della coppia danaropotere, vagola nei vicoli senza scampo di un'interiorità senza luce, vagola per le strade notturne della Roma spietata del sesso, vago la fra un barlume di sentimento e l'altro senza mai posare su nessuno. O forse sì, su uno sì: sulla fiducia che lo lega alla sua automobile, alla sua Audi, ultimo rifugio delle notti insonni, delle notti di pioggia, della notte dell'esistenza. Il Michele Garbo di Sebastiano Nata è innanzitutto un ridicolo eroe: il suo cinismo suscita compassione, la sua ambizione fa sorridere, le sue sfortune sono pateticamente comiche, le sue avventure erotiche al limite del grottesco. Come questo "ridicolo" dia cupi rintocchi dentro la claustrofobica marca periferica di cui Garbo è il mesto valvassore, è l'aspetto riuscito del romanzo. Il progressivo precipitare di Garbo nel nulla morale ha qualcosa della sgraziata comicità di uno spettacolo d'avanspettacolo. Eppure è proprio lì su quella scena di stinta cartapesta che si misura la drammaticità del racconto. Colpisce la solitudine, il vuoto pneumatico in cui Michele Garbo registra con ossessione maniacale il rituale del lavoro, del sesso, della piccola lotta per il potere. Garbo è un uomo che non sa dov'è il suo male, né sa come "soffrirlo". Il dipendente è una storia metropolitana, in cui giungono aromi amari della commedia di costume rivista da un Marco Ferreri. Quel po' di desolazione metafisica che par di cogliere nel mitragliare della frasi si frantuma dentro le schegge del quotidiano. Tutto si fa piccolo, anche la tragedia che pesa sul capo del protagonista: ne consegue un nuovo fastidio che però, questa volta, è la misura di un'operacheforseavrebbe potuto anche essere più imbarazzante di quanto già è. Quella di Michele Garbo è, insomma, ancora la tragedia della piccola borghesia a cui sempre sfugge l'occasione di essere veramente feroce e che, piuttosto di scegliere altre strade, preferisce condannarsi a morte. Alberto Rollo Andrea Coralli Le cose imperfette della vita Scheiwiller 1995, Lirel5.000 Mi ha incuriosito un libriccino pubblicato dalla premiata collana All'insegna del pesce d'oro di Vanni Scheiwiller. Mi ha incuriosito il titolo: Le cose imperfette della vita di Andrea Coralli. Scopro che non si tratta eclusivamente di un libro di poesie e che l'autore nato a Pavia nel 1964 è morto in un incidente nel '93: neanche trent'anni. Il libro raccoglie gli scritti (poesie, prose, appunti) che gli amici di Coralli hanno ritrovato fra carte e file del giovane compagno. Scopro che Andrea Coralli non era estraneo a "Linea d'ombra", che aveva avuto modo di discutere (e confliggere) con Franco Fortini, che scriveva su "Auditorium" articoli sulla musica rock. Leggo in trasparenza delle predilezioni letterarie, Gadda ad esempio. Mi colpisce il titolo di un saggio incompiuto Delle Cose. Esercizi per un' educazione a osservare il quotidiano. Da qui risalgo ai versi e trovo squarci di una sensibilità accesissima, in particolare in quelli, bellissimi, di Un grido: "A volte un grido/ attraversa le strade/ avvolte di fuliggine,/ s'incespica nel fango,/ s'arrampica tra rifiuti,/ e urta carcasse trascurate/ corrose da pudico disgusto;/ giunge alle mie orecchie/ indifferenti e si perde,/ in malcelate oscurità". Si avverte quella allegoresi morale e quella cadenza stilistica che da Clemente Rebora porta a Franco Fortini. È evidente che il già citato poeta di Una volta per sempre aveva lasciato il segno ("Fortini mi ha detto:/ ci arriverete, potete/ stare sicuri che/ ci arriverete.// Se non morirete prima!/ Ci arriveremo: con calma."). Lo si percepisce anche altrove "Ma/ noi, oh sì, poi imperterriti continuiamo/ la critica, anche seppoi non ne capisco il/ plurale." Fra accenni a una condizione intellettuale sentita con generosa insoddisfazione e pariorarni esistenziali in cui si insinuano le rugginose inquietudini di una generazione (quei trentenni orfani di storia che hanno ancora l'eco di un sogno palingenetico nelle orecchie ma scontano le amorfe pianure dell 'omogeneizzazione culturale) si dipana il disegno talora solenne, talora addirittura rabbioso di una interiorità che non cede. C'è una capacità di "vedere" negli scritti di Coralli che davvero sembra presumure una disciplina ali' osservazione, una "educazione" al sentire come quando allude a "una noia tutta borghese/ per quanto è tutto e sempre borghese" o quando sigla l'incombente sordità della coscienza: "La sera ognuno raccoglie i propri pensieri/ e se li porta via fin dentro nei sonni./ Quanto ci rimane non è neanche illusione". Le cose imperfette della vita non è certamente un "libro" perché non è nato come tale, ma, altrettanto certamente, lo può diventare leggendolo. Andrea Coralli non avrebbe perso il modo per far sentire la sua voce. Il fatto che ci giunga, come in una sorta di nastro registrato, da lontano, è un dato di fatto. A. R.
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