Linea d'ombra - anno XIII - n. 108 - ottobre 1995

Finito di rimbalzare, tornai al mio corpo sano, di nuovo disteso sul letto. Era la prima volta che rrti vedevo con gli occhi di un estraneo. Ogni parte di quel rrtio contrario era indipendente dalla rrtia immagine reale, sembrava un riflesso allo specchio e tuttavia non mi imitava, non compiva il benché minimo movimento; perse solo due denti anteriori prima che un filo di sali va gli colasse dagli angoli del la bocca. Non capivo proprio che cosa stesse pensando quell'altro nel letto. Senza rendermene conto ero divenuto un estraneo, come un piccolo big-bang ero volato via più veloce della luce, dritto dritto al di là dei confini del mondo. Provai a toccare il corpo disteso, ma non ebbi la sensazione che si trattasse di un amico o di un amante, né che fosse pietrificato o liquido, non rrtifece proprio nessun effetto. Non potevo scuoterlo, pulirgli la saliva, schiaffeggiarlo. Stando a quella teoria per cui gli uorrtini sono composti di un'anima e di un corpo, noi due sembravamo un corpo che aveva perso l'anima e un'anima a cui mancava il corpo. In aggiunta avevamo troncato ogni rapporto. Le mie spoglie sul letto imputridivano attimo dopo attimo. Qualcuno rrti avrebbe scoperto, sarei stato portato in ospedale dove avrebbero eseguito un'autopsia poi, una volta deterrrtinata la causa del decesso, sarei stato cremato e deposto in un'urna di ceramica. A questo punto che cosa sarebbe accaduto all'anima che aveva perso il suo corpo? Non ci avevo pensato. Muovendomi di qua e di là alla ricerca di qualcuno, rrti resi conto di esserrrti liberato dalla forza di gravità: non avevo più peso. Non avevo ali, eppure riuscivo a volare. Adesso ero composto della stessa materia di quando vivevo nei sogni. Anche ai tempi in cui il mio corpo e la mia anima erano saldamente uniti dalle molecole, anche allora sapevo con esattezza come ero nella dimensione onirica: ero in grado di volare pur senza ali, di oltrepassare i muri, di resuscitare più volte dalla morte. Non rrti era mai capitato prima di svegliarrrti nel mezzo di un sogno, io in quel mondo sono un esiliato. Ma accetterò di buon grado questa totale libertà, e se resterà un pizzico di tristezza ... Mi chiedevo se fosse il caso di lasciarlo volare via, quel rrtio corpo più leggero dell'aria, capace di muoversi più libero del vento; stavo volteggiando in una zona che mi era del tutto ignota, rrti ero perso. In fila con degli uccelli su un cavo elettrico da cui si godeva la vista dell'interno di una camera, mi interrogai sull'essenza della forza di gravità e dei rrtiei pensieri fino a quel momento. Avevo preso un sonnifero, rrti ero applicato al petto e alla schiena degli elettrodi collegati a un timer e rrti ero sdraiato sul letto. Avevo posizionato il timer sulle quattro del pomeriggio. Una volta che la corrente elettrica rrtiavesse attraversato il cuore, sarebbe stata la fine, e invece non era stato così, al contrario la scarica aveva creato un'altra versione di me. La fine aveva coinciso con un inizio e stavo ormai per dimenticare quanto c'era stato subito prima come se, una volta riaperti gli occhi, il sogno fosse inevitabilmente evaporato. Dovevo fare in fretta! Dovevo imprimerlo nella memoria prima che finisse nel dimenticatoio, considerando che di lì a poco sarei sprofondato in una noia eterna. La sera mi mettevo a vagare nel cielo di Tokyo. Che meraviglia le serate limpide, quando si percepisce in tutta la sua chiarezza la vastità di questa città. Fluttuando nell'aria a un'altezza doppia rispetto alla torre di Tokyo, ci si ritrova avvolti dal coro armon ioso dei suoni terrestri, simili a una bruma. Le strade intrecciate fitte fitte a capillari appaiono come una ragnatela