Linea d'ombra - anno XIII - n. 108 - ottobre 1995

66 TEATRO/MOSCATO innocenza, di questa carta bianca. E mi piacerebbe molto lavorare con tanti bambini, ma senza partire dal presupposto di fare spettacoli per loro, che mi sembra un'idiozia. Uno spettacolo è uno spettacolo. Per altro loro sono capacissimi di scavalcarti. E dunque mi piacerebbe canalizzare il teatro in questo senso. Ci sono vari amici miei che stanno lavorando aNapoli con colonie e situazioni legate a bambini, ma fanno attività di carattere più sociologico. lo invece, più che un lavorare, vedrei un girovagare, un dargli il circo in mano, il nostro circo, il nostro nomadismo. Questo è un mio sogno e per poterlo fare devo essere ferrato in psicologia evolutiva, perché credo che tutte le cose vadano fatte con un minimo di competenza. Altrimenti si sparano balle. Io sono uno che si è sempre tirato indietro rispetto al prendere parte a manifestazioni politiche, non perché non sia una persona fortemente politica - i miei spettacoli lo dimostrano, la mia posizione è obliquamente chiara - ma sicuramente la comizialità, la politica nel senso banale del termine non mi interessano. C'è però una sola cosa che farei subito: qualche azione a favore di questa strage degli innocenti nella ex-Jugoslavia, che è una cosa che mi colpisce, che non riesco ad assimilare. È mòlto probabile che questo sentire tanto sia legato alla mia infanzia, alla mia infanzia sui vicoli. Ci riconosci qualcosa di tuo? lo ho avuto un'infanzia felice, anche se povera. Sono nato alla fine degli anni Quaranta, in un'epoca in cui non c'era ancora stata rottura nel modo di vivere italiano. Vivevo nei Quartieri spagnoli, in un palazzo con tante famiglie. Se la dico 'sta cosa, a volte mi sembra che la gente mi prenda per retorico, ma lì di traumi non ne abbiamo avuti di nessun genere. Tranne la povertà. Insomma, più che la povertà, l'indigenza: sette figli, una casa piccola, mio padre spesso disoccupato, mia madre che invece lavorava sempre. Però io tutto quello che mi porto appresso di cultura napoletana l'ho preso in quei dieci anni che sono stato ai Quartieri. Poi mio padre ha finalmente trovato lavoro, si è trovato una casa a Fuorigrotta che allora io consideravo terra straniera. Sai, noi napoletani, basta un tanto di vicolo oltre che è già paese, per carità. E poi Fuorigrotta è diventato un grandissimo centro, come può essere San Siro. Io la subii come una deportazione, perché lì fui poi mandato a scuola. È lì che è cominciato questo mio strazio e è finito il primo incanto. Quando dici che ti muoveresti per quel che sta succedendo nella ex-Jugoslavia, hai in mente cose specifiche? Purtroppo no, anche perché, se pure ne hai, c'è sempre questo filo a piombo della tua vita, del tuo lavoro, che ti blocca. Ti sembrerà assurdo, ma da che devo fare il capocomico, scrivere quasi esclusivamente per i miei attori e per me, io non ho tempo. E sì che farei tante cose. Il grave è che non sai che fare di quest'emozione grandissima, che non è possibile che il mondo sia impazzito così. Cioè ti viene il senso di colpa. Anche quando lo spettatore ride- e, di questo spettacolo che faccio io, ride spesso - ti viene il senso di colpa perché altrove si piange. Mi sembra che tanti teatranti si compiacciano a piangersi addosso, a parlare di leggi, leggine ministeriali, io ho avuto tanto, tu hai avuto di meno, facciamo così, facciamo colì, poi questi grandi gigionismi, insopportabili. Io sono una persona che, fatto lo spettacolo, scappo, vado verso la vita. Nei tuoi spettacoli tu fai un altro tipo di discorso politico, occupandoti di filoni davvero fondanti, dal rapporto tra i sessi a quello tra le diverse età. Certo perché questo è occuparsi degli altri, vederli, starci in mezzo. Infatti sono