Linea d'ombra - anno XIII - n. 108 - ottobre 1995

VEDERE,LEGGERE,ASCOLTARE 59 stramente a un tacito olocausto orchestrato da fuori, ma del tutto autoindotto. Nel film di Lee, infatti, non ci sono né buoni né cattivi. Certo non tra i ragazzi del ghetto e, forse, neppure tra i poliziotti. Il problema è un altro: in corso vi è un vero e proprio genocidio di cui i neri sono vittime e agenti allo stesso tempo, mentre i bianchi - forze dell'ordine, scuola, istituzioni mediche - fanno da testimoni spassionati o sottilmente complici ad un'ecatombe che in fondo li riguarda poco o non li coinvolge affatto. In questo senso, a differenza dei molti "ragazzi di vita" descritti dal cinema di questi anni (compresi i tre splendidi protagonisti de La Haine di Kassovitz), gli adolescenti di Clockers sono raccontati senza orrore e senza mitizzazioni, né come devianti né come ribelli, bensì come gente qualsiasi che, di fronte alla falsa opzione di morire di sfruttamento o di morte violenta, sceglie l'unica "carriera" aperta a un maschio di pelle nera (inevitabile, per associazione, pensare ai giovani malavitosi palermitani, ignari arroganti e irresistibili, del bel cortometraggio di Roberta Torre,Appunti per un.film su Tano). Lo sguardo di Lee è obiettivo e disincantato, quasi ironico, di certo non giudicante. Se giudizio circola nel fùm - ma forse si tratta anche in questo caso di puro sguardo panoramico - è semmai nei confronti del razzismo travestito da paternalismo della polizia, del suo cinismo, della sua aprioristica convinzione che ai neri non vada data comunque fiducia né accordato rispetto. La tragedia in Clockers precipita, non a caso, per una semplice questione di puntiglio: per paura di essere fatto fesso, il poliziotto bianco si rifiuta di credere all'autodenuncia di un nero - e alla verità. E la paura di essere fatto fesso gli viene dritta dritta da una forma di pregiudizio che lo rende cieco: se sulla piazza ci sono il cadavere di un pusher nero crivellato di colpi, un giovane spacciatore in carriera (Strike) e il di lui timoratissimo e laborioso fratello maggiore (Victor), va da sé che l'assassino sia Strike e Victor la vittima sacrificale pronta a autoimmolarsi per il bene dell'insubordinato fratellino. Contro ogni evidenza. Benché contro Strike non ci siano prove oggettive e su Victor incomba il peso di una confessione non estorta. Nei ghetti neri, afferma SpikeLee, la giustizia bianca funziona così. Per sillogismi e deduzioni semplici, non per via di indagini e verifiche. E per la polizia è spesso una banale questione di orgoglio o di retorica machista rimettere i neri al posto che gli compete e non "abboccare" alla "loro", per definizione fabbricata, versione dei fatti. Una guerra tra uomini o forse tra bande, da cui - ci ricorda, "scientifico" e mai moralista o didascalico, il regista - sono escluse le donne. Il fùm-come tanta cinematografia africana americana degli ultimi tempi, da Boyz N the Hood a Higher Leaming o South Centrai - è attraversato infatti da un altro sottotesto, insistente e inquietante quanto basta eppure ancora una volta neutro, asentimentale: la cultura del ghetto nero di fine millennio si è prodotta in o per assenza di figure paterne, reali o surrogate, capaci di strutturare il senso del giusto e dell'ingiusto e della responsabilità personale. La comunità nera, in altri termini, è andata a male, perché gli uomini non hanno saputo fare la loro parte, comportarsi da adulti, uscire dalla logica delle vittime e dei perseguitati o degli ex-schiavi in cerca di riparazioni o stordimenti, trovarsi insomma un'identità positiva. Alle donne - che non a caso nel film di Lee sono dolenti e furibonde figure di madri alle prese con l'inconsistenza dei figli maschi e una drammatica assenza di modelli maschili positivi - è richiesto sia di sostituire i padri sia di non svalorizzarne definitivamente ruolo e memoria, di riuscire insomma in quel compito impossibile