Linea d'ombra - anno XIII - n. 108 - ottobre 1995

praticamente adottato, fino ad arrivare all'85 quando ho vinto il premio Riccione con Pièce noire. E là sono stato male, mi è scattata proprio la nevrosi. Son dovuto andare in analisi. Non capivo perché. Che sintomi avevi? Depressione, paranoia, stavo male. E lo legavi a questo fatto? Sì, anche se di fondo io sono una persona che lotta contro se stessa. Molti mi dicono non sei mai contento, ti diciamo che questa cosa è bella e non sei soddisfatto. No, ho un'insoddisfazione profonda che non c'entra niente con il teatro, che è mia. Quindi aver vinto su duecentocinquanta copioni, all'unanimità, non me l'aspettavo proprio. Poi c'è tutta una storia dietro a questo copione, che non fui io a spedir~ ma Ruccello, di nascosto. Non mi aspettavo che mi chiamassero e mi dicessero che avevo vinto. E poi sai da lì conosci Quadri, la Fabbri, il mondo del teatro, Trionfo. Poi ho dovuto uscire da Napoli, se non altro perché mi chiedevano di andare a ritirare il premio, che io mi aspettavo che mi spedissero a casa. E invece no, volevano vedere chi ero, perché non era stata mandata nessuna scheda di presentazione e, siccome quello è un testo molto complesso, loro pensavano che io fossi uno sotto pseudonimo o uno che aveva già mandato a altri concorsi. Da lì è iniziata l'esigenza di uscire, anche con gli spettacoli e quindi diventava difficile riuscire a continuare a fare il professore. Nell'87 ho chiuso con la scuola. Quando mi hanno chiamato in ruolo io sono andato in provveditorato e ho detto non lo voglio. La mia carriera di insegnante si è azzerata. È stato tutto cancellato. All'inizio ho avuto paura. Paura di cosa? Timore economico ed esistenziale. Di teatro oggi si vive, domani no. Se non altro l'insegnamento ti permette di arrabattarti. Hai rimpianti? No. Degli alunni sì, della materia sì, ma non della scuola. I tuoi testi teatrali sono pubblicati? Una parte sì, da Ubulibri, con il titolo L'Angelico Bestiario, però in questa raccolta ci sono le commedie e i drammi e tra l'altro solo la prima parte della mia produzione. Poi ho pubblicato opuscoletti, più per favorire il pubblico che spesso vuole leggere ciò che sente, che per interesse delle case editrici a pubblicare teatro. Però questo sicuramente lo potrei fare, ma significherebbe dedicare un paio d'anni della mia vita a risistemare tutto. Perché? Perché sono tante cose che non ho più ripreso in mano. E io sono uno che non èmai contento. Non siamai che vado a riaprire' sta cosa. Io non obbedisco a quello che dico in Recidiva alla fine: "Voglio lasciare tutte le cose imbrugliate arreto a me". No, quella è una battuta di Eduardo. Ma anche lui era un perfezionista. Queste cose le dicono solo quelli che non lefanno ... E infatti. E allora sai lo potrei fare, ma dovrei mettermi a prendere in mano tutti i testi. Mi verrebbe la voglia di riscrivere, perché c'ho pure questa mania. Se non mi piace una cosa la riscrivo, come è successo ora con Recidiva. Vuoi dire che la Recidiva del '95 non corrisponde al testo originario dell'89? Originariamente Recidiva era monologante: nove commi tutti a monologo. Gran parte l'ho buttata via. In questa nuovapièce entrano TEATRO/ MOSCATO 65 quattro o cinque di quei commi. Tutto il resto è reinventato per gli attori, per me. Per cui non sia mai che questo meccanismo mi scatti con gli altri miei dodici o tredici testi. Non ne esco più, non vado più avanti. Io sono uno con cui bisogna stare attenti, perché ho molto la pulsione ad andare indietro. Sono toro, rimugino sul passato più che proiettarmi sul futuro. E allora questa cosa è preoccupante, perché quando prendo un testo dell' 89 per rifarlo già so che non lo farò tale e quale. E questo mi rassicura perché penso che allora c'è il passato, ma anche la mia proiezione verso. Questa coazione a ripetere in me è molto preoccupante. Quanto è durata la tua analisi? La mia analisi, iniziata nell'85, dura ancora. Si tratta di un'analisi junghiana, l'unica che potrei tollerare perché loro sono molto tolleranti. Un lavoro a sbalzi, con lunghi periodi di sospensione. Il vero inizio comunque è avvenuto quando avevo vent'anni, con Carotenuto. Poi ho continuato con una sua allieva molto brava e lei da dieci anni mi segue più o meno periodicamente. Poi c'è l'autoanalisi, il lavoro che fai tu da solo. In ogni caso io penso che questo del teatro non è il mio mestiere. Loro parlano di individuazione, di una strada tutta tua, tortuosa, che devi andare a cercare. Può darsi che questa per me sia una tappa, ma io non mi immagino di finire la mia vita da drammaturgo. Cosa te lo impedisce? Perché, come dicevo, in Italia c'è questo considerare la drammaturgia ancella di qualche altra cosa, mentre tu sai che altrove c'è una scienza del teatro, scienza che si avvale di altre scienze, semiologia, danza. Qui, soprattutto a Napoli, la cosa è considerata molto naturale: "respirare la polvere del palcoscenico". Invece no, prima di tutto, non è così. Secondo, io penso che ci sono cose più importanti del teatro. Per esempio... Quello che succede fuori. Apri un giornale e vedi queste stragi, cose che mi toccano e che mi fanno dire che è di questo che bisogna occuparsi. Il teatro non può essere un modo di occuparsene? II teatro può esserlo, ma non basta, non basta. Tu comunque non pensare a me, perché io sono comunque uno spirito nomade. Vorrei essere lì e non qui. Trovo assurdo tutto questo piangersi addosso che fanno i teatranti, perché prima di tutto ci sono cose più importanti e, in secondo luogo, si può indirizzare, canalizzare, tutto il proprio malessere verso un malessere più generale di cui il tuo stare male a teatro è in fondo sintomo. Allora io penso che le mie cose a teatro sono delle megasedute, o spiritiche o analitiche. Quello a cui penso è occuparmi di bambini. Attraverso il teatro? L'hai già fatto? Sì, e poi il mio nipotino è in scena con me già da tre anni. Siamo arrivati al terzo spettacolo. È bello, perché ci sono momenti in cui io, ti giuro, proprio non ce la faccio, in cui tutto questo mi pesa. Mi pesa questo fare una pe,formance perché devi lavorare, devi tenere la barca o dimostrare chi sei, quindi ti passa la voglia di giocare, senza contare gli annessi e connessi della tua vita privata che non mancano mai e pure pesano. E allora avere un bambino, soprattutto un bambino come lui, curioso e però con una straordinaria capacità di vivere il teatro nella sua dimensione di gioco, è un grosso aiuto. Io, in quei momenti, lo chiamo il mio doppio. Devo essere come lui, se no non riesco a farlo.C'è gente che fa uso di tante cose per poterlo fare, dalla droga al sesso continuato. Io ho bisogno di questa

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