4 RICORDODI SERGIOATZENI L'ULTIMOPASSO GoffredoFofi L'ultimo romanzo di Sergio Atzeni, Il quinto passo è l'addio, uscito pochi mesi fa presso Mondadori per cura e sollecitudine di Ernesto Ferrero, non ha avuto il riscontro che meritava.D'altronde quest'anno i libri trascurati di giovani, a fronte del successo eccessivo di altri, sono più d'uno, da quello di Veronesi a quello di Onofri. In modo icastico e con una certa ferocia, l'autore vi narrava di un sé-altro sgradevole e irritabile; vi proponeva un ritratto non edulcorato e non rosa dell'intellettuale italiano sui quaranta, della sua nevrosi e delle sue scontentezze, in un contesto in cui gli scrittori continuano a illuminarsi d'immenso a spalmarsi le piume di dolce nutella. Atzeni non era scrittore che compiacesse le mode, e neanche le persone. Aveva un carattere scontroso, era molto orgoglioso, e spesso esprimeva una sicurezza di sé che non aveva, con aggressività provocatoria. Si poteva stimarlo molto senza avere molta voglia di frequentarlo, come è capitato a me. Sergio Atzeni è morto in un assurdo incidente di mare pochi giorni fa. Non lo vedevo da molto tempo, mi ripromettevo di recensire il suo romanzo per "Linea d'ombra", positivamente così come avevo recensito i due romanzi precedenti. Ma accade che altre cose incombono e si finisce per rinviare e rinviare. Restando con la dolorosa sensazione di aver commesso un torto, di non aver fatto quella piccola cosa che avrebbe potuto far piacere a un autore FotoG. Giovannetti/ Effigie. molto notevole ma non amato dalle mode e dai meschini "poteri" letterari. Avevo conosciuto Atzeni molti anni fa in Sardegna, quando da poco era uscito da Sellerio il suo Apologo del giudice bandito, che mi era piaciuto per la sua risentita "sardità" e per la diversità dai romanzi (molto minimalisti) del tempo. Avevamo parlato di Rulfo e di Faulkner e scoperto molti amori comuni, e mi aveva dato per "Linea d'ombra" una bellissima leggenda sarda inventata o riscritta da lui. Per "Linea d'ombra" aveva tradotto, ovviamente gratis, delle cose, per esempio un lungo raccontosaggio di Victor Serge sul Messico dei vulcani e dei terremoti. Il figlio di Bakunìn, uscito ancora da Sellerio, era ancora un romanzo storico, ma stavolta di storia vicina, di storia della sinistra e di una generazione con la quale bisognava pur fare i conti, quella dei padri comunisti del secondo dopoguerra. Mi aveva colpito ancora una volta l'impronta etica, la tensione insieme morale e politica di quella narrazione, e la vivacità dell'invenzione, la capacità esemplare di elaborare percorsi romanzeschi e portare a sintesi: Aveva scritto altro, rimasto in ambito locale, e forse stava scrivendo qualcosa di nuovo. Era molto determinato nella sua vocazione e nella sua ambizione, ma non contava sulla scrittura per la sopravvivenza e si era, senza problemi, prestato nella vita amolti lavori umili di cui non si vantava e che non rinnegava, da cameriere di pizzeria a correttore di bozze, tra la Germania e Torino. Un giorno litigammo. Mi fece una mezza scenata perché avevo pubblicato non so quale vecchio scrittore che lui detestava e io amavo, una cosa un po' assurda e un po' megalomane, che mi sembrò anche richiesta d'attenzione, espressione di solitudine. Poi si rifece vivo e ci riappacificammo, dopo la mia recensione positiva al suo secondo libro, di cui avrebbe però voluto che io avessi messo in luce gli aspetti formali più che quelli "morali". Nella recensione a Il quinto passo è l'addio, un titolo sul quale sarebbe troppo facile calcare, avrei insistito invece, ancora una volta, sulla scontrosa morale che lo reggeva, così rara e sincera.
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