RABBIAERAGIONE GiulioAngioni Sergio Atzeni è morto giovane e in modo impressionante per acqua, di una fine che colpisce per il modo, oltre che per i quarantatre anni della vittima, che costringe i più vecchi di lui alla colpa di sentirsi sopravvissuti senza alcuna ragione. E se per la morte andiamo così tanto in cerca di spiegazioni, di cause, di ricostruzione dei modi, perfino di destini e di premonizioni, in questo caso vengono facili i paragoni con i Byron e gli Shelley o iMartin Eden,comehannofatto subito gli improvvisati coccodrilli della stampa locale. Quando l'ho saputo, io l'ho ricordato con acuta vividezza canticchiare la storiella cagliaritana di Antonineddu Lecca ch'è caduto in mare, e non hanno fatto in tempo a ripescarlo, poi è accorso Andria col suo carrettino, per trasportarlo direttamente al cimitero ... Ma mi è pure tornata in mente l'illustrazione sulla prima di copertina del suo ultimo libro, Il quinto passo è l'addio, che mostra un uomo su un approdo colpito dall'onda, com'è successo a lui fino a morirne. Così anch'io sono andato istintivamente in cerca di nessi e di sensi che abbiano funzione di spiegazioni, o quasi. Così, del mare che l'ha ucciso torna in mente che c'è tanto nel suo terzo e ultimo romanzo, che inizia con la partenza per mare del protagonista, dal porto di una Cagliari onnipresente negli scritti di Sergio Atzeni, coi capperi che pendono a ciuffi giù dai bastioni della città murata la cui visione lontana negli occhi di un contadino campidanese apre il suo primo romanzo, Apologo del giudice bandito, e nei cui misteriosi vicoli si svela e si riavvolge il mistero di un'origine individuale, di una nascita, raccontato nel romanzo di mezzo, Il figlio di Bakunìn. Sergio Atzeni infatti era lo scrittore sardo vivente che pertemi e soprattutto per stile appariva il meno rustico, il meno agropastorale, e il più contemporaneamente cittadino, borghese piccolo, e probabilmente era e resta tale per questi nostri tempi, in una Sardegna fino a ieri così povera di vita urbana. Eppure, non per civetteria filologica, dell'attività scrittoria di Sergio Atzeni, a parte le sue improbabili fatiche giornalistiche soprattutto con improbabili editori isolani, bisogna segnalare, dopo una raccolta di Fiabe sarde fatta con Rossana Copez, la pubblicazione nel 1984 di Araj Dimoniu, antica leggenda sarda, che è la sua prima opera di narrativa, figlia del suo essere stato nell'infanzia un sardo dell'interno, con una madre ostetrica condotta anche a Orgosolo, piuttosto che del suo essere stato poi un sardo di città, trasognato e irrequieto, certamente anche con aspirazioni e con progetti di carriera politica, visto che nella prima metà degli anni Settanta Sergio Atzeni è stato segretario provinciale cagliaritano della Federazione Giovanile Comunista. Io personalmente di quei tempi ricordo fin troppo bene la recensione arcigna e insoddisfatta su "L'Unità" di un m~o(primo) libro di narrativa nel 1978, che fa il paio dieci anni dopo con un'altra recensione altrettanto arcigna e scontenta del mio primo romanzo maltrattato insieme con Procedura di Mannuzzu proprio qui su "Linea d'ombra", nel 1988, quando Atzeni aveva già lasciato la Sardegna e tutto il resto dei suoi legami personali, abbandonandosi al disagio e al gusto di essere un precario da antica bohème, uno che vive in una vecchia soffitta malsana, una pecora nera, che assomiglia al Ruggero Gunale de Il quinto passo è l'addio, sempre in fuga da tutto e da se stesso, e che sceglie ed è costretto a vivere, lui il reale Sergio Atzeni, dei proventi di uno dei più precari mestieri non manuali in Italia, il traduttore e corre.ttore di bozze. Sì, Sergio Atzeni assomigliava a quel suo sconclusionato Ruggero Gunale, col disagio di essere un marginale alla maniera metropolitana odierna, ma anche con l'essere un isolano che vuole fuggire e poi fugge senza riuscire ovviamente a fuggire da se stesso. Siccome era chiaro che a farlo scontento del lavoro di Mannuzzu e mio era soprattutto il nostro modo di "parlar di Sardegna", mi sono chiesto spesso quale fosse il suo modo di essere sardo e di sentire la sua sardità, che lo spingeva a esprimere un disaccordo così netto, perché non basta la risposta scontata sui vizi dei "letterati" o quella secondo cui da sardi abbiamo il bisogno incoercibile di beccarci tra noi, pocos, locos y mal unidos. Continuerò a chiedermelo: mi servirà, anche per cercare di capire più in generale qualcuno dei disagi odierni di stare al mondo non solo da queste parti. Ma uno scrittore scomparso può e deve essere mantenuto in vita dai suoi scritti, altrimenti lui stesso avrebbe fatto altro per non morire del tutto. E dunque chi vuole dare a Sergio Atzeni una mano nell'impresa postuma di sopravvivere deve fare in modo che i suoi libri restino vivaci quanto meritano. Non per niente Sergio Atzeni, diversamente dal suo Ruggero Gunale emarginato per destino o per vocazione, un progetto l'aveva e lo ha realizzato per quanto il suo tempo di vita glielo ha consentito: la scrittura artistica, tanto che è a questo progetto che ha sacrificato più o meno lucidamente quasi tutto il resto, facendosi anche del male, con ruvidità e risentimenti da sardo antico sotto la vernice di quella cosa confusa che chiamano cultura del rock e della droga, o giovanile, per non sapere come simbolizzarla meglio e complessivamente, ma che soprattutto vorrebbe forse alludere ali' emarginazione in un'epoca dove tra l'altro pare che si sia ancora adolescenti a quarant'anni: tutto un pasticcio nebuloso e doloroso che ci appare a tratti e a flash nell'ultimo romanzo smozzicato di Atzeni. Poco fortunato, finora. Forse perché risulta al grande pubblico già un po' fuori moda, mentre tengono banco altri modi troppo meno aspri e meno sciroccati di rappresentare letterariamente emarginazioni e decadenze, come per (scontato) esempio alla maniera della Tamaro e della Di Lascia (già, perché anche loro fanno questo, ma inserendosi con più agio, forse femminile, nell'ovvio flusso del senso comune e della morale corrente da secoli secondo cui, tagliando molto all'ingrosso, l'istinto è bene e la ragione è male), o con le scanzonate deformazioni e gli allegri orrori di un Benni o di un Maggiani. Anche Atzeni, con questo suo Gunale fallito rampollo laureato della minuscola borghesia urbana sarda, deforma ed esagera, nel suo modo scabro, usa gerghi rocchettari e tossici, non ha gentilezze o spaventi muliebri e nemmeno allegrieceltoitaliche, dice di sterco e sperma e sangue e sudore e scaracchi e cattivi odori e pessimi sapori, patatine e pecorino, cocacola e cannonau, maestrale e scarsa pioggia con sabbia di deserti africani, mima tristi arrapamenti e descrive più tristi abbandoni, con solo lontani e straniti echi di speranza: "Trentacinque anni spesi male, senza l'ombra di un mestiere in mano. Un milione e quattrocentomila in tasca. Dove andiamo? A far cosa?". Che cosa gli aveva fatto la vita?
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