lurrtinosa, Ginza e Shinjuku dei portagioie illuminati. Tokyo è davvero un mare di luci edi suoni che fremono ali' unisono con l'ondeggiare dell'aria, STORIE/SHIMADA 69 un enorme essere vivente che pare respirare. Sapevo anche che a Tokyo ci sono quattro grandi buchi: la residenza imperiale, il palazzo imperiale ad Akasaka, il tempio Meiji e i giardini imperiali a Shinjuku. Da quelle parti sono raggruppati tutti gli organismi di controllo della politica e dell'econorrtia del Giappone, il palazzo della dieta, le errtittenti radiotelevisive, la borsa, gli uffici statali, moltissime grandi imprese. Lanciare qui una bomba potente (non occorre niente di costoso come un'atomica), equivarrebbe a sparare alla tempia di un essere umano; e il Giappone si trasformerebbe subito, fin dall'indomani, nell'utopia dell'inferno. Mi irrita non essere in grado di comunicare ai terroristi questo splendido piano di distruzione. Una volta rrti ritrovai in compagnia di un grande stormo di corvi. Essendo dotato di poteri telepatici, riuscii a cogliere la loro conversazione. Certo che scambiare quattro chiacchiere con loro era ... come dire? Ardua impresa! "Quelli del tempio hanno corrtinciato a sconfinare fino a Shinbashi, volano fin là anche se è territorio del palazzo imperiale. Che corvi incontentabili!" "Le nostre minacce hanno avuto effetto: adesso anche i vagabondi del parco di Hibiya ci cedono i resti delle vongole." "Domani andrò a fare i conti con gli addetti alle immondizie di quell'albergo. Gli renderò tre volte tanto le ferite che mi hanno inferto." "Certo che si sta bene nella città Rococò 1 , eh?" Le azioni del gruppo erano programmate in modo molto più organico di quanto credessi. Tutta la loro esistenza era una guerra. A quanto pare c'era qualcuno che si divertiva a ucciderli a fucilate e per questo stavano escogitando una lugubre vendetta: approf ittando del buio della notte, avevano in mente di lasciar cadere sui maniaci del fucile una pioggia di pietre, per poi accecarli ad un occhio con il becco, in un assalto di gruppo. I corvi non si accorsero della mia presenza, non mi considerarono neppure un estraneo. Trascorrevano un'esistenza da corvi e io che invece non avevo una vita· mia rrti ritrovai a provare solo invidia. Il rapporto tra me e il mondo era a senso unico. Mormoravo ogni tanto qualcosa tra me e me, lasciando che tutto andasse per il proprio verso. Lo spazio ormai non esisteva più, il mondo era finito, c'ero rimasto solo io. Gli uorrtini, gli oggetti, il cielo, la terra, il mare, i monti, i fiumi, il vento, l'aria e la forza di gravità non avevano più nessun rapporto con me. Solo il tempo scorreva, invano. Tutte le altre attività del mondo erano finite al di là del mio sogno e non erano più tornate. Sono certo che anche la vita nel deserto sia così: si instaura un triplice rapporto tra vento, sabbia e sole, gli esseri umani sono del tutto superflui. Se mi trovassi lì, rrticonsidererei alla stregua di un ciottolo, di un granello di sabbia, di uno scorpione. Già, non sarei altro che parte del deserto, quindi "io" non esisto. Se viceversa fosse il deserto ad essere una parte di me, esso non esisterebbe. Ci sarei solo io, in compenso, ma privo di forma. Una volta provai a guardarrrti allo specchio: vi trovai riflesso tutto quanto si apriva davanti, la stanza identica a se stessa ma al contrario, solo iomancavo. Nonostante fossi in grado di distinguire con chiarezza quanto vi era riflesso, lo specchio mi aveva dimenticato. Non si vedevano neppure i miei occhi che lo stavano fissando. Avvertivo il rrtio corpo. Potevo stringere i pugni, aprire le mani, fregarle l'una contro l'altra, batterle. Potevo anche impostare

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