gli altri che hanno tralignato con la politica, non noi. L'ironia della cosa è che la grande politica viene definita politica-spettacolo e allora noi non possiamo più fare la stessa cosa, cioè spettacoli. Ci sarebbe da rifletterci tre mesi su questa cosa. Si tratta di un frase corrente, che però contiene una grande verità. Le tue vie alla politica sono tuttora poco praticate, inquietanti... lo dico che sono oblique. Quel che mi interessa è una processualità nuova, partire dal proprio corpo, perché la prima trasformazione è nelle cellule, alla base di tutto. E il desiderio di trasformazione è continuo. Iò questo l'ho capito negli anni Settanta, quando ho scelto di essere gay e quindi di fare parte di una coscienza del mondo fatta in un certo modo. La coscienza veniva prima, perché io naturalmente ho fatto il '68, ho tifato per Mao Tse Tung, per Lotta Continua. Ma arrivare a questo è stato fondante. I miei studi di filosofia, questa coscienza e l'analisi: già di per sé, attraverso questi tre elementi, è in nuce un nuovo modo di intendere la politica. In fondo quello che faccio io è il privato che diventa estetica, spettacolarità. Per Recidiva sono stato accusato proprio perché questa dimensione privata non è detto che riesca a passare alla ribalta. È una difesa, perché il privato di chi mi accusa magari non viene mai fuori. lo credo che sia stato così per me, poi me lo sono dimenticato e ormai non è più un problema. Se oggi mi chiedi qual è la mia identità, io non lo so, perché penso che la verità è non saperlo. Però sono partito scegliendola, non è che mi sono portato appresso un dato. È stato un buon punto di partenza, perché se no ti trovi davanti a delle false identità, a false personalità, falsi scrittori, false scritture, falsi artisti, dove si sente che non c'è radice, che non c'è sofferenza. Non senti però in giro una gran smania di normativizzazione? Di imporre o dettare norme e regole valide per tutti? Un fenomeno che, secondo me, è esploso e si è diffuso anche all'interno delle cosiddette minoranze e tra i "diversi". È vero, è in corso un gioco di stigmi. Noi però siamo più fortunati, perché sappiamo che uno parte sempre da turbe personali. Credo che siamo tutti persone in conflittualità. L'importante è avere la fortuna nella vita di trovare delle strade, delle processualità che ti aiutano a liberarti. Allora la mia fortuna dove è stata? È stata intanto nel trovare nel teatro e nella scrittura per il teatro una maniera per oggettivare la conflittualità, per renderla creativa. E poi fare l'attore mi ha permesso di dirmi liberamente la mia schizofrenia, di entrare e uscire da tante vite, da tante esistenze, senza pormi il problema del conflitto, la questione del "chi sono?". Questo è straordinario. lo ti posso raccontare duemila casi di persone che incontrando il teatro non dico che sono guarite, ma hanno accettato la loro follia. Questo, ad esempio i transessuali che si fanno operare, non ce l'hanno. Quindi a loro che manca? Manca una processualità formale della liberazione. La loro è un'assoluta refrattarietà alla simbolizzazione ... Perciò poi si arriva all'assurdo della plasticizzazione totale del sesso: le labbra fatte così, l'occhio fatto così, allora diventa veramente peggio della condizione reificata della povera madonna che è schiava da millenni. Perché quella magari, anzi senza magari, non è responsabile della propria condizione. Ma tu lo diventi, perché vai a scimmiottare lo stereotipo dello stereotipo. Ecco perché penso che mentalmente bisogna iniziare un processo di passaggi del limite. Vorrei che sia in teatro, sia nella vita, sia tra i sessi si capisse che uno deve varcare. C'è una soglia da varcare continuamente.

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