68 DALGIAPPONE/ SHIMADA Hai parlato di esilio. Quando viaggi ti consideri in esilio, e anche molti dei tuoi personaggi si spiegano in questo senso. Penso ad esempio al ragazzo "esiliato" a Parigi nel racconto Il discepolo. L'esilio per me non coincide con l'allontanamento coatto dal proprio paese, è anzi un momento positivo sebbene terribile. È la spinta in avanti per abbattere i muri, il muro eretto dalla società, il muro che divide l'Oriente dall'Occidente, l'imponente muro di mare che taglia fuori il Giappone dal resto del mondo. Chi supera i muri è come se andasse in esilio, anche se al di là è destinato a trovare il baratro. È in questo senso che si spiega il tuo frenetico viaggiare? Sì, il viaggio per me non è una fuga bensì una ricerca, ricerca di altri infiniti muri che mi si parano davanti. Nel superarli, voglio comprendere le differenze culturali, tanto più in quei punti strani e inquietanti che sono i confini, là dove una cultura muta radicalmente in un'altra. Forse perché il Giappone di confini non ne ha, a parte il mare. lo cerco di scoprirmi un giapponese diverso, viaggiando. E così anche i miei personaggi; se pensiamo all'io di Mi farò mummia per esempio, lo vediamo intraprendere due viaggi paralleli: quello verso il luogo prescelto per il suicidio e quello verso l'altro mondo (così del resto fa pure l'io di Le orecchie del cielo). Alla fine, per assurdo, si ritrova in un luogo del tutto simile al Giappone: un capanno abbandonato circondato da una palude. Infine il suo è anche un viaggio dentro se stesso, fino a trovare la luce. Collocheresti le tue opere in un determinato genere letterario? A me interessa scrivere romanzi e sono convinto che debbano contenere in sé vari generi: confessione, romance, satira, perfino principi di anatomia. Nel caso specifico del Giappone, la definizione di romanzo deriva dalla letteratura naturalista introdotta dall'Europa nel XIX secolo, poi passata al filtro delle circostanze particolari del mio paese in quel periodo e trasformatasi in autobiografia (si riferisce al genere dello shishosetsu, o "romanzo dell'io"). lo non ho mai scritto nulla che possa rientrare in questa categoria, anzi lotto contro il muro della tradizione letteraria giapponese che ha imposto questo genere. Mi rifaccio piuttosto a una divisione in tre generi, secondo la quale si può scrivere alla Dante, alla Petrarca o alla Boccaccio. Ebbene secondo me non è possibile articolare un'opera senza la potenza costruttiva e l'astrazione di Dante, non è possibile renderla degna di interesse senza il lirismo e la musicalità di Petrarca, mentre per lo stile potenzialmente tenderei al Boccaccio. A proposito degli autori classici italiani, come mai tanto Dante nelle tue opere? Intanto perché Dante nella Commedia è il viaggiatore per eccellenza. Poi perché amo servirmi nelle mie opere dell'allegoria proprio nel senso in cui la intendeva Dante, uno spazio dove i corpi non sono più tali, la filosofia non è più astrazione della storia ma al contrario serve a rendere irreale la storia stessa. Un richiamo all'irrealtà, che per te diventa un ricorso ali' elemento fantastico o meglio a un mondo iper-reale. Nelle mie storie ci sono sempre due mondi, quello reale dominato dal bianco e nero, e quello del sogno, dell'allucinazione visiva dove i colori esplodono, dove le immagini si susseguono rapidissime, luminose. Sono questi mondi "altri" che voglio aprire al lettore. In che rapporto sei con i tuoi contemporanei, i giovani scrittori giapponesi che tanto stanno avendo successo anche in Italia? Con qualcuno di amicizia. Per il resto non è assolutamente possibile parlare di rapporto, perché questo equivarrebbe a riconoscere una serialità nella nostra produzione letteraria. Mi rendo conto comunque che a chi si avvicina al mondo letterario giapponesedall' esterno, possa sembrare che esistano delle costanti, degli elementi in comune tra noi autori; ma qui siamo di fronte solo a un tentativo arbitrario di mettere a fuoco certe categorie del Giappone stesso, nient'altro. Perché è nata in te l'esigenza di rappresentare in teatro alcune tue opere? Perché anche in teatro la dimensione è definita da muri al cui interno si muovono delle imitazioni di realtà. Per fare teatro sono necessari un regista, la musica e la scenografia: è per riassumere questi tre settori che mi sono cimentato nel teatro. Dici di opporti al "romanzo del!' io", eppure i quattro racconti compresi in Mi farò mummia giocano proprio intorno all'uso della prima persona, a un io prevalente e individualista che vive in un mondo immaginario da sé creato, che addirittura plasma il proprio corpo, smembrandolo e ricreandolo di continuo. L'"io" è per me sempre un oggetto contrastato che si crea in ogni relazione sociale. Lo intendo come mezzo per determinare il proprio prezzo nei rapporti di scambio con la gente, la lingua, la società e la storia. Il personaggio in sé tuttavia non ha essenza, l'"io" non lo considero affatto né unico né insostituibile. E neppure un autore lo è. LEORECCHIEDELCIELO traduzione di Roberta Novielli Avevo appena sentito un tonfo al la testa quando il letto sui cui stavo disteso si mise a roteare, con il cuscino che fungeva da perno. Mi aggrappai con forza alle lenzuola con entrambe le mani per non cadere, ma il letto girava sempre più rapido, tanto da darmi la sensazione che i miei organi interni si stessero staccando. Stavo forse producendo burro? C'era qualcuno che di proposito stava facendo roteare il mio letto? E sì che non era un modello girevole. Alla fine riuscii in qualche modo a svegliarmi e mi accertai che accanto a me non ci fosse nessuno, ma il mio corpo si era ormai allungato e ristretto. I piedi, normai mente abbastanza vicini da poterli toccare, si trovavano cento metri oltre. E la testa, di solito di una grandezza tale da riuscire a tenerla fra le mani, si era dilatata come una mongolfiera ed era così calda da non poterla neppure sfiorare. "Che qualcuno mi fermi!" Il mio urlo risuonò come un'eco. Un attimo dopo la mia testa rigonfia schioccò, si trasformò in un vento impetuoso e volò fuori. Mi liberai della forza centrifuga che mi gravava addosso, poi del calore che mi arroventava il capo: divenni leggerissimo. Sembrava che sul mio volto si fosse abbattuta l'energia di un'esplosione, rimbalzavo come una palla da squash tra le pareti della stanza, e tra il soffitto e il pavimento, pur senza capire che cosa potesse provare una palla da squash visto che in me non c'era meraviglia né dolore.
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