Linea d'ombra - anno XIII - n. 108 - ottobre 1995

60 VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE I RACCONTIMPERIALIDI W.SOMERSETMAUGHAM GeoffreyNowell-Smith traduzione di Letizia Pautasso Uno dei grandi pregi della letteratura inglese è la sua vastità. Non tutto quello che vi si trova è di prim'ordine, ma non è questo il punto. Il fatto che sia così vasta significa che è sempre stato possibile fare delle scelte particolari al suo interno. Non è necessario individuare una tradizione "classica", fatta sempre degli stessi componenti e sempre portatrice degli stessi valori. Di tradizioni, invece, possono essercene, e ce ne sono state, diverse. Le mode critiche possono liberamente cambiare, perché, qualunque sia la moda, ci saranno sempre abbastanza opere per soatanziarla. E ci sarà sempre un serbatoio di libri fuori moda pronti a essere riscoperti. William Somerset Maugham, che nacque nel 1874 e morì nel 1965, è un esempio di scrittore che un tempo era di moda, che ora non lo è più e che merita di essere riscoperto. Da vivo era ammirato per la sua maestria tecnica come romanziere e come drammaturgo, per la sua moderata ma non eccessiva serietà e per la vivacità del ritratto che offriva di un certo mondo. È passato di moda in parte per un motivo paradossale (e cioè per il fatto che le sue opere più belle e più durature non appartengono al romanzo o al dramma ma al genere più leggero e in apparenza più effimero del racconto) e in parte perché la critica più autorevole si è schierata dietro a scrittori più solenni, dotati di profonde capacità di analisi sociale e di impegno morale, mentre il mondo di Maugham è stato giudicato troppo ristretto e la sua dimensione morale non sufficientemente seria. Ma ancor più, è passato di moda perché il mondo di cui scriveva non solo non esiste più, ma è un mondo di cui i critici autorevoli e progressisti si vergognano. Il mondo di Maugham era quello dell'alta borghesia inglese dei tempi dell'Impero; dei tempi in cui i ricchi, ingrassati dalle spoglie dell'Impero, potevano impiegare il loro tempo, a Londra, o, meglio ancora, in Costa Azzurra, giocando a bridge e partecipando a feste e ricevimenti. Di più: era il mondo stesso dell'Impero, il mondo degli amministratori delle colonie, dei piantatori, dei commercianti, che sapevano tenere gli indigeni al loro posto e che, verso il tramonto, andavano al club a giocare a tennis, a flirtare e a bere un gin. Era un mondo in cui Maugham si sentiva a proprio agio, che giudicava con l'ironia dello serittore ma senza mai metterne in dubbio la sostanziale giustezza. Ora che l'Impero non esiste più e che il giudizio negativo della storia nei confronti dell'intera impresa imperiale è stato definitivamente pronunciato, Maugham sembra frivolo, reazionario e, in definitiva, irrilevante. Senza dubbio i critici che hanno liquidato Maugham come frivolo (insieme a Robert Louis Stevenson), o come reazionario (insieme a Rudyard Kipling), e hanno messo nel pantheon soltanto il visionario Joseph Conrad e il noioso ma serissimo E.M.Forster, hanno agito in base a quello che sembrava il migliore dei motivi. Sostenitori ed eredi dell'ondata anti-imperialista degli anni Cinquanta e Sessanta, essi ritenevano sinceramente che fosse sbagliato incoraggiare i lettori a perdere il loro tempo con un minore che dipingeva l'imbarazzante passato imperiale britannico con così scarsa coscienza critica (per non parlare di quella politica). Inoltre Maugham, nella vita com e nella sua opera, era uno snob e non c'è posto per un tipo di snobismo come il suo neppure nel neo-imperialismo thatcheriano (figuriamoci poi negli ambienti di sinistra). Questo atteggiamento mi pare fondamentalmente errato e, ciò che è peggio, mi sembra che puzzi un po' di malafede. Liquidare Maugham non è un modo di opporsi all'imperialismo, ma di dimenticarlo, o piuttosto di reprimerne il ricordo. Ci sono diversi critici che scrivono in inglese capaci di guardare con occhio imparziale e, quando necessario, severo al passato imperiale britannico e alla sua eredità; ma questi critici in genere non sono inglesi. Perché per gli inglesi (per quelli progressisti, cioè, non per i nostalgici sfe gatati) l'Impero è qualcosa di cui sentirsi in colpa e che perciò è meglio dimenticare. Ma a livello collettivo, come a livello indi viduale, ci si dimentica del proprio colpevole passato a proprio rischio e pericolo. Non bisogna dimenticare l'Impero; né bisogna ricordarlo soltanto in nome degli aspetti meno imbarazzanti, o per la meritoria posizione dei pochi che vi si opposero. Che piaccia o no, l'Impero Britannico fu un'impresa mastodontica ed eroica. Come sui colonizzati, ebbe enormi conseguenze sui colonizzatori stessi. Assorbì le energie di intere generazioni di sudditi britannici: soldati, missionari, funzionari, piantatori, cacciatori, esploratori, scienziati, criminali, vagabondi e (sporadicamente) scrittori. L'Impero è il retroterra di tutto ciò che accadde in Gran Bretagna nel diciannovesimo secolo. Se Charles Darwin non avesse avuto modo di prendere parte alla spedizione navale di di rilevamento topografico descritta nel Viaggio di un naturalista intorno al mondo, probabilmente non avrebbe mai scritto L'origine della specie. L'Impero è anche la scena su cui si svolgono molti romanzi d'avventura che formarono l'orizzonte mentale dei ragazzi che crescevano negli anni del periodo imperiale. Ciò nonostante, tuttavia, nel periodo eroico dell'espansione imperiale esso è raramente (con l'eccezione di Conrad) la scena utilizzata dalla letteratura seria. Maugham incominciò a scrivere verso la fine del periodo di espansione, quando la vita coloniale era diventata non tanto una questione di eroiche avventure quanto una questione di routine. Di routine noiosa, per di più, da cui l'avventura e il romanticismo erano totalmente assenti. La parte dell'Impero che Maugham conosceva e in cui sono ambientati molti dei suoi racconti più belli era quella del Sud Est asiatico (Malesia e Boerneo) e del Pacifico. Era un'area in cui erano presenti altre potenze imperiali, soprattutto quella olandese, dove comandavano i bianchi ma dove i commerci erano in granparte gestiti dai cinesi. I bianchi erano pochi e vivevano per conto loro. In alcuni casi avevano una moglie che li aveva raggiunti dall'Inghilterra. In altri avevano delle mogli o delle amanti indigene, da cui avevano dei figli che di rado riconoscevano. Talvolta (come nel racconto La forza delle circostanze) un'europea di buona famiglia al arrivo scopriva con orrore che il marito aveva avuto dei figli da una donna che abitava nel vicino villaggio. Per le donne europee la vita era particolarmente desolata e desolante.

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