Linea d'ombra - anno XIII - n. 108 - ottobre 1995

64 TEATRO Enzo Moscato DI TEATROSIVIVE IncontroconMariaNadotti Come è nato Recidiva e perché un omaggio a Copi? Non ricordo bene l'anno in cui Copi è morto. Credo fosse l' 87. Recidiva io l'ho scritto nell'89, perché ho sempre ammirato tantissimo la sua maniera di scrivere per il teatro, anche se poi non ho avuto l'occasione, la gioia di vederlo in scena. Però attraverso testimonianze so che lui questa operazione molto ironica e anche molto preziosa che faceva sulla pagina poi la rimangiava, la distruggeva sulla scena. Questo mi è sembrato molto simile aquello che faccio io nei miei momenti di scocciatura. Nei momenti di scocciatura del teatro lo faccio anche con un po' di cattiveria, per autodistruggermi e distruggere. Però di solito è proprio un atteggiamento, anche perché poi la pagina a teatro viene continuamente riscritta, rettificata, corretta, cancellata. Quindi scriversi e rimangiarsi serve. A me serve perché credo che l'atto grammaticale, proprio mettere giù delle cose anche per me, solo per me, sia un atto esistenziale. Tu nasci come scrittore? lo sì, nasco come scrittore. Ti sembrerà paradossale, ma io credo che in Italia il teatro viva ancora una condizione ancillare. Non sono tanto convinto che la gente di teatro, la gente che scrive per il teatro sia considerata alla stregua degli altri scrittori. Quindi un po' questa cosa io me la porto appresso, ma sento anche di non essere ancora uno scrittore. Per me la scrittura, ti ripeto, è un atto esistenziale. Puoi anche scrivere delle balle, della cazzate, delle cose che servono solo a te. Quello è l'atto che basta. Però è naturale che poi c'è del lavoro, ci sono letture, studi. Io poi appartengo - a parte questo mio amore proprio biologico per la scrittura, che ho sin da bambino - al mondo della linguistica. Ho un retroterra di semiologo, di studioso di analisi del testo. In cosa ti sei laureato? In filosofia. La prima cosa che ho scritto è stato un saggio di analisi del testo suRimbaud. Per l'università, quando si cominciava appena a far ricerca. Mi sono laureato a Napoli in psicologia con Jacono, ma ho studiato con Masullo, Carbonara ...E quindi mi porto appresso tutto questo, che non ho voluto gettar via né lasciare fuori dal teatro. E questa è stata un'altra di quelle esperienze toste, che ho dovuto vivere per affermare ciò di cui ero convinto. Non ho voluto separare l'atto teatrale da quello che ero stato io precedentemente, la mia formazione, i miei interessi, Lacan, i linguisti.Tant'è che ho finito per farci degli spettacoli, perché era l'unica maniera per esorcizzare, agli occhi miei e agli occhi loro, tutta questa pesantezza culturale, che poi non è neanche tanto pesante. Quello che una persona è, insomma. Io credo che non si possa parlare del teatro in generale. Tutte le volte che mi hanno invitato a fare degli stage sul teatro o conferenze, io ho sempre rifiutato, perché parlare del teatro in generale è appunto impossibile. Tu puoi parlare del tuo teatro. Dico tuo non come atto di presunzione, ma come tua specificità, tuo apporto. Può essere minimo, può essere massimo, ma è quello. Per cui il mio atto teatrale, la mia scrittura teatrale, è mista. È una scrittura a impianto filosofico e semiologico - tant'è vero che Quadri dice che negli ultimi anni ho finito per fare delle conferenze più che degli spettacoli ed ha ragione - che contemporaneamente tiene conto di tutta la mia cultura plebea, l'infanzia sui vicoli, la vita nei Quartieri, mescolando queste cose. Sei approdato al teatro per mettere insieme queste due anime? Non sono approdato al teatro. È una vicenda strana, ma il fatto è che a teatro io mi ci sono trovato. Cioè... Forse ancora oggi io mi dibatto, non ho molto desiderio di essere in scena. Non dico di costruire gli spettacoli o di lavorare con gli attori, perché questo mi sembra un gioco, i giochi dei bambini. No, quello di essere in palcoscenico. Stasera, quando andrò in scena con Ritornanti (l'intervista si è svolta a Milano il 14 luglio 1995, in occasione della ripresa di Spiritilli, Little Peach e Cartesiana, tre monologhi scritti da Moscato alla.fine degli anni Settanta, NdC), lo vedrai. Questo è uno spettacolo pesante per me. Faccio tre pezzi, tre monologhi, che facevo agli inizi della mia carriera, quindici anni fa circa, quindi con ben altri respiri, con ben altra forza, con ben altro desiderio di spuntarla. Faticoso, perché qui c'è una logomania esasperata, che poi invece negli ultimi spettacoli sto spegnendo. Non sono approdato al teatro, perché quegli interessi avevo e quegli stessi interessi ho tuttora. Stranamente mi sono laureato con una tesi in psicologia: all'università facevo analisi del testo anche con agganci verso la psicoanalisi e la Kristeva. Era quello che volevo e che mi piaceva molto fare. Poi per caso, da napoletano, perché nella mia famiglia è sempre corso questo naturale essere teatrali, guitti - hai visto mio fratello, il bambino, un altro fratello che ha lavorato con Totò, De Filippo - il teatro è entrato nella mia vita. Anche se io me ne ero un po' tirato fuori, nel senso che avevo studiato e rispetto ai miei fratelli ero l'unico ad essere arrivato alla laurea e se 'sta cosa la guardavo con un po' di estraneità. Succede che un mio amico, un romano che mi aveva visto fare degli sketch e scenette con amici - si era nel '79, epoca di fermento, di avanguardia, soprattutto attorno al Convento occupato - mi propone di fare uno spettacolo insieme. Alla fine mi convince e nel '79, già da autoreattore, faccio Carciofolà. È nata subito così, da autore-attore. Non si è capito perché. Il testo, scritto e orale, presentato al Convento occupato, va bene. Si tratta di una cosetta, una rivisitazione in chiave molto personale di una parte della drammaturgia napoletana, Eduardo, Viviani, la sceneggiata. Va bene e da allora l'avventura è continuata. Naturalmente prima di cedere al teatro come professione ho insegnato vari anni. Cosa e dove? Filosofia e storia in un liceo di Napoli. Ho fatto vari anni da precario. Sei, per la precisione. Facevo teatro la sera e di giorno parlavo di Platone. E poi è successo che - da questa dimensione pendolare, che in fondo non mi dispiaceva affatto - mi sono ritrovato a scrivere e rappresentare anno dopo anno, dal '79 ad oggi, senza manco pensare a un guadagno, i primi tempi lasciandomi buggerare da tutti. Ogni anno lo potrei caratterizzare con un testo: Scannasurice, lungo monologo misterico sulla città che, insieme alle Cinque rose di Jennifer di Annibale Ruccello, è stato un po' considerato il manifesto di questa, ahimè sedicente tale, nuova drammaturgia napoletana. E poi Trianon. Lavoravo una volta all'anno e non potevo andare fuori Napoli, perché da precario non potevo assentarmi. Scrivevo i miei testi per rappresentarli dieci, quindici giorni al Teatro San Carluccio di Napoli che mi aveva

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