che è di dare amorosa continuità, nel cuore dei figli, al proprio e al loro peggiore nemico. Una scommessa o un ricatto dettati dalla paura che i figli cedano, che non ce la facciano a crescere e inventarsi uomini misurandosi solo con la forza, la lucidità e la resistenza delle donne. Le pagine di Clockers pullulano di sostituti paterni variamente nocivi e di ragazzini coattamente incastrati tra principio d'autorità (e conseguenti investiture) e trasgressione. Lo stesso reclutamento e addestramento al crimine avviene per una distorta mimesi del rapporto padre/figlio. La cooptazione, mutuando i termini della relazione parentale e della trasmissione ereditaria, simula cura, affetto, stima, persino tenerezza. Riconoscendosi e scegliendosi fuori dal rapporto di consanguineità, il padre e il figlio elettivi stringono tra loro un mortale patto di sudditanza e dominazione destinato a riprodursi e ramificarsi e a non lasciare vie di fuga al figlio se non attraverso il primato sul padre o il tradimento. Eppure - certo non per consegnare il pubblico alle anestesie di un rassicurante e posticcio lieto fine-Spike Lee sceglie di chiudere il film al positivo. Strike sopravvive al ghetto e ne esce. Il poliziotto persecutore, che ha giocato con il fuoco e vuole in qualche modo alleggerirsi la coscienza, lo imbarca su un vero treno che lo porterà a Ovest e soprattutto a scoprire che il perimetro del mondo non coincide con i confini del ghetto. Ma non si tratta appunto né di catarsi né di happy ending. Sembra piuttosto che Lee voglia consegnarci una sua personale e privatissima riflessione: spesso il dramma che si consuma quotidianamente nei ghetti neri d'America nasce da una totale e ben mantenuta mancanza di immaginazione e di curiosità, da una riduzione delle opzioni a un grado paurosamente tendente allo zero. Non solo perché per i neri la società bianca ha previsto lo sterminio, ma perché per se stessi i neri non sanno immaginare altro che quello che gli è stato disegnato addosso. Espropriati del proprio passato e privati di futuro, non sanno rappresentarsi o, più banalmente, essere visibili a se stessi. Potrebbe essere un circolo vizioso e invece Spike, gran cerimoniere delle immagini e del racconto, ribalta i termini del discorso: per arrivare a vedersi bisogna - ed è possibile - addestrare lo sguardo e affinare l'udito. Salire su un treno, appunto, e guardare quello che scorre di là dal finestrino. Sedersi in un cinema e lasciare che storia, musica, colori, effetti speciali dilatino i confini, liberino l'immaginazione, ti restituiscano un'idea di te che ti permetta non solo di sopravvivere, ma di cominciare a vivere. Note 1) La vicenda di Clockers si svolge a Brooklyn, in uno dei project edificati dalla città di New York a cavallo tra anni Sessanta e Settanta. I sottotitoli italia(li del film traducono project con periferia- e c'è da ringraziare che non siano ricorsi a borgata - rischiando di depistare definitivamente gli spettatori italiani. Non di margini si tratta, infatti, bensi di agglomerati di casermoni popolari, superamento o razionalizzazione del ghetto classico, costruiti nel cuore delle metropoli americane durante gli anni del Welfare State. Strumenti di sradicamento sociale prima che di miglioramento delle condizioni abitative dei cosiddetti poveri, i project si sono ben presto rivelati dei veri e propri luoghi di deportazione e segregazione, nonché di incubazione di una criminalità nuova e a forte concentrazione. Ad alta densità umana - in un project abitano centinaia di famiglie e la popolazione raccolta in un km2 può raggiungere le migliaia di unità- e spazialmente contigui ad aree per lo più residenziali, bianche e di classe media, questi agglomerati sono un esempio tipico della cecità dimostrata dalle amministrazioni democratiche nordamericane nel campo delle politiche sociali e della riorganizzazione urbana